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113° Stato, Democrazia o Libertà?

L’uomo prospera quando soddisfa le proprie necessità e gode dei propri beni. La natura li fornisce ma non ci possono essere di alcuna utilità senza il lavoro e la comunità.

I bisogni degli uomini sono vari e non c’è mai stato nessuno in grado di procurarsi anche i beni di prima necessità senza l’aiuto di altre persone, e non esiste quasi nessuna nazione che non abbia bisogno delle altre.

Gli individui legati da una stessa lingua, storia, civiltà, interessi e aspirazioni, hanno sempre creduto che per assicurarsi la prosperità, e quella dei propri discendenti, fosse indispensabile mettersi sotto la protezione di un governo, che grazie all’aiuto di funzionari pubblici, si potesse garantire la sicurezza e la giustizia all’interno di grandi comunità, diventata una struttura giuridica complessa chiamata Stato.

Nell’antica Grecia la partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica delle città, aveva dato vita alla prima forma di Democrazia, seppur di una minoranza, vista l’esclusione dei non liberi e delle donne.

I cittadini che partecipavano alla vita pubblica si resero presto conto che dovevano darsi delle regole e dividere il potere amministrativo da quello giudiziario, oltre che mantenere la sicurezza.

democrazia atene-assemblea

Dalla vita pubblica iniziarono ad apparire dei personaggi politici che segnarono profondamente la storia umana, con appelli e principi che abbiamo il dovere di ricordare.

Pericle:

  • Noi siamo i soli a considerare chi non partecipa alla vita pubblica non come cittadino tranquillo, ma come un cittadino inutile, noi stessi esprimiamo giudizi discutiamo come si deve sulla questione, dal momento che non riteniamo che le parole sia un ostacolo per l’azione, ma piuttosto che lo siano il non essersi formati attraverso la parola prima di affrontare la situazione che deve essere intrapresa.

Otane:

  • Il principio isonomico, ciò di uguaglianza di ogni cittadino di fronte alla legge, consisteva nell’obbligo della rendicontazione finanziaria.

Democrito:

  • Non merita un elogio chi restituisce un deposito, merita biasimo e una punizione chi non lo fa.

Naturalmente in luoghi e tempi diversi le decisioni vennero prese sempre da un numero più ristretto di persone, in cui spesso era il monarca a regolare i rapporti tra i cittadini e si garantiva il potere concedendo parti di territorio e del fisco a fidati nobili locali.

Le ingiustizie erano frequenti, spesso di carattere fiscale, e quando ad essere toccati erano gli interessi dei nobili si scatenavano rivolte e spesso guerre.

Dopo le rivolte e le guerre seguivano divisioni di confini o trattati di pace, sino al primo documento ufficiale, la Magna Carta, in cui venivano stabiliti i rapporti tra monarca e nobili locali, in fatto di fisco e di diritto.

firma Magna-Carta

L’evoluzione economica di alcuni popoli stava portando i cittadini più liberi e intraprendenti a tollerare sempre meno le ingerenze dei monarchi, sempre pronti a spremere i cittadini con un fisco ingordo e ingiusto.

rivoluzione_inglese_02

La rivoluzione inglese alla metà del XVII secolo fu il primo segnale di rottura con le monarchie autoritarie del passato, confermate un secolo dopo dallo strappo della guerra d’Indipendenza americana con il Re Giorgio e dalla Rivoluzione francese con Luigi XVI, in cui videro la luce gli Stati moderni, imposti con la forza e con il sangue della democrazia, che oltre a togliere dei privilegi abusivi a delle persone, toglieva loro pure la vita.

rivoluzione_francese

Il sogno di uno Stato più vicino alle esigenze dei cittadini non poté nulla contro gli appetiti delle classi dominanti, che selezionavano i rappresentanti tra la borghesia, per difendere al meglio i loro interessi economici, ed escludere ampie fasce della società.

La stessa esistenza di eletti tra i borghesi implicava l’esclusione della maggioranza a vantaggio di una minoranza, che riusciva a controllare il potere governativo, concedendo loro privilegi e prebende.

Il clan toglieva agli stessi individui e ai gruppi la possibilità di determinare la propria identità e la propria finalità. Li espropriava della capacità simbolica di auto-istituzione.

L’esistenza stessa dell’apparato statale, imprime, per così dire, una curvatura nello spazio sociale, nel modellare il territorio e il tempo, la vita sessuale e il tempo libero; esso crea un sistema complesso di nicchie dove si collocano i vari livelli della gerarchia.

Parliament_Bill-1911

E’ nella natura stessa della dimensione statale di alienare i processi di autonomia collettiva e individuale. Se le strutture di dominio sono apparse prima dello Stato, quest’ultimo le aveva consolidate e legittimate, in particolare nel campo dell’economia.

Quindi, se la democrazia è un processo di formazione dell’opinione, il suo maggior vantaggio non sta nel suo metodo di scelta dei governanti, ma nel fatto che, siccome una gran parte della popolazione ha un ruolo attivo nella formazione dell’opinione, una vasta gamma di persone è disponibile ad essere selezionata.

In sostanza, quella che noi oggi chiamiamo Democrazia rappresentativa, altro non è che un modo per togliere la voce ad enormi fasce della società, è il lavoro silenzioso di una minoranza che usa la maggioranza per indirizzarne le abitudini e i consumi, oltre che a drenarne le risorse.

Non a caso la fornitura da un monopolio pubblico non rende il servizio più economico ma ne nasconde solo il costo, eliminando la concorrenza per legge, in quanto non è il libero mercato che sta danneggiando l’economia ma la sua mancanza.

Se le classi dominanti possono incidere nella politica di governo, che può escludere la concorrenza o impedirne la sua formazione, con norme o leggi astringenti e spesso coercitive, solo un progetto politico alternativo forte può contrastarlo, in quanto le leggi sono l’unica arma per combattere la complessità dell’apparato statale, colpevole di controllare e drenare risorse per le fameliche clientele e per i domini.

partitocrazia

Dobbiamo ricordare che limitando le funzioni di governo, compreso quello della maggioranza, possiamo ridurre l’apparato per garantirci la libertà, perché per la democrazia rappresentativa l’opinione della maggioranza è il solo limite per governare, in quanto la democrazia rappresentativa si contrappone al governo autoritario, quando questo non dispone della maggioranza, mentre per difendere la nostra libertà dobbiamo contrapporci al totalitarismo della partitocrazia, perché il potere si concentra in mano al suo capo o ad un gruppo ristretto di dirigenti.

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Pubblicato da su 22 novembre 2015 in tutte le notizie, Uncategorized

 

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76 Lettera al Presidente Napolitano

Sassari lì, 21- febbraio 2012

 

All’attenzione del Presidente della Repubblica.

Eminente Presidente, il momento critico della nostra economia, ha portato la società sarda a guardare dentro se stessa e prendere coscienza.

Nel passato ci siamo illusi che la nostra economia e società fosse paragonabile, almeno in parte, a quella italiana; convinti dalla nostra partitocrazia e dal sindacato, che fungevano solo da sedativo, per nasconderci la verità.

Conseguentemente, per decenni è stato imposto un modello socio-economico fallimentare, tenuto in piedi solo con aiuti di stato.

La progressiva stretta creditizia, fiscale e normativa, per rispettare i parametri bancari, nazionali ed europei, ha distrutto la nostra società e di conseguenza, fatto montare il rancore verso coloro che ci hanno lasciato nel mare in piena tempesta.

Il sardo è stato tradito, specie da chi lo rappresentava, come i partiti e i sindacati, che non hanno mai considerato i problemi della nostra società, se non in termini elettorali.

Pertanto, la necessità ha portato a prendere una posizione univoca per difenderci dalla catastrofre in arrivo: la nascita della Consulta dei Movimenti, che rappresenta la maggior parte delle categorie lavorative e dei movimenti della Sardegna, ne è la prova.

La nostra coscienza è oramai decisa e costretta a portare avanti le iniziative, anche verso lo Stato italiano, per far sentire l’enorme malessere della società sarda.

Chiediamo l’apertura di una trattativa con lo Stato, e partecipare attivamente alla stesura di un piano per uscire dalla crisi, oramai irreversibile.

Le cause del disastro, oltre alla gestione clientelare della politica isolana, sono imputabili a quelle norme e procedure indicate in precedenza, che non tengono conto della fragilità della nostra società.

E’ palese, come il mancato rispetto di quei parametri, abbia portato all’attuale persecuzione bancaria e fiscale, e di conseguenza al recupero forzoso di quanto imposto.

Accusiamo la nostra classe politica di aver nascosto la realtà per paura di rendere conto a chi di dovere.

La compressione del disagio sociale porterà presto a una sua esplosione fuori controllo.

Consapevoli delle avvisaglie, e con senso di responsabilità, è nostro dovere informarla su quanto sta accadendo; non vogliamo far la fine della VI armata a Stalingrado, per aver minimizzato lo strangolamento in atto.

Sia nello sport che in guerra, è possibile far mollare la presa quando è palese la differenza di peso con l’avversario.

E’, con nostro rammarico ammettere che le istituzioni create sono formidabili e prive di sentimenti, ma non applicabili al tessuto economico e sociale sardo.

La nostra richiesta è semplice: considerare la Sardegna come un soggetto diverso rispetto al territorio italiano, dove sarà possibile applicare leggi, regolamenti e parametri esclusivi, in mancanza dei quali il tracollo della società sarda sarà certo.

La sua visità avrà senso se prenderà in considerazione le istanze del popolo sardo; senza farsi ingannare dalla classe politica locale, colpevole di celebrare se stessa e che sperpera denaro in opere inutili.

Siamo diversi, sia per cultura, per la lingua, per il tipo di società e soprattutto per l’economia: – “La Sardegna non è come l’Italia”.

Chiediamo che si rispettino le nostre differenze, visto che i 150 anni di unione non ci hanno cambiato.

Siamo vicini ma molto diversi tra noi e ognuno deve avere i propri spazi e le proprie libertà.

Con grandi aspettative, ci rimettiamo al suo impegno per studiare insieme e il più velocemente possibile, una via d’uscita, e salvare almeno quelli che restano, visto che molti stanno già morendo.

 

Un saluto dalla Consulta dei Movimenti.

 
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Pubblicato da su 20 febbraio 2012 in tutte le notizie

 

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75 La storia non si ripete mai…allo stesso modo…(Repubblica Ceca – Grecia)

Nel 1938 le mire espansionistiche della Germania, si stavano spostando a oriente, con la scusa di difendere le minoranze tedesche presenti nella regione dei Sudeti, facente parte della Repubblica Ceca.

Così, come già avvenuto in precedenza con l’Anschluss (annessione) dell’Austria, le minacce di guerra si spostarono verso la vicina Repubblica Ceca.

La politica in difesa della piccola repubblica Ceca, seguita inizialmente da Mussolini, dai francesi e dagli inglesi, svanì quando si volle assecondare Hitler, compromettendo, di fatto, la stabilità politica dell’EUROPA.

Infatti, durante la Conferenza di Vienna, prima gli inglesi, poi gli italiani, si fecero mediatori per convincere (a forza) la Repubblica Ceca ad accettare le condizioni capestro, imposte dalla Germania.

Quello che ne seguì, fu l’abbondono della repubblica Ceca a se stessa, sino alla sua completa invasione, senza muovere un dito.

Le intenzioni erano chiare da subito, ma: la miopia degli altri stati europei, la mancanza di determinazione e il disinteresse per il piccolo stato Ceco portarono al disastro.

Le condizioni politiche e storiche sono cambiate, ma gli appetiti no; purtoppo, oggi come allora, la Germania ha deciso di prendersi con la forza quanto lei crede gli spetti, gli altri stati europei non stanno facendo nulla a riguardo, anzi, favoriscono la sottomissione del piccolo stato greco, portando così alla rovina milioni di greci.

Con quale coraggio potremmo guardare negli occhi il popolo greco dopo aver accettato la sua definitiva resa?

Quale scusa potremmo dare al resto del mondo che sta criticando l’atteggiamento crudele della Germania?

La storia ci sarà testimone, e presto potrebbe toccare a noi, e allora…

 
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Pubblicato da su 13 febbraio 2012 in tutte le notizie

 

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74 Riprendiamoci il nostro territorio.

La situazione economica è entrata in una spirale senza uscita; ci rendiamo conto di aver seguito un modello di sviluppo sbagliato.

Il capitalismo ha fallito: la soluzione proposta con il consumismo, si è rilevata devastante per la nostra società.

I grandi partiti nazionali, sia di destra che di sinistra, insieme ai sindacati, a cui abbiamo lasciato gestire il nostro futuro, sono i responsabili di questo disastro.

In Sardegna ci hanno imposto il modello della grande industria, rilevatosi fallimentare ma utilizzato come stumento del consenso.

Oggi siamo rimasti soli, la Sardegna sta affondando, mentre la nostra classe politica è già in fuga sulle scialuppe di salvataggio.

Cosa non si era fatto pur di ricevere un sussidio, la cassa integrazione o un lavoro precario da queste persone?

Invece, cosa ha fatto la politica a riguardo: equitalia, il prezzo del latte, il trasporto marittimo delle merci e la folle burocrazia?

NULLA!  E allora? 

Se abbiamo messo degli inetti al comando, EBBENE, questi vanno cacciati.

E’ nostro dovere prendere coscienza e voltare pagina; solo all’interno della nostra comunità sarda, potremmo trovare quel porto sicuro dove rifugiarci e costruire il nostro futuro.

L’Italia ci ha tradito e derubato dei nostri sogni; è ora che il popolo sardo si riprenda la propria sovranità, anche dalla nostra seconda matrigna, l’Europa, che ci nega uno sviluppo alternativo.

Non si sente altro che parlare di spreed, di paramentri da rispettare, di quote di produzione, di congruità dei bilanci, di tasse e di sacrifici.

Dove è finito lo sviluppo, il senso di umanità ed equità?

Il problema di fondo è che la Sardegna non è in grado di sostenere i costi eccessivi per stare in Europa; inoltre, le continue vessazzioni fiscali, ridurranno in povertà un numero eccezionale di cittadini.

Le normative e i mercati di riferimento attuali, ci precluderanno qualsiasi sviluppo futuro, ci hanno imposto regole vessatorie e ingiuste, liberiamoci da questi folli. Agiamo subito, uniti per lottare e dare un futuro ai nostri figli.

Quando un popolo prende coscienza, nessuno lo potrà fermare.

Riprendiamoci la nostra Sardegna.

Roberto Seri

 
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Pubblicato da su 4 febbraio 2012 in tutte le notizie

 

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73 La schiavitù della chimica (di Ignazio Manca)

La schiavitù della chimica.

La cultura della chimica fa parte di quel modo di concepire la vita sociale tipico del conformismo secondo cui deve esservi sempre e per ogni problema un’unica soluzione, quella ritenuta politicamente (o sindacalmente ?) corretta. Viceversa, che altri, come giusto che sia, possano dissentire non è ammesso.
L’avversione verso la scelta della grande industria, come unico modello di sviluppo per la Sardegna, che per taluni resta valida ancor oggi, viene vista come un pregiudizio, un paradosso, un falso problema, specie oggi che gli impianti non funzionano più al massimo della potenzialità e quindi della tossicità.
Sul punto, prima di esprimere affrettate sentenze assolutorie, basterebbe dare uno sguardo ai valori di immissione sia nell’aria che in mare delle sostanze inquinanti nei siti interessati. Peraltro, volendo analizzare il significato di una simile scelta, alla resa dei fatti, deludente in termini occupazionali, nonché gravemente penalizzante in termini ambientali, non si deprende il legame  tra la stessa ed un’isola a vocazione turistica e agro pastorale.
In realtà, si è voluto creare un sistema di assistenzialismo clientelare, in grado di garantire perenne sudditanza,  grazie allo status servile, tipico del sardo delle coste, che non solo non è mai stato in grado di respingere le grassazioni dei forestieri ma, molto spesso, né ha potenziato i desideri, apparecchiandogli i tavoli ed impegnandosi a tenerli, ciclicamente, ben imbanditi (dopo l’assalto all’eolico, sarà così anche per le bonifiche?). Come dimenticare i fiumi di denaro riversati verso il colonizzatore di turno, dentro cui beninteso in molti, per una sorta di ricompensa, poterono bagnarsi? Alla rinuncia ai tratti di mare regalati ai mostri inquinatori, fa da contraltare, peraltro in parallelo, la svendita dei gioielli smeraldini in cambio di giardinieri e camerieri.
A nulla è servita tanta insipienza se al giorno d’oggi si replica, invertendo i fattori, con l’arrivo dei grandi centri commerciali stranieri, che fagocitando reddito, offrono in cambio commessi e cassiere. Il mancato reinvestimento dei proventi, tipico del piccolo commercio, deve ritenersi una delle cause dell’impoverimento dei centri urbani, Sassari in primis.
La sacralità delle scelte politiche potrebbe facilmente vacillare se solo si considerasse l’idea di affidare ad una commissione di super esperti, slegati dal palazzo, lo studio dell’attuale crisi alla luce delle risorse naturali ed alla ricerca di nuove forme di sviluppo compatibili con gli altri settori produttivi e rispettose del contesto ambientale. A meno che non si voglia perpetrare in una scelta di verticismo conservatore, con l’auspicio di una perenne sudditanza, senza validazione del territorio. Come sempre!

Ignazio Manca

 
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Pubblicato da su 29 gennaio 2012 in tutte le notizie

 

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72 La mistificazione del liberismo

Con la rivoluzione industriale, il potere economico, non fu più un’esclusiva dello stato; grazie ai potenti privati, si avviò quel fenomeno chiamato – liberismo – incidendo notevolmente sulle sorti delle nazioni.

L’inarrestabile ascesa liberista si concluse tragicamente nel 1929; la folle rincorsa al profitto, fece esplodere la bolla speculativa.

Il dissesto economico e sociale fu di ciclopiche dimensioni, in solo 3 anni, il numero dei disoccupati (tra il 20 e il 25%) arrivò a diversi milioni per stato.

Il disagio sociale fu tale che i governi furono costretti a correre ai ripari con provvedimenti energici.

In Italia, Germania e Unione Sovietica, i rispettivi totalitarismi accentuarono o presero il controllo, di fatto, su tutta l’economia nazionale.

Gli stessi Stati Uniti, costretti a controllare parte della propria economia, avviarono una campagna a sostegno delle classi lavorative.

Stava cambiando, oltre al modello economico, anche il rapporto di forza e di influenza nel mondo, tramutandosi ben presto in una guerra dalle micidiali conseguenze per le inermi popolazioni.

Il conflitto non diede un unico vincitore, infatti, sia America che l’Unione Sovietica, nelle rispettive sfere di influenza, fece proseguire “questo o quel” modello di sviluppo economico.

La “guerra fredda” tra i contendenti terminò con l’esaurimento delle risorse finanziarie del comunismo, evidenziato con la caduta del muro di Berlino.

Così lo statalismo si indebolì a vantaggio del capitalismo, così che il liberismo, nascosto tra le ceneri, riemerse più forte di prima.

Inizialmente il ritorno del privato venne salutato come migliorativo e salutare, per controllare settori, prima di competenza esclusivamente statale.

Le liberalizzazioni avvennero in modalità caotica e mistificatrice, dove una categoria, quella dei politici, venne sostenuta per far accaparrare quanti più beni e aziende statali in svendita.

La classe politica, oramai di nomina oligarchica, accelerò i saldi degli ultimi beni statali.

La cessione della sovranità, prima nazionale, divenne poi continentale; la stessa Europa nascondeva il desiderio di potenti oligarchi, di poter decidere sulle scelte future dei cittadini, che dovevano rendere conto solo ai boiardi comunitari.

Infatti, non esiste un governo continentale, ma solo una grande banca europea che decide: “Chi, cosa, dove e quando” poter fare, e il popolo deve solo ubbidire in silenzio.

Le forze in campo sono micidiali, la nomina d’ufficio dei nuovi governi greci e italiani lo dimostra.

I popoli non hanno ancora compreso la portata degli eventi.

I danni arrecati, stanno mostrando la vulnerabilità del nuovo modello economico e sociale, così, la più grande mistificazione degli ultimi secoli possa finire.

Solo un popolo informato e cosciente è in grado di ribellarsi e sovvertire il sistema messo in atto.

Abbiamo il dovere di destare gli animi del nostro popolo, spesso addormentato e troppo fiducioso nella classe politica, oramai compromessa dalle banche centrali, vere colpevoli della nostra grave situazione economica.

Tutte le leggi emesse negli ultimi anni, erano tutte a favore di poche e potentissime multinazionali e contro la miriade di piccole aziende italiane.

 
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Pubblicato da su 19 dicembre 2011 in tutte le notizie

 

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71 SARDEGNA – Dalla riforma agraria al socialismo reale – (autore: Ignazio Manca)

Che la vocazione socio culturale della Sardegna appartenga al mondo agro-pastorale, con tutte le sue specialità, siano esse positive o negative, è storia. La stessa che per secoli ha accompagnato la vita di ogni popolato dell’interno, dal più grande al più piccolo. A voler ripercorrere insieme le conquiste dei contadini e pastori sardi, sarebbe meritorio, anche se troppo impegnativo. Limitiamo questa breve analisi agli ultimi 60 anni della travagliata storia italiana in generale e sarda in particolare, strettamente legate.

Verso la metà del secolo scorso, le arcaiche condizioni dell’agricoltura in alcune zone del paese suggerivano una iniziativa di giustizia sociale, tanto cara a De Gasperi, che consolidasse la nascente democrazia.

La data storica va segnata nel 1946, allorchè Antonio Segni, ministro dell’agricoltura nel secondo governo De Gasperi, si fece promotore di un complesso di leggi per realizzare il progetto di riforma agraria, la cui esigenza, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, era divenuta sempre più pressante, specie a favore delle regioni più povere. La riforma, il cui principio ispiratore “la terra a chi la lavora”, venne osteggiato da vasti settori della politica, il 12 maggio 1950 partì con una connotazione locale: la “legge Sila”, destinata ad occuparsi della Calabria. Nell’ottobre dello stesso anno, con la “legge stralcio”, venne stralciata dal progetto nazionale, mai realizzato, la posizione delle zone più svantaggiate: Delta Padano, Maremma Toscana, bacino del Fucino, alcune aree della Campania e delle Puglie, ed infine bacino del Flumendosa e altre zone della Sardegna.

Nel maggio del 51, nasceva  così l’Etfas, Ente per la trasformazione fondiaria e agraria in Sardegna.

Da tempo, la questione agraria, spesso intrecciata a quella meridionale, rappresentava un importante capitolo non solo per la  Sardegna ma per la storia italiana. I contadini delle regioni più povere del Paese, in genere asserviti ai proprietari terrieri, rivendicavano, sempre di più, il riconoscimento dei loro diritti, specie ad un lavoro più dignitoso, chiedendo al governo risposte, peraltro, perennemente disattese. A quei tempi lo scenario agrario in Sardegna era desolante. Si risentiva dello squilibrio causato dall’ esistenza di notevoli estensioni terriere, frutto della famigerata “legge delle chiudende”, in mano a pochi latifondisti, che da soli detenevano il 57% della superficie agraria. 

Il dato mal si conciliava con una considerevole frammentazione di una miriade di piccoli appezzamenti, spesso non sfruttabili, non in grado di garantire il minimo di sopravvivenza, lasciati spesso incolti e abbandonati. In simile contesto, la Riforma Fondiaria e Agraria si pose come obiettivo quello di creare migliori condizioni di vita ai contadini, assegnando appezzamenti di terreni a garanzia di un decoroso lavoro. L’Etfas, che si affiancò all’Ente Flumendosa, acquisì un’estesa superficie di terreni derivante da compravendite, espropri, permute oltre che dall’Ente Sardo di Colonizzazione, dando il via a 271 piani di trasformazione.

Lo stesso Antonio Segni, volle dare l’esempio, contribuendo con la cessione di terreni di proprietà.

I terreni individuati erano per lo più pietrosi, ricoperti di macchia mediterranea ed inaccessibili.

Si diede così inizio ad una vasta opera di bonifica e dissodamento, con l’utilizzo di mezzi meccanici all’avanguardia, che consentì di lavorare la terra, preparandola alle successive coltivazioni. Si costruirono strade rurali e interpoderali (811 Km), case coloniche (9.600) da assegnarsi alle famiglie assegnatarie. Nacquero così le borgate rurali (21), dotate di asili, scuole, chiese, centri sociali, ambulatori medici, elettrodotti (494 Km.) ed acquedotti (452 Km.).

Alla fine dei lavori, ben 65.000 ettari di terreno vennero consegnati ai contadini, suddivisi in oltre tremila appezzamenti fra poderi e quote. Sul territorio nazionale furono complessivamente espropriati oltre 800.000 ettari.

Sulla riforma agraria discordi sono state le opinioni di storici e studiosi, molti dei quali videro in essa l’insorgere del clientelismo, fenomeno che non favorì di certo lo sviluppo delle campagne. Tuttavia, la spinta innovatrice non si fermò alla prima conquista, portando col tempo al riconoscimento, in materia di rapporti agrari, di notevoli diritti a favore dei lavoratori, certamente inimmaginabili nella prima metà del secolo scorso. Di notevole impatto fu nel 1971 la “De Marzi- Cipolla”, per taluni “legge  comunista”, che rimodulava le norme in materia di patti agrari e di affitto di fondi rustici. Dopo la “legge delle chiudende” senz’altro il provvedimento legislativo che ha inciso più profondamente sui rapporti economici di chi operava nelle campagne. In particolare, mutò il regime dei contratti d’affitto e di mezzadria, tanto da indurre, col passare del tempo, i grandi latifondisti a cedere le proprietà a favore dei coltivatori. Avvenne in tal modo, una mutazione quasi naturale, consensuale o meno, che portò, dopo secoli di sfruttamento e di acredine all’identificazione della proprietà terriera con la manodopera. Possiamo ben dire, che la politica, molto spesso parafulmine di ogni male, abbia in questo caso, con le sue scelte, favorito il realizzarsi del socialismo, tanto agognato dal mondo agro-pastorale sardo.

Se notevole fu l’apporto dato dalla politica, specie del vecchio PCI, al raggiungimento dell’agognato sogno, di converso, per i nuovi proprietari terrieri, il mutamento di classe sociale ed economica significò la perdita d’interesse da parte delle forze politiche tradizionali, ormai adusa al più facile clientelismo assistenziale.

Che negli ultimi tempi  il mondo agro-pastorale,  nonostante gli aiuti a profusione ricevuti in passato, versi in una grave crisi, ben merita un approfondimento.

Ignazio Manca

 
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Pubblicato da su 7 dicembre 2011 in tutte le notizie

 

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