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71 SARDEGNA – Dalla riforma agraria al socialismo reale – (autore: Ignazio Manca)

07 Dic

Che la vocazione socio culturale della Sardegna appartenga al mondo agro-pastorale, con tutte le sue specialità, siano esse positive o negative, è storia. La stessa che per secoli ha accompagnato la vita di ogni popolato dell’interno, dal più grande al più piccolo. A voler ripercorrere insieme le conquiste dei contadini e pastori sardi, sarebbe meritorio, anche se troppo impegnativo. Limitiamo questa breve analisi agli ultimi 60 anni della travagliata storia italiana in generale e sarda in particolare, strettamente legate.

Verso la metà del secolo scorso, le arcaiche condizioni dell’agricoltura in alcune zone del paese suggerivano una iniziativa di giustizia sociale, tanto cara a De Gasperi, che consolidasse la nascente democrazia.

La data storica va segnata nel 1946, allorchè Antonio Segni, ministro dell’agricoltura nel secondo governo De Gasperi, si fece promotore di un complesso di leggi per realizzare il progetto di riforma agraria, la cui esigenza, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, era divenuta sempre più pressante, specie a favore delle regioni più povere. La riforma, il cui principio ispiratore “la terra a chi la lavora”, venne osteggiato da vasti settori della politica, il 12 maggio 1950 partì con una connotazione locale: la “legge Sila”, destinata ad occuparsi della Calabria. Nell’ottobre dello stesso anno, con la “legge stralcio”, venne stralciata dal progetto nazionale, mai realizzato, la posizione delle zone più svantaggiate: Delta Padano, Maremma Toscana, bacino del Fucino, alcune aree della Campania e delle Puglie, ed infine bacino del Flumendosa e altre zone della Sardegna.

Nel maggio del 51, nasceva  così l’Etfas, Ente per la trasformazione fondiaria e agraria in Sardegna.

Da tempo, la questione agraria, spesso intrecciata a quella meridionale, rappresentava un importante capitolo non solo per la  Sardegna ma per la storia italiana. I contadini delle regioni più povere del Paese, in genere asserviti ai proprietari terrieri, rivendicavano, sempre di più, il riconoscimento dei loro diritti, specie ad un lavoro più dignitoso, chiedendo al governo risposte, peraltro, perennemente disattese. A quei tempi lo scenario agrario in Sardegna era desolante. Si risentiva dello squilibrio causato dall’ esistenza di notevoli estensioni terriere, frutto della famigerata “legge delle chiudende”, in mano a pochi latifondisti, che da soli detenevano il 57% della superficie agraria. 

Il dato mal si conciliava con una considerevole frammentazione di una miriade di piccoli appezzamenti, spesso non sfruttabili, non in grado di garantire il minimo di sopravvivenza, lasciati spesso incolti e abbandonati. In simile contesto, la Riforma Fondiaria e Agraria si pose come obiettivo quello di creare migliori condizioni di vita ai contadini, assegnando appezzamenti di terreni a garanzia di un decoroso lavoro. L’Etfas, che si affiancò all’Ente Flumendosa, acquisì un’estesa superficie di terreni derivante da compravendite, espropri, permute oltre che dall’Ente Sardo di Colonizzazione, dando il via a 271 piani di trasformazione.

Lo stesso Antonio Segni, volle dare l’esempio, contribuendo con la cessione di terreni di proprietà.

I terreni individuati erano per lo più pietrosi, ricoperti di macchia mediterranea ed inaccessibili.

Si diede così inizio ad una vasta opera di bonifica e dissodamento, con l’utilizzo di mezzi meccanici all’avanguardia, che consentì di lavorare la terra, preparandola alle successive coltivazioni. Si costruirono strade rurali e interpoderali (811 Km), case coloniche (9.600) da assegnarsi alle famiglie assegnatarie. Nacquero così le borgate rurali (21), dotate di asili, scuole, chiese, centri sociali, ambulatori medici, elettrodotti (494 Km.) ed acquedotti (452 Km.).

Alla fine dei lavori, ben 65.000 ettari di terreno vennero consegnati ai contadini, suddivisi in oltre tremila appezzamenti fra poderi e quote. Sul territorio nazionale furono complessivamente espropriati oltre 800.000 ettari.

Sulla riforma agraria discordi sono state le opinioni di storici e studiosi, molti dei quali videro in essa l’insorgere del clientelismo, fenomeno che non favorì di certo lo sviluppo delle campagne. Tuttavia, la spinta innovatrice non si fermò alla prima conquista, portando col tempo al riconoscimento, in materia di rapporti agrari, di notevoli diritti a favore dei lavoratori, certamente inimmaginabili nella prima metà del secolo scorso. Di notevole impatto fu nel 1971 la “De Marzi- Cipolla”, per taluni “legge  comunista”, che rimodulava le norme in materia di patti agrari e di affitto di fondi rustici. Dopo la “legge delle chiudende” senz’altro il provvedimento legislativo che ha inciso più profondamente sui rapporti economici di chi operava nelle campagne. In particolare, mutò il regime dei contratti d’affitto e di mezzadria, tanto da indurre, col passare del tempo, i grandi latifondisti a cedere le proprietà a favore dei coltivatori. Avvenne in tal modo, una mutazione quasi naturale, consensuale o meno, che portò, dopo secoli di sfruttamento e di acredine all’identificazione della proprietà terriera con la manodopera. Possiamo ben dire, che la politica, molto spesso parafulmine di ogni male, abbia in questo caso, con le sue scelte, favorito il realizzarsi del socialismo, tanto agognato dal mondo agro-pastorale sardo.

Se notevole fu l’apporto dato dalla politica, specie del vecchio PCI, al raggiungimento dell’agognato sogno, di converso, per i nuovi proprietari terrieri, il mutamento di classe sociale ed economica significò la perdita d’interesse da parte delle forze politiche tradizionali, ormai adusa al più facile clientelismo assistenziale.

Che negli ultimi tempi  il mondo agro-pastorale,  nonostante gli aiuti a profusione ricevuti in passato, versi in una grave crisi, ben merita un approfondimento.

Ignazio Manca

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1 Commento

Pubblicato da su 7 dicembre 2011 in tutte le notizie

 

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Una risposta a “71 SARDEGNA – Dalla riforma agraria al socialismo reale – (autore: Ignazio Manca)

  1. Paulu Biancu

    7 dicembre 2011 at 08:54

    La spiegazione é molto puntuale e da una spiegazione coerente di quanto é successo in Sardegna negli ultimi sessanta anni. Facendo una comparazione con quanto ancora succede, possiamo notare come sia allora che oggi i Politici Sardi a Roma pensassero di trasferire fondi pubblici a Cagliari (per non essere tacciati da inutili mangiapane a tradimento) e, da quì al territorio sardo, in modo che (dopo tutte le scremature possibili) piccoli resti potessero arrivare anche a chi ne avesse bisogno. Peccato che la classe politica sarda, ma anche altri, si siano mai occupati che i finanziamenti per Opere Pubbliche potessero produrre REDDITO. Il più delle volte, anche oggi, si fanno le tante Opere Pubbliche vengono lasciate in balia di chissà quali eventi perché mancano le persone in grado di gestirle. In Sardegna, abbiamo troppo spesso scambiato il termine PROGRESSO inteso quasi sempre come sinonimo di CIVILTA’ e ci siamo convinti che tutto ciò che andava bene per altri non aveva alcun bisogno di essere adattato alle condizioni del nostro territorio, perché NOI eravamo in ritardo e stavamo sbagliando in quanto non capivamo lo sviluppo che ci prospettavano come un grande Miracolo. Ci siamo dimenticati, ma perché ce l’hanno fatta dimenticare, togliendola dai libri di storia, della Civiltà dei Nuraghi e dei Popoli del Mare, di cui siamo stati interpreti di un certo peso, non a caso. Forse, se ne avessimo ricordato la struttura e l’impianto sui quali la stessa si basava, non ci saremmo trovati a dipendere sempre dagli altri e dai loro progetti. Raddrizziamo la schiena e dimostriamo che siamo ancora gli stessi di una volta. Se vogliamo gestire il nostro Territorio abbiamo bisogno di disseppellire le nostre conoscenze antiche, lasciate nel dimenticatoio, anche a causa di forti iniezioni di “modernità senza senso” – non associate a nessun portato di Civiltà ulteriore – un mezzo che ha illuso i tanti che hanno creduto nella fusione perfetta con la Penisola Italiana. Ancor oggi paghiamo le conseguenze di un sogno impossibile e le continueremo a pagare se non riusciremo a riscoprire quel modo di gestire antico, fatto di condivisione orizzontale tra tutti coloro che partecipavano al processo produttivo, gestito secondo uno scopo che si basava su “ACORDIU e interesse de sa COMUNA” e non secondo gli interessi dell’accumulazione, fine a sé stessa. Detta struttura produttiva includeva tutti i lavoratori di un dato territorio organizzato.

     

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