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Il federalismo nella storia e il suo possibile utilizzo

L’interesse umano per la politica si concentra su tre temi generali: sulla ricerca della giustizia per la realizzazione dell’ordine politico; sul tentativo di comprendere la realtà empirica del potere politico e del suo esercizio; sulla creazione di un ambiente adeguato nella società e nella comunità civile, in modo da integrare i primi due elementi e produrre una vita politica armoniosa.

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Le comunità politiche nascono con: la conquista; lo sviluppo organico; con il patto.

  • la conquista; determina regimi organizzati gerarchicamente e sono governati in modo autoritario; il fine dei conquistatori è quello di controllare il vertice, i suoi agenti sono nel mezzo e il popolo alla base. L’Egitto dei faraoni è la miglior rappresentazione antica, quella dei totalitarismi sono la versione moderna.
  • lo sviluppo organico parte dalle famiglie, dalle tribù, dai villaggi sino alle comunità più estese, permettono l’emersione naturale di relazioni e istituzioni in risposta alle tensioni generate dalle frizioni tra tradizioni e cambiamento. Se la conquista determina regimi autoritari, lo sviluppo organico genera regimi oligarchici, ritenuto naturale dai filosofi politici.
  • L’unione volontaria di comunità di esseri umani eguali, costituita da un insieme di corpi politici distinti, con il patto riaffermano la loro uguaglianza, conservano i diritti fondamentali, hanno in pratica un carattere federale e sono caratterizzate da un’ampia partecipazione al disegno costituzionale. Tali comunità sono repubblicane per definizione e al loro interno il potere è diffuso tra i diversi centri e celle della stessa matrice. Il patto era ricorrente nelle tribù dell’antica Israele contro il Faraone, tra i comuni ribelli contro l’imperatore del Sacro Romano Impero e tra i ribelli protestanti contro la gerarchia cattolica al tempo della Riforma. In generale la colonizzazione di nuove aree favorisce lo sviluppo federale per mezzo del patto.

Secondo il racconto biblico Dio e gli uomini fecero un patto tra due parti, cioè una relazione di tipo federale, tale da renderli corresponsabili del benessere del mondo, in cui i poteri illimitati di Dio venivano limitati dall’alto grado di libertà consesso agli uomini, in pratica un’associazione di diritto pubblico, che implica una serie di obbligazioni, a differenza degli obblighi assai più limitati del diritto privato tra uomini.

Il termine federale deriva dal latino foedus, mentre il termine brit sta a significare patto in ebraico, stanno a significare la stessa cosa. Shalom è la parola ebraica che significa pace è imparentata con brit, perché solo il patto può garantire una pace autentica.

Quando viene costituito un sistema politico basato sul patto, si costituiscono delle strutture federali in cui sono presenti almeno due arene, piani, sfere, ordini o livelli, ciascuno dotato di legittimità indipendente, di un posto costituzionalmente garantito e un processo di governo.

Il federalismo è un principio che in sintesi definisce la giustizia politica e modella il comportamento politico degli uomini, in modo tale da prevenire la tirannia senza che venga impedita la governabilità.

È coerente con la psicologia e con l’antropologia umana, fondatrici della teoria pattizia all’origine delle relazioni umane, obbliga chi è interessato ai fenomeni politici a considerare soprattutto questioni di comportamento politico, istituzionale, di gruppo e individuale.

I principi federali nascono dall’idea che i popoli liberi possono unirsi per perseguire fini comuni, preservando le rispettive integrità, entrando liberamente in associazioni politiche durevoli, in quanto il federalismo è un potere politico sia diffuso che concentrato, fondato sulla libertà.

Le istituzioni federali si diffondono sia per integrare nuove comunità che per conservarne le diversità interne, così come collegare tra loro le comunità al fine di ricavarne vantaggi economici e di maggior sicurezza.

La federazione è una comunità composta da forti entità costitutive e da un forte governo generale, ciascuno con il proprio potere delegato dal popolo e autorizzato a trattare con i cittadini.

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La struttura su cui si basa il federalismo è una divisione dei poteri: da un lato il potere governativo generale o federale, dall’altro i governi costitutivi o statali. La divisione del potere riguarda l’intera struttura governativa delle comunità su basi non centralizzate, cioè i poteri sono diffusi in molti centri anziché centralizzati. Il federalismo è stato usato per unificare popoli separati e per conseguire scopi importanti ma limitati.

Il sistema federale israelitico sopravvisse per quasi seicento anni, prima di venire distrutto dai conquistatori stranieri.

Le città greche, invece, sperimentarono istituzioni di tipo confederale, per la difesa e la cooperazione tra città, come la Lega Achea e quella Etolica.

Durante l’Impero Romano vennero creati dei protettorati o foederae, ma come i greci e per la loro natura imperialista, non prestarono molta attenzione ai principi federali.

Per certi versi il feudalesimo viene spesso considerato la manifestazione di alcuni principi federali, vista la perenne debolezza politica dei sovrani, costretti a sostenere dei cerimoniali quando si accostavano alle porte delle libere città, per accettare o riconfermare gli statuti cittadini.

Il Sacro Romano Impero può essere considerato un esperimento federale in embrione, definito da Dante Alighieri una sorta di federalismo imperiale.

Nella penisola iberica vennero adottate forme organizzate di tipo federale, dette del fuero, governi locali con istituzioni abbastanza libere, con il fine di garantire la ricolonizzazione del territorio strappato all’Islam. Dopo l’unificazione della Spagna, con il matrimonio di Ferdinando e di Isabella, si unirono secondo elementi federali le Corone di Aragona e di Castiglia, ma come tutte le monarchie multiple, come quella degli Asburgo, finirono per dimostrarsi regimi poco democratici, che stimolavano la frantumazione anziché l’associazione.

A partire dal XII secolo, prima alcuni commercianti, poi alcune città, favorirono la nascita di patti tra loro, dettero origine alla Lega Anseatica, denominata Hansa, per controllare i commerci nel mare del Nord e del Baltico, nel periodo di massima espansione favorì la nascita di patti tra circa novante città libere del nord Europa.

Con la Riforma Protestante vennero rispolverate le Antiche Scritture e i principi federali, furono d’ispirazione per la costruzione statutale delle Provincie Unite dei Paesi Bassi e della Confederazione Elvetica in Svizzera, per quasi duecento anni riuscirono a frenare le invadenze degli stati nazionali.

Lo stato nazionale moderno, basato sul principio centralistico, gerarchico e statalista dell’assolutismo, è nato in Europa dopo la rivolta dei Paesi Bassi contro la Spagna nel 1568, e il Trattato di Utrecht del 1714, con il riconoscimento di precise entità nazionali su basi territoriali.

La teoria su cui si basa lo stato nazionale moderno ha origine dagli studi del francese Jean Bodin nel 1576, presentati nei suoi Sei libri dello Stato, capaci di plasmare le menti degli uomini al fine di accettare la legittimità e l’unicità della nuova organizzazione politica.

I principi dello stato nazionale moderno, si basano su 1) una fondamentale uguaglianza sociale per la condivisione del potere, 2) sul conflitto tra autogoverno locale e un forte governo centrale e 3) sul problema della leadership esecutiva e sulla successione, si scontrarono molto presto con i principi federali come: 1a) le gerarchie del feudalesimo, 2a) la tolleranza per le diversità locali, 3a) risolto poi con la presidenza elettiva dagli Stati Uniti.

Il progetto federale in Europa cadde definitivamente con l’arrivo delle armate di Napoleone Bonaparte, che esportarono a suon di cannonate il centralismo giacobino, che aveva appena sconfitto l’assolutismo monarchico.

Nonostante la successiva sconfitta di Napoleone Bonaparte a Waterloo, il modello di stato reificato non venne più messo in discussione e la sua ideologia divenne un modello dominante in tutta Europa.

Nelle colonie americane i Padri fondatori si erano occupati di reinventare il federalismo in chiave moderna, in quanto avevano rifiutato il corporativismo di stampo medievale.

Il nuovo governo federale degli Stati Uniti operava in favore degli stati, ognuno dei quali con pieni poteri delegatigli dal popolo per mezzo di una Costituzione scritta.

Dopo la caduta di Napoleone anche la Svizzera riuscì a sfilarsi dall’influenza centralista, che a seguito dell’esperienza americana, trasformarono il vecchio sistema federale in una federazione moderna.

La repressione dei gruppi nazionalisti su base regionale è stato il fattore che ha connotato la Spagna a partire dal XIX secolo, che invece aveva adottato la teoria di uno stato sempre più centralizzato.

Il modello giacobino-marxista, che chiameremo centralista, delegittima lo Stato nazionale attraverso lo sgretolamento delle sovranità, sotto la spinta di preoccupazioni di tipo economico, militare o ambientale.

La scienza politica considera i principi giacobini-marxisti come la contemplazione di uno Stato reificato organizzato secondo il modello centro-periferia, allo stesso modo delle teorie manageriali appartenenti alla direzione delle grandi società del XX secolo.

Nella scienza politica moderna ha prevalso il modello centro-periferia di matrice giacobina, rafforzato dalla dottrina marxista, hanno finito per far prevalere l’ideologia centralista di stato unitario, in contrapposizione con il modello federale, che invece si basa sulle comunità, ne conserva l’integrità e preserva le libertà dei cittadini.

Lo stato nazionale moderno, nelle sue manifestazioni giacobine, afferma di essere il giusto compromesso tra territorio, governo e popolo, e di possedere un centro comune, al contrario del modello federale, che oltre a risolvere il problema dell’unità politica all’interno della comunità tiene conto delle diversità.

Il motto giacobino la repubblica è una e indivisibile è incompatibile con la teoria politica del federalismo perché non contempla i confini territoriali ma la sovranità statuale.

Gli stati nazionali moderni si sviluppano su identità politiche preesistenti o attraverso l’acquisizione di un’identità politica nazionale.

Il federalismo è un processo di integrazione politica è trova la sua logica nello Stato nazionale.

I confini di uno stato restano inviolabili per i principi federali, ma si oppongono al motto giacobino: la repubblica è una e indivisibile.

Il federalismo a differenza del modello giacobino-marxista fonda la propria teoria su un sistema [non centralizzato] e sulla partecipazione al potere.

Nel federalismo non esistono maggioranze o minoranze semplici, ma pluralità di gruppi che tutelano i loro interessi in maggioranze composite.

Il federalismo favorisce la diffusione costituzionale del potere, in modo tale che, gli elementi costitutivi, possano partecipare al processo di elaborazione comune della politica e dell’amministrazione, secondo regole, conservando la loro integrità.

Nel mondo esistono circa 3000 gruppi etnici consci delle proprie identità. Su 160 Stati sovrani più di 140 sono multietnici.

I Popoli e gli Stati devono poter esaminare le soluzioni federali per risolvere le problematiche di integrazione politica in istituzioni democratiche.

La miglior definizione di federalismo è quella di autogoverno perché:

1) prevede la partecipazione al governo;

2) supere il problema della sovranità;

3) integra, ma non cerca di sostituire o sminuire i legami organici esistenti.

Il federalismo è un mezzo che si propone di ottenere un’integrazione politica basata sulla combinazione di autogoverno, con la partecipazione al governo e la distribuzione del potere.

I veri sistemi federali manifestano il loro attaccamento al federalismo secondo modalità culturali, fondate sulla cooperazione negoziata, oltreché costituzionali e strutturali.

La diffusione del potere rimane la chiave legittima in favore del federalismo e della non centralizzazione, che a differenza del decentramento è un diritto anziché una concessione, infatti, la legittimazione del sistema federale deriva dalla costituzione.

Sia il governo federale che gli stati federati ricevono la piena autorità direttamente dal popolo, alcune attività vengono condivise, altre vengono elaborate in proprio.

La piramide del potere rappresenta bene la gerarchia dei sistemi governativi classici, laddove il sistema federale distribuisce i poteri senza una graduazione.

L’interesse primario del federalismo è la libertà, quindi il compito di stila la Costituzione è quello di dare a ciascun popolo un regime che garantisca la libertà e al contempo un certo potere coercitivo.

Il federalismo può esistere dove sia presente una grande tolleranza per le diversità; il consenso è il requisito fondamentale piuttosto che il potere coercitivo.

La libertà federale si basa inizialmente sulle convenzioni della civiltà secondo la visione puritana, in concorrenza con la libertà naturale del buon selvaggio, secondo l’idea rousseauiana, che altresì può sopravvivere solo nelle regioni selvagge, dove il contatto con gli altri è limitato.

Per tutelare la democrazia è necessario sia preservare che contenere il pluralismo, il federalismo è lo strumento ideale per mantenere il giusto equilibrio e mantenere un governo decentralizzato.

La struttura costituzionale del sistema federale è l’unico argine che permette di contenere i partiti politici nazionali centralizzati e disciplinati, il cui fine è centralizzare il sistema a spese del pluralismo.

La Costituzione scritta è un prodotto del federalismo, è diventato lo strumento per regolarizzare una società di stampo federale:

1) quale quadro di governo e protettrice dei diritti, caratteristico nel modello degli Stati Uniti, non è molto specifica, in quanto le Costituzioni americane stabiliscono i poteri dei governi e non degli stati, e in caso di riforma devono mantenersi in sintonia con il cambiamento della società;

2) è un codice, perché rispecchia la realtà della società e tende ad essere molto rigida e richiede tempo prima di essere modificata;

3) è uno statuto sociale o manifesto rivoluzionario, tipico nei paesi socialisti, in cui venivano stabiliti i miti sullo stato e sulla società comunista;

4) come ideale politico, tipica nei paesi del Terzo Mondo;

5) come un adattamento di un’antica Costituzione, come quella britannica, la Magna Charta in età medievale, la Bill of Right ai tempi della Gloriosa Rivoluzione e la Reform Act del 1832.

La Costituzione italiana del 1948 ha preso in prestito dalla Costituzione repubblicana spagnola, precedente alla guerra civile, molte delle sue parti, come il suo sistema regionale, basato su patti bilaterali, che in Spagna sono un adattamento all’antico sistema dei fueros.

Le relazioni tra governi federali, statali e locali vengono definite intergovernative.

Il federalismo è una forma di autogoverno, si basa su maggioranze disperse su base territoriale, viene ben rappresentato durante le elezioni presidenziali statunitensi e i referendum costituzionali svizzeri.

Il consociativismo si fonda su maggioranze concorrenti di carattere non territoriale, e tende a coinvolgere le forze dell’opposizione al governo, viene attuato in Olanda, in Austria e in Israele.

Sia il federalismo che il consociativismo sono forme distinte di organizzazione politica, che mirano a costruire maggioranze più ampie all’interno delle comunità, al posto di maggioranze semplici, ma in nessun caso possono essere considerate espressioni politiche carenti di una democrazia maggioritaria.

La struttura consociativa disciplina i diversi gruppi, schieramenti o pilastri, religiosi, etnici, culturali o sociali, attorno ai quali è organizzata una particolare comunità, investiti nel processo di partecipazione concorrente al governo.

Il politologo olandese Arend Lijphart ha individuato nel federalismo cinque attributi principali:

  • Una Costituzione scritta che specifichi la divisione dei poteri che garantisca sia il governo centrale sia a quelli regionali che i poteri loro attribuiti non possano essere loro sottratti.
  • Un’assemblea legislativa nella quale una camera rappresenta il popolo nel suo insieme e l’altra le unità che compongono la federazione.
  • La rappresentanza più che proporzionale delle unità componenti più piccole nella camera federale.
  • Il diritto delle unità componenti di essere coinvolte nel processo di emendamento della Costituzione federale e di cambiare unilateralmente le proprie Costituzioni.
  • Un governo decentrato, vale a dire che la fetta di potere dei governi regionali in una federazione è relativamente grande rispetto a quella dei governi regionali degli Stati unitari.

La democrazia consociativa si caratterizza, innanzitutto, per le grandi coalizioni e per l’autonomia per segmenti, secondariamente per la proporzionalità e il veto di minoranza.

  • La coalizione è una condivisione del potere, in cui i leader politici di tutti i segmenti significativi della società governano congiuntamente il governo.
  • L’autonomia è la delega ricevuta durante il processo decisionale dal singolo segmento.
  • La proporzionalità è la norma di base per la rappresentanza politica, di nomina nell’amministrazione statale e di assegnazione di fondi pubblici.
  • Il veto è la garanzia per le minoranze, che non verranno travolte dal voto delle maggioranze quando sono in gioco i loro interessi vitali.

Diversi studiosi hanno sostenuto che i regimi consociativi sono democratici per natura, a differenza dei regimi federali che possono esserlo o meno.

Se si crede che il pluralismo sia un aspetto fondamentale della libertà, si deve considerare prioritaria la tutela di un sistema federale, che si fonda sul presupposto che ci siano relazioni con più parti, che rappresentano l’essenza delle relazioni umane. Per i federalisti la dialettica principale è quella tra libertà e stato, a differenza degli anarchici che esaltano la libertà come principio centrale ma considerano lo stato un fenomeno non legittimo.

Altri modelli di democrazia ritengono l’uguaglianza una precondizione costituzionale, preferendo un minor grado di libertà a patto di raggiungere un’uguaglianza assoluta; contrariamente ai federalisti che considerano la libertà il cardine di una società libera, anche se meno uguale, perché una società democratica libera che punta sull’uguaglianza assoluta alla fine perderà entrambe.

Gli obiettivi politici del federalismo devono, almeno in parte, fare riferimento a:

1) l’istituzione di ordinamenti efficienti;

2) la creazione di una comunità funzionante;

3) la costituzione di una comunità politica equa;

4) la realizzazione di un ordine morale giusto.

Il federalismo si basa su principi repubblicani di partecipazione alla cosa pubblica, che deve appartenere al suo popolo e non può tramutarsi nella proprietà privata di qualcuno o di un gruppo.

Il requisito principale del federalismo è la relazione tra individui e istituzioni sia fondata sull’associazione e sulla cooperazione, la cui realizzazione non sia a scapito delle rispettive integrità.

Il sistema svizzero è la prima federazione moderna ad essere fondata sulle differenze etniche e linguistiche, degne di essere tutelate.

Il sistema canadese è basato su una società multiculturale e sull’idea che un sistema federale possa essere combinato con un regime parlamentare sul modello di Westminster.

Gli americani adottarono la territorialità quale base legittima dell’organizzazione politica, ma aderirono al progetto federale partendo anche da motivazioni differenti.

Nella fase iniziale solo sulla neutralità territoriale, poi sulle comuni forme di credo religioso, quindi sul pluralismo di casta, così come sul modello associativo, infine su un pluralismo radicale di singoli senza legami: familiari, politici, etnici e politici.

Il primo modello di libertà intende mantenere l’identità di gruppo accettando il modello di mercato basato su regole condivise, il secondo vuole costruire comunità ciascuna con il proprio modo di vivere, chiarendo chi, cosa e dove costruire, il terzo modello costruito a spese degli altri è stato giudicato carente dei principi federali, il quarto enfatizza la libertà di mercato e le regole di gioco ma afferma che ogni individuo afferma la propria libertà scegliendo un’associazione, il quinto modello mette in discussione le stesse regole del gioco o che esistano regole condivise, non a caso la California è lo stato che i puristi del sistema federale americano potrebbero fare a meno.

Per esempio nello stato di New York la  si sviluppò un pluralismo di mercato; in Pennsylvania secondo la dottrina religiosa quacchera, introdotta dal suo fondatore William Penn; nel Massachusetts sulla purezza del proprio credo religioso; nel New England sulla difesa comune difesa contro gli Indiani d’America; in Virginia sul pluralismo di casta che separava i bianchi dai neri; nell’Ohio e nel Midwest sul pluralismo delle associazioni o confraternite; infine abbiamo il pluralismo radicale di individui della California, dove i singoli non hanno bisogno di mantenere legami permanenti con altri individui o con i gruppi, forma di pluralismo diffusasi alla fine degli anni Sessanta.

Nel federalismo svizzero prevalgono gli accordi consociativi, qualcosa di molto vicino ai principi della maggioranza concorrente di Calhoun, attestano la Svizzera come la patria in cui le decisioni politiche vengono prese molto lentamente, gli svizzeri lavorano molto ma preferiscono fare una cosa alla volta e il governo decide solo dopo che il processo di costruzione del consenso sia stato completato.

La Corte Suprema degli Stati Uniti è la più importante tra le grandi corti costituzionali, a differenza della Svizzera che non riconosce una grande importanza alla propria Corte Costituzionale.

In ogni sistema federale è possibile una certa tensione tra governo federale e le comunità: negli Stati Uniti la questione razziale è un problema ancora attuale tra gli stati e il governo federale; in Canada la questione è culturale; in India il problema è linguistico.

I sistemi federali hanno successo laddove le unità costitutive mantengono i loro confini stabili, falliscono quando delle comunità politiche più importanti si federano su basi paritarie con comunità minori, perché vengono ridotte le possibilità di guidare un paese o mantenere delle relazioni federali stabili nel paese, come il caso della Prussia nel XIX secolo all’interno dell’Impero Federale Tedesco, e del Partito Comunista nella Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa e nella Repubblica Socialista Jugoslava.

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Pubblicato da su 29 marzo 2018 in Uncategorized

 

La nascita della partitocrazia spiegata da John Calhoun

014 La partitocrazia spiegata da John Calhoun

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Per comprendere appieno il senso delle istituzioni e il ruolo della politica negli stati moderni è inimmaginabile non prendere in considerazione la figura di John Caldwell Calhoun, tra le menti più brillanti e acute del XIX secolo, politico americano del Sud, definito da Massimo Salvadori[1] come un genio imbarazzante per la sua proverbiale capacità di analisi; Gianfranco Miglio lo definì come un duro realista, un politico che non sogna mai, nemmeno di notte; un uomo che profetizzo, in anticipo sui tempi, i conflitti irrisolti all’interno delle democrazie sostenute da maggioranze semplici, ci rammenta Luigi Marco Bassani[2]

Nonostante la cultura americana abbia fatto di tutto per dimenticarlo e sminuirlo, in quanto rappresentante schiavista, è stato il vero campione del Sud nella lotta contro il Nord prima della guerra civile, dotato di un genio politico immenso, paragonabile alla generazione degli Adams, degli Hamilton, dei Jefferson e dei Madison, che hanno costruito gli Stati Uniti d’America.

La vita politica di John C. Calhoun venne determinata durante la guerra anglo-americana del 1812, quando iniziò a occuparsi di affari militari e di questioni bancarie, consentendoli di conoscere a fondo le diverse problematiche e di mostrare le sue doti, infatti, già nel 1815 venne eletto segretario alla guerra, poi nel 1825 vicepresidente degli Stati Uniti, durante la travagliata presidenza di John Quincy Adams, il quale si era fatto promotore di una serie di politiche economiche interventiste ispirate dal segretario di stato Henry Clay, sostenitore del sistema americano, un programma di sviluppo economico che prevedeva la creazione di una banca nazionale e un grandioso piano di costruzione di canali, ferrovie, porti e il potenziamento delle industrie manifatturiere.

Il programma attingeva le risorse dalla fiscalità generale, per mezzo di tariffe protezioniste in favore del nascente apparato industriale del Nord ma a danno delle produzioni di cotone e canapa del Sud di proprietà di grandi esportatori e importatori.

Il protezionismo aumentava l’inflazione senza portare alcun beneficio ai salari, perché per a detta di Calhoun: se non vi è commercio basato sulle esportazioni non vi sono importazioni, tagliando le esportazioni si tagliano del pari le importazioni.

Quando venne approvato dal Congresso il Tariff Act nel 1828, la Tariffa dell’abominio, gli oneri a carico degli importatori raggiunsero il 50% del valore delle merci importate, i più colpiti furono i grandi proprietari del Sud, che iniziarono a farsi promotori di politiche volte a difesa del Sud agricolo.

Il risultato delle tariffe costrinse Calhoun a valutare l’ipotesi della secessione, sia dal punto di vista giuridico che fattuale: Scopo della secessione è quello di liberare il membro che si ritira dagli obblighi dell’associazione dell’unione, il suo obiettivo diretto e immediato, per quanto concerne il membro che si ritira, è la dissoluzione dell’associazione o dell’unione, al contrario lo scopo dell’annullamento è di confinare l’agente entro i limiti dei suoi poteri, impedendone gli atti che li trascendono, non al fine di distruggere i poteri delegati o fiduciari, ma di conservarli, obbligando l’agente a rispettare lo scopo per il quale il rapporto fiduciario è stato creato; ed esso è applicabile solo ai casi in cui l’agente trascenda i poteri fiduciari o delegati.

Negli anni della presidenza Jackson, dopo essere stato nominato vicepresidente, Calhoun si rese conto dei limiti normativi della democrazia costituzionale americana, arrivò presto alla completa rottura dei rapporti con il Presidente, fino a diventare il paladino del sud, iniziò così a teorizzare una nuova dottrina politica, alla ricerca di una federazione perfetta, in cui veniva data voce ad una maggioranza concorrente, ossia il diritto di veto concesso ai grandi gruppi di interessi reali, come quelli sudisti, che non si basavano su singoli individui ma su aggregati di comunità.

Calhoun cambiò opinione in merito al presidente Andrew Jackson, quando questi avviò la politica dello spoils system, dove i sostenitori del presidente venivano ricompensati con cariche pubbliche.

I grandi temi sulla tassazione e sulla spesa pubblica convinsero Calhoun a divenire un fiero sostenitore dell’autonomia politica, in quanto è l’apparato del governo a dispensare benefici, prebende e a nutrire fenomeni di clientelismo, che diventano poi di natura parassitaria.

L’assalto alla diligenza governativa stava portando inevitabilmente la società ad abbandonare i canoni repubblicani e costituzionali, ci si stava spingendo verso l’idolatria della maggioranza semplice.

Gli Stati del Sud avevano sposato da tempo la filosofia del libero commercio e dello stato minimo, diversamente dagli stati del Nord manifatturieri e protezionisti, aiutati dal governo federale.

La protesta anti-tariffaria di Calhoun era identica a quella dei sostenitori del libero commercio in Inghilterra, contro chi viveva di privilegi governativi.

La società americana era perfettamente speculare a quella esistente in Inghilterra, dove erano gli interessi terrieri a cercare la protezione del governo e non le aziende manifatturiere.

Il protezionismo delle imprese in America e i proprietari terrieri aristocratici in Inghilterra violavano la teoria liberale classica, in base alla quale l‘uguaglianza è la precondizione per la giustizia politica.

Il risultato era di scoraggiare l’importazione di certi beni, tramite delle tariffe, per fornire un’entrata al governo federale, nel tempo invece si generò un sistema di protezione che avvantaggiava chi avrebbero dovuto competere sul mercato.

Le società egualitarie, secondo Calhoun, producevano un dispotismo paragonabile a quello della Roma antica ma accettava il presupposto della democrazia moderna, nei termini di sovranità popolare, si sforzava quindi di trovare marchingegni costituzionali che impedissero agli interessi dominanti di ingrandirsi a spese altrui.

Per Calhoun era l’azione del governo a creare nella comunità due classi contrapposte: i produttori di tasse e i consumatori di tasse: Non c’è nulla di complicato per rendere equa l’azione del governo nei confronti dei compositi e contrastanti interessi della comunità non c’è nulla di più semplice del piegare il potere al fine di accrescere e arricchire uno o più di quegli interessi, opprimendo impoverendo gli altri, tutto ciò per di più sfruttando provvedimenti contenenti disposizioni generali, e almeno di facciata corretti e giusti. Questo non vale soltanto per alcune comunità particolari, bensì per tutte, grandi e piccole insomma. Il governo appariva come una sorta di comitato d’affari.

Il pregiudizio ideologico nei confronti di John C. Calhoun era nato dai suoi discorsi sulla libertà, considerati come una mascheratura a difesa dello schiavismo invece che lo sforzo prodigioso per proteggere il Sud liberista dalle politiche tariffarie del Governo, che stavano rafforzando il Nord protezionista.[3]

Nel suo viaggio in America Tocqueville[4] annotò: Si può dire che la questione delle tariffe risveglino le uniche passioni politiche nell’Unione perché favoriscono o danneggiano non soltanto delle opinioni, ma interessi economici importantissimi. Il Nord attribuisce al suo sistema tariffario una parte della sua prosperità, Il Sud quasi tutte le sue disgrazie.

John C. Calhoun si illuse di ricomporre il contrasto tra Mezzogiorno e Settentrione degli Stati Uniti, tramite meccanismi costituzionali, come la doppia presidenza e il potere di veto di una maggioranza concorrente, per limitare il governo federale intenzionato a colpire gli interessi primari della minoranza del Sud.

Lo stesso filosofo e storico Lord Acton nel 1861 aveva denunciato il pericolo dello statalismo centralista, affermando che il principio di nullificazione di Calhoun aveva combinato la teoria e le garanzie delle libertà medievali con le libertà delle democrazie moderne.

John C. Calhoun annunciò la degenerazione della democrazia a causa della macchina-partito Democratico, una struttura oligarchica di politici di professione, che distingueva chi vive per la politica, da chi vive di politica.

La teoria della tirannide della maggioranza nasce dalla correlazione dell’uguaglianza con la libertà.

Esiste un’eguaglianza che si concilia con la libertà, che parte dal presupposto di distruggere le gerarchie e i privilegi aristocratici, promuove la mobilità sociale e una maggiore partecipazione politica, propria di una democrazia liberale, altresì esiste un’eguaglianza che la distrugge, perché sfrutta il plebiscitarismo e il dispotismo, porta alla tirannide della maggioranza e demolisce la democrazia liberale.

Il rapporto tra minoranza organizzata e maggioranza disorganizzata veniva evidenziato da Gaetano Mosca[5] dalla capacità delle élite di influenzare gli elettori al fine di essere eletti.

Calhoun comprese il pericolo degenerativo della democrazia ad opera di un partito controllato dai capi e da politici di professione, di concerto con Clay e Webster denunciò il presidente Jackson di essere un aspirante Bonaparte a capo di un’oligarchia insieme a Van Buren.

La politica e i partiti sfruttano le debolezze popolari nei confronti di sentimenti come Solidarietà, Progresso, Umanità, Democrazia e Natura, con raggiri e inganni, pur di instaurare una nuova feudalità con l’arte delle clientele politiche.[6]

Anche Max Weber aveva individuato nel partito moderno un’organizzazione fondata sul patronato delle cariche, il cui scopo era l’elezione del capo e la distribuzione delle prebende.

La partitocrazia moderna nasce dal progetto politico di Van Buren, che usava la demagogia e sfruttava l’emotività popolare, per mezzo di parate, simboli e slogan, per indirizzare il consenso a favore di leader carismatici. Il primo tra questi, sospinto dal macchina-partito, è stato il generale-presidente Jackson.

Dalla comparsa della macchina-partito la nuova organizzazione riuscì a far eleggere per nove volte un presidente americano, i risultati permisero a Martin Van Buren di affermare che i partiti politici sono inscindibili dai governi liberi.

Nella storiografia dell’Ottocento i partiti politici vennero percepiti come una nuova organizzazione della democrazia che si comportavano come truppe disciplinate e articolate a raggiera, premiate con l’applicazione sistematica dello Spoils system, cioè l’affidamento delle cariche pubbliche a persone indicate dai partiti vittoriosi alle elezioni.

Lo storico e giurista nordirlandese J. Bryce indicò il periodo compreso tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta del XIX secolo, come il periodo di incubazione che portò la nuova macchina-partito a sviluppare un metodo di selezione e di accesso dei candidati alle cariche pubbliche, per dare un’occupazione ai professionisti della politica, assicurandoli il potere, con il quale potevano controllare il meccanismo di selezione, in un clima di intrighi tali da pregiudicare le chances di uomini indipendenti e capaci.

A partire dall’elezione di Jackson nel 1828 i vari presidenti selezionati dalla macchina-partito altro non erano che gnomi intellettuali, a paragone dei veri leader come Calhoun, Clay e Webster. I nuovi professionisti della politica erano i bosses, uomini votati al lavoro politico, i quali formavano un cerchio interno alla macchina-partito affiancati da un anello esterno di boys, cioè di volontari, che non aspiravano a cariche o prebende, il cui scopo era la coesione, la repressione del dissenso e il reclutamento degli elettori, per suscitare il necessario entusiasmo nei votanti.

Sempre J. Bryce riuscì a notare come la caccia al consenso animata dai boys guidati dai bosses veniva rafforzata dall’influenza esercitata sul potere esecutivo e sul Congresso. A partire dall’elezione a presidente di Jackson, i professionisti della politica vennero sospinti a proteggere la loro carriera, non per dei principi generali o per dei programmi di sviluppo, ma per lealtà verso il partito, perché aspiravano ad essere selezionati dallo Spoil system e disporre di uffici retribuiti.

L’analisi condotta da Bryce non poteva che essere una denuncia nei confronti del macchina-partito e un ammonimento all’Europa di non cadere in una tirannia sotto le forme della democrazia:

Abbiamo descritto il tremendo potere dell’organizzazione di partito. Questa rende schiavi i funzionari locali, accresce la tendenza a considerare i membri del Congresso come meri delegati, allontana gli uomini di carattere indipendente dalla politica locale e nazionale, innalza uomini di cattiva qualità, perverte le aspirazioni del popolo, ha costruito in certi luoghi una tirannia sotto le forme della democrazia.

Anche il giurista e sociologo russo M. Ostrogorski aveva individuato in Martin Van Buren l’artefice di quello che sarebbe diventato il Partito Democratico, capace di costruire una potente organizzazione che si estese in tutti gli Stati uniti.

Dopo il successo raggiunto con l’elezione del presidente Jackson, le masse di volontari si dispersero e rimasero i beneficiari degli uffici retribuiti che si divisero le spoglie del sistema federale.

I benefici conseguiti dalla politica divennero il fine della macchina-partito, del successo ad ogni costo, quale convenzione nazionale per manipolare le masse e organizzare gradi manifestazioni di opinione, solo in apparenza spontanee.

Con le elezioni del 1840 i metodi introdotti dalla macchina-partito divennero definitivi, il partito Democratico si trasformò in una sorta di Chiesa, in cui regnava una disciplina interna, si doveva dimostrare lealtà assoluta e non era ammesso alcun dissenso. Più scadevano le qualità dei candidati più venivano condotte adunante enormi, processioni, parate, intrattenimenti di ogni tipo e canti.

L’esperienza militare aveva permesso a John C. Calhoun di comprendere l’importanza dello stato maggiore nell’organizzazione militare, in quanto la guerra è una scienza militare, i compiti degli ufficiali sono molteplici e complessi, al fine di comandare i soldati con pochi e semplici ordini. La delicatezza delle funzioni degli ufficiali necessita di una particolare attenzione nella loro preparazione nei momenti di pace, per dimostrarsi ben addestrati nel momento del bisogno.

La teoria delle élite venne sviluppata da Calhoun durante la guerra con gli inglesi, che gli permise di individuare nella preparazione degli ufficiali la possibile vittoria.

È interessante la tesi nel saggio di J.W. Wheeler-Bennett[7]: All’inizio di una guerra un numero adeguato di ufficiali sperimentati è di maggior importanza di quelle truppe disciplinate, ammesso che sia possibile avere le seconde senza le prime; poiché non è difficile formare in breve tempo truppe ben disciplinate grazie all’opera di ufficiali sperimentati, mentre il contrario è impossibile.

Al contrario gli effetti delle Purghe di Stalin nei confronti degli ufficiali dell’Armata Rossa, sostituiti con fantocci fedeli al partito, vennero travolti dalla potentissima macchina bellica tedesca, nei primi mesi dell’Operazione Barbarossa.

Lo stesso Gramsci[8] fece notare che in realtà è più facile formare un esercito che formare dei capitani. Tanto che un esercito già esistente è distrutto se vengono a mancare i capitani, mentre l’esistenza di un gruppo di capitani, affiatati, d’accordo tra loro, con fini comuni, non tarda a formare un esercito anche dove non esiste.

Con queste premesse è più facile comprendere la politica della macchina-partito Democratico, di una minoranza organizzata contro la maggioranza disorganizzata.

Il Partito Democratico non considera il potere come un mezzo ma come un fine.

Il successo non era la realizzazione del bene pubblico ma l’interesse della macchina-partito e degli uomini scelti, non per il loro valore ma per la fedeltà a interessi particolari.

Non erano eletti ma si facevano eleggere, riducendo la sovranità popolare a un atto passivo. Si stava profilando nella vita pubblica la tendenza al trasformismo, tipica nella tradizione politica italiana.

La manipolazione dei politici di professione diventava un gioco per acquisire più potere, seminare indifferenza e passività, determinava abusi di potere.

All’orizzonte si profila un potere onnipotente, del denaro e della politica, dove i detentori del potere finanziario si univano ad audaci leader politici, un’oligarchia costituita da tre elementi: i capi dell’oligarchia, i loro sostenitori e i sostenitori dei loro sostenitori.

È chiaro che la superiorità di tale oligarchia di fronte al popolo era assoluta.

La tendenza alla centralizzazione pone il controllo del processo di formazione della rappresentanza nelle mani di pochi, che fanno diventare la politica un affare, un premio che può assicurare il potere.

A questo punto il partito, addestrato e compatto, dedicherà tutto il suo tempo e attenzione alla politica, diventerà una professione per coloro che si prenderanno cura che nessuno verrà nominato, all’infuori di loro o di obbedienti sostenitori.

Calhoun scopre che un governo dotato del controllo degli onori e degli emolumenti di un paese, armato dal potere di punire e premiare, si confronta con una massa inerte e disorganizzata di comunità, chiamata solo occasionalmente a intervalli regolari, priva di protezione, alla mercé dell’ambizione di professionisti della politica, al servizio di un partito organizzato e centralistico, formato da funzionari in carica, da procacciatori di uffici con i loro dipendenti, riuniti in un corpo compatto e disciplinato, senza conflitti di opinione, finalizzato a mantenere e perpetuare il proprio potere, in un partito la cui regola è la devozione e la sottomissione al potere.

Tale vigoroso esercizio di favoritismo e clientelismo terrà alla larga uomini di buona volontà e avvicinerà sfrontati, audaci e disperati.

L’elezione di Jackson non era stata una pacifica elezione civile, ma il prodotto più di una campagna militare, condotta da una banda di pretoriani, avidi di incarichi e di uffici retribuiti.

Davanti al popolo americano stava sorgendo una classe politica separata dal resto della società, il cui obiettivo era il predominio del partito. Si stava formando un’oligarchia dispotica che usava il denaro pubblico per mantenere i propri membri. Il partito cessava di essere uno strumento del popolo per risponde agli interessi dei professionisti che vivono con i mezzi offerti dalla politica.

Questo sistema era noto come la macchina, un’oligarchia di politici di professione che vivevano di emolumenti e miravano alla moltiplicazione dei posti, stimolando una sconsiderata spesa pubblica, controllando i grossi contratti governativi, determinando una generale caduta dello spirito pubblico.

In democrazia il dominio della maggioranza tende ad essere assoluto, poiché fuori dalla maggioranza non vi è nulla che possa resistere.

La degenerazione della democrazia in tirannide della maggioranza si determina per il prevalere dell’amore per l’uguaglianza rispetto all’amore per la libertà.

Le tirannidi si presentano sotto vesti legittime, rese sante perché esercitate in nome del popolo.

Tocqueville alla conclusione del suo viaggio in America concluse che non esistevano più partiti onesti, e che il sistema di suffragio di massa aveva indebolito le élite e favorito le cricche e le pratiche di corruzione, pertanto non vi erano più partiti onesti ma fazioni che avevano perduto il senso di interesse pubblico, come se questo non bastasse si intravedeva il pericolo del corpo legislativo, definito da Jefferson come la tirannide dei legislatori, che si assommava al dispotismo dell’esecutivo.

[1] Potere e libertà nel mondo moderno, John C. Calhoun: un genio imbarazzante.

[2] Repubblica o Democrazia, John C. Calhoun e i dilemmi di una società libera

[3] Idem

[4] Idem

[5] Teoria dei governi e del governo parlamentare.

[6] R. Michels, La sociologia del partito politico nella democrazia moderna.

[7] La nemesi del potere. Storia dello Stato Maggiore tedesco dal 1918 al 1945

[8] Quaderni dal carcere

 
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Pubblicato da su 28 gennaio 2018 in Uncategorized

 

Gaetano Salvemini: il pensiero scomodo di un uomo sempre controcorrente

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Il miglior ritratto che abbiamo di Gaetano Salvemini è quello fatto da Massimo L. Salvadori[1]: «Salvemini rappresentava, insieme con Croce, l’erede più legittimo del liberalismo italiano. Mentre Croce era il conservatore di tradizione cavouriana-giolittiana, Salvemini si poneva erede della tradizione democratica»[2].

Gaetano Salvemini, – figura ormai dimenticata di scienziato politico, che paga ancora oggi la qualifica di personaggio controcorrente, – considerava sue stelle polari: la Libertà, la Giustizia e la Democrazia.

Amava continuamente ripetere: «Siamo tutti d’accordo che la libertà significa il diritto di essere eretici, non conformisti di fronte alla cultura ufficiale e che la cultura, in quanto creatività, sconvolge la tradizione ufficiale»[3] e a distanza di sessant’anni dalla sua morte, queste parole risuonano profetiche, in un mondo che ha fatto del politicamente corretto il mantra con cui ordinare la società odierna.

Nativo di Molfetta in Puglia, ma formatosi negli studi a Firenze, ha profuso il suo impegno nell’analisi, grazie al suo ruolo di accademico, e dato applicazione ai principi che ispiravano l’esercizio del suo magistero nella concreta azione politica, consapevole della necessità di rispondere ai bisogni reali della società.

Aderì infatti al Partito Socialista, promuovendo un’attenzione verso la questione meridionale, ma dopo alcuni contrasti col leader riformista Filippo Turati, uscì dal Partito e fondò a Firenze nel 1911 la rivista “L’Unità[4], ottenendo la collaborazione di autorevoli personaggi tra cui Benedetto Croce e Luigi Einaudi. La rivista andò avanti, salvo pochissime interruzioni, sino al 1920, quando entrò in contrasto con l’azione del PSI durante il periodo del “biennio rosso”, partito ormai egemonizzato da un’ala massimalista succube del mito leninista. Posizione dunque che lo vedeva in opposizione ad altri importanti fermenti culturali del periodo, come quelli portati avanti – pur nelle significative differenze – di Piero Gobetti e della sua rivista “La Rivoluzione liberale”, e del gruppo de “L’Ordine Nuovo” torinese di Antonio Gramsci.

Sostenitore dello Stato laico e democratico, l’attualità di Salvemini è riscontrabile soprattutto nelle problematiche che investono la scuola e la natura delle istituzioni: la giustizia sociale e il progresso dei cittadini si ottengono attraverso un’istruzione valida garantita per tutti, la ripresa del pensiero di Carlo Cattaneo per un’Italia Federale, è la chiave per l’evoluzione economica e sociale del Meridione.

Negli Scritti sulla scuola, Salvemini accusava apertamente il partito clericale di rovinare la scuola con studi nozionistici ed enciclopedici, che avrebbero portato ad una formazione dogmatica e frammentaria: «La scuola laica è la scuola indipendente da tutti, i preti neri, verdi, rossi, di tutti i colori; è la scuola che chiami a sé i migliori uomini che siano disponibili sul mercato, che la misura degli stipendi permette di attirare, senza preoccuparsi delle idee politiche o religiose o scientifiche di ciascuno, senza badare se vestano la tonaca nera o se portino la cravatta rossa, se abbiano per copricapo il tricorno o il triangolo o il berretto frigio affinché essi insegnino agli alunni non quello che essi o il governo credono sia la verità, ma in che modo, con la forza della ragione, con animo libero da pregiudizi e da preconcetti, ognuno debba cercare la verità; una scuola che non pretenda per sé nessun privilegio, e si esponga alla libera concorrenza di tutte le altre scuole con nessun’altra difesa che la fiducia nella superiorità del proprio indirizzo educativo e la cura di rendersi senza tregua migliore di qualunque altra… »

E ancora «La scuola laica non deve imporre agli alunni credenze religiose, filosofiche o politiche in nome di autorità sottratte al sindacato della ragione… È laica la scuola in cui nulla si insegna che non sia frutto di ricerca critica e razionale, in cui tutti gli insegnamenti sono rivolti a educare e rafforzare negli alunni le attitudini critiche e razionali».

Il modello scolastico di cui si faceva propugnatore avrebbe poggiato su basi differenti: «Una scuola che il partito clericale (e sono tanti, e di tanti colori, i clericali, mi permetto di chiosare: è un pensiero di Salvemini o il tuo?) “debba odiare a morte, perché educatrice di libere e forti coscienze, avversa a tutti i dogmi indimostrati e a tutte le tirannie”»[5].

In un periodo storico ricco di stravolgimenti, Salvemini visse la propria libertà di pensiero come nemico dichiarato del fascismo, del comunismo, del clericalismo e della monarchia italiana.

Dopo la sua elezione a senatore nel 1919, avversatore sia del fascismo che del comunismo, nel 1925 fu tra i firmatari del Manifesto antifascista redatto da Benedetto Croce, prima di venire arrestato e processato insieme ad Ernesto Rossi. Dopo la concessione di un’amnistia poté rifugiarsi prima a Parigi nel 1929, dove fu uno dei fondatori del movimento Giustizia e Libertà, nato per un’iniziativa di alcuni intellettuali democratici, tra cui Carlo e Nello Rosselli. Dopo un breve soggiorno in Gran Bretagna, si trasferì negli Stati Uniti nel 1934, fino a che non venne invitato ad insegnare nel Dipartimento di Storia dell’Università di Harvard nel 1943. Al suo rientro in Italia nel 1949 continuò il suo impegno nella lotta a quelle che a lui apparivano come ideologie fumose, contro il dogmatismo, il clericalismo, la burocrazia e lo statalismo, nemici della laicità e delle particolarità. Il pensiero di Gaetano Salvemini è tanto attuale da poter essere paragonabile a Machiavelli e Marx.

Salvemini è stato tra i pochi protagonisti della scena politica italiana a sfidare apertamente il pensiero dominante del suo tempo, il fascismo, individuando però nelle istituzioni il male incurabile della società italiana, che, come una metastasi, avrebbero finito per divorare e infettare tutti e tutto ciò che ne fosse venuto a contatto. La problematica meridionale fu il fondamentale stimolo per l’elaborazione, nel corso degli anni, di teorie federaliste sempre più approfondite e complesse: «L’unità amministrativa d’Italia è stata per il Mezzogiorno un disastro economico inaudito. Alcuni credono che l’accentramento sia un fattore inevitabile dello sviluppo urbano, mentre deducono che il decentramento sia possibile solo nei piccoli paesi»[6]

È sua la tesi che imputa al centralismo l’arretratezza del meridione: «Se l’Italia meridionale non ha raggiunto lo stesso grado di sviluppo del settentrione lo si deve fondamentalmente a due motivi: “1) essa ha dovuto mettersi in moto da un punto di partenza molto più arretrato dell’Italia settentrionale, 2) il progresso ha dovuto e deve lottare non solo con tutte le forze conservatrici locali, ma anche con le condizioni disastrose fatte dall’Italia meridionale dall’accentramento finanziario e amministrativo dell’Italia monarchica»[7].

La fondatezza del sistema federale sta nel rendere responsabili i singoli cittadini, facendo sì che possano esprimere la propria individualità e favorendo la solidarietà, confermate dalle sue parole: «Nel sistema federale il cittadino si educa alla vita pubblica, è lui che amministra se stesso, si avvezza a contare solo sulla propria iniziativa e non su quella di un’autorità lontana; e nello stesso tempo che si sviluppa in lui il sentimento della propria individualità, si avvede che egli non è un atomo avulso da altri atomi e unito con un punto centrale, ma fa parte di un sistema molto più complesso nel quale egli è strettamente solidale col suo vicino, e poi cogli altri meno vicini, e poi cogli altri più lontani: il sentimento dell’autonomia individuale si feconderà quindi in lui col sentimento della solidarietà sociale»[8]

Salvemini considerava il centralismo e l’interventismo statale come il male endemico del nostro paese, corrotto dalla politica clientelare e parassitaria. Le sue parole esprimono lucidamente concetti che possiamo ritrovare nel liberalismo classico e nella Scuola Austriaca: «Finché vi sarà un potere centrale incaricato di distribuire strade, ponti, acquedotti, istituti d’istruzione, tribunali, reggimenti ecc. vi saranno sempre sperequazioni artificiali e ingiuste fra le parti dello Stato»[9].

In sintesi, il pensiero di Salvemini prevedeva che fosse una legge generale a dover fissare una procedura, ma poi dovevano essere gli interessati a decidere se deliberare, a ragion veduta, e non per capricciose improvvisazioni di un’Assemblea Costituente della Repubblica, che invece avrebbe dovuto abolire i poteri dei prefetti. In totale contrasto con le decisioni prese dall’Assemblea Costituente, dove fu lo Stato ad imporre una divisione del territorio, senza tenere presente che, molte delle Provincie italiane, erano nei fatti delle regioni naturali, – come ad esempio le tre Calabrie[10], la Basilicata, la Terra d’Otranto, la Terra di Bari, la Capitanata[11], – Salvemini si domandava se queste provincie fossero disposte davvero ad associarsi in unità regionali. La decisione doveva essere presa dai diretti interessati e non da “padreterni, burocratici o parlamentari[12].

Se molte province risalivano addirittura ai tempi di Roma e spesso corrispondevano al territorio circostante le civitas, quelle che oggi vengono chiamate regioni risultavano né più né meno che dei compartimenti degli annuari statistici, che non hanno nessuna base nella storia italiana. Infatti le province di Reggio e di Modena appartenevano al Ducato di Modena, mentre Ferrara, Bologna, Ravenna, Rimini appartenevano allo Stato della Chiesa, a differenza del Regno delle Due Sicilie, che consisteva in un continente di province, quasi tutte regioni naturali. Stesso discorso si poteva applicare per le province di Cagliari e di Sassari: non è certo che avessero voluto formare una regione sarda, così come le province di Palermo, Catania e Messina sarebbero state disposte a formare una regione siciliana? Dopo tutto i porti di Palermo, di Catania e di Messina appaiono indipendenti l’uno dall’altro e i territori a cui essi servono, non hanno nessun bisogno di formare un’unica regione portuale.

A questo punto possiamo comprendere meglio lo studioso Salvemini quando commenta la nuova Costituzione italiana del 1947: «Ho letto il progetto della nuova costituzione. È una vera alluvione di scempiaggine. I soli articoli che meriterebbero di essere approvati sono quelli che rendono possibile di emendare prima o poi quel mostro di bestialità»[13]

Da uomo controcorrente qual era, non poteva che disapprovarne l’impianto, a differenza di alcuni saltimbanchi dei nostri tempi, che hanno definito la nostra Costituzione come “la più bella del mondo”!

Discorsi come quelli di Salvemini potrebbero essere considerati blasfemi dalla dottrina politica e centralista dei burocrati dell’assolutismo attuali che, per mezzo di leggi, norme e regolamenti, credono sia giusto regolare la vita di tutti i cittadini, sin dentro le mura domestiche, privi come sono delle minime libertà intellettuali e sovrastati dal conformismo che domina le loro vite, non sono in grado di frenare la loro patologia compulsiva legislativa.

Per fare un esempio dei nostri giorni: nel momento in cui la politica sarda del XXI secolo pensa di creare un’unica Autorità Portuale su base regionale, Salvemini è un interessante antidoto, poiché intravedeva il baratro in cui saremmo finiti a furia di varare norme e leggi che avrebbero finito per strozzare la vita non solo dei cittadini ma di intere comunità. Più che di un vaccino i nostri legislatori dovrebbero essere sottoposti ad una lobotomia, vista la persistente nevrosi maniacale di cui sono affetti.

Sentire oggigiorno studiosi e politici arroccarsi ancora sull’idea anacronistica di Stato centralizzato di matrice hegeliana, senza mai interrogarsi sul patrimonio di idee e di proposte politiche alternative come quella del federalismo, che possono spiegarci il perché del fallimento socioeconomico di una parte del paese, ha dell’incredibile.

Il Manifesto di tutte le sue battaglie laiche può essere considerato il discorso su La difesa della cultura, in cui accomuna fascismo e comunismo come regimi negatori del pluralismo, tirannici e liberticidi, in cui esprime, con estrema chiarezza, la sua avversione ai totalitarismi: «Non mi sentirei il diritto di protestare contro la Gestapo e l’Ovra fascista se mi sforzassi di dimenticare che esiste una polizia politica sovietica. In Germania ci sono i campi di concentramento, in Italia ci sono isole-penitenziario e nella Russia sovietica c’è la Siberia. Ci sono proscritti, tedeschi e italiani e ci sono proscritti russi»[14].

Se consideriamo il nostro tempo, la lotta ai totalitarismi non può dirsi terminata, in quanto il pensiero unico dilagante sta costringendo la nostra società a seguire dei modelli sofisticati di controllo delle masse, dalla quale è più difficile sfuggire, perché la burocrazia è diventata tanto pericolosa da trasformarsi in ideologia, con i suoi sacerdoti, gli Euroburocrati e i loro sostenitori, pronti a scalare l’apparato e a imporre regole sempre più ferree e antidemocratiche, che ci devono far ricordare i totalitarismi del secolo scorso, perché pur non disponendo di eserciti, ci stanno costringendo a entrare in una prigione senza sbarre ma con tanti kapò, pronti a spogliarci di tutte le nostre libertà, senza che la maggior parte si stia accorgendo del diabolico piano in essere. Le parole di Gaetano Salvemini sono altamente profetiche e impegnative per la nostra generazione, in quanto: «Non si apprezzano l’aria e la luce finché le si hanno: per comprenderne il valore bisogna averle perdute. Ma il giorno in cui le libertà sono perdute, riconquistarle non è facile […] Insomma ci sono delle società borghesi che presentano dei buchi attraverso i quali può spirare un soffio di libertà, dov’è possibile per esempio tenere questo congresso, e ci sono società borghesi in cui ogni buco è ostruito e una sola cultura può svilupparsi, la cultura della menzogna ufficiale […] Non disprezzate le vostre libertà, difendetele ostinatamente pur continuando a dichiararle insufficienti, a lottare per svilupparle»[15].

In un paese in cui si è considerati come dei populisti e fascisti se si contrari all’integrazione di quelle immense masse di migranti economici in arrivo, che stanno affollando tanto le nostre città quanto i piccoli paesi, pur di sostenere il pensiero «politicamente corretto» dei ben pensanti della sinistra mondialista, dobbiamo rammentare il pensiero di un uomo sempre controcorrente come Salvemini: «Siccome la libertà è il diritto di pensarla diversamente, di essere eretici per l’appunto, l’intellettuale non deve riconoscere a nessuna dottrina il monopolio legale della verità, e invitava a fare delle parole di Voltaire, il motto proprio di chiunque voglia dirsi liberale: “Signor abate, sono convinto che il suo libro è pieno di corbellerie, ma sarei pronto a donare fino all’ultima goccia del mio sangue per assicurarle il diritto di pubblicare le sue corbellerie”»[16].

Per concludere, quale riconoscimento più adatto ad un personaggio del peso di Gaetano Salvemini, integro e libero a 360 gradi, non poteva che provenire dai suoi stessi scritti, ricordando le sue origini socialiste e la sua profonda avversione per tutto ciò che poteva trasformarsi in ideologia: «Si è discusso di socialismo, marxismo e generi simili. Io ho detto francamente che ormai credo solo nel Critone di Platone e nel discorso della Montagna. Questo è il mio socialismo, e lo tengo inespresso nel mio pensiero, perché a esprimerlo mi pare di profanarlo. Cerco di esprimerlo meglio che posso nelle opere. Affrontare problemi concreti immediati, seguendo le direttive di marcia dettate dalla morale cristiana, e non perdere tempo in disquisizioni teoriche su che cosa è, cosa dovrebbe essere, che cosa sarà la democrazia, il marxismo, il socialismo, l’anarchia, il liberalismo… che se ne vadano tutti a casa del diavolo. Perdere tempo a pestare l’acqua nel mortaio delle astrazioni è vigliaccheria; è evadere ai doveri dell’azione immediata; è rendersi complici della conservazione dello statu-quo»[17].

Sicuramente il fascismo e il comunismo sono state le schegge più taglienti e distruttive del socialismo, ma se andiamo a verificare i risultati dei principi socialisti applicati in giro per il mondo, troveremo solo regimi assolutisti, desolazione e spesso la povertà estrema; luoghi in cui sono state sacrificate le libertà e le ambizioni personali a favore di un controllo diffuso dell’invidia, che tende a soffocare qualsiasi sviluppo, ricchezza, merito e qualità, pur di arroccarsi dietro ad una società piatta, in cui i soli a godere di privilegi sono i burocrati e i legislatori, moderni Mandarini[18] al servizio dell’Impero Celeste centralista.

Per concludere, è necessario ricordare la raccomandazione fatta ai giovani. Raccomandazione accorata, con tono schietto e privo di stereotipi, un augurio per il loro futuro: «I giovani debbono aver fede in sé stessi, e cioè non debbono cercare di mettersi al seguito di uomini vecchi o nuovi; essi debbono lasciarsi guidare dalla loro ragione, non debbono prender nulla alla leggera, e debbono studiare, studiare, studiare»[19].

Il «Pensiero Unico» imperante oggi in Italia verrebbe combattuto in tutte le sedi da Gaetano Salvemini, e avrebbe considerato il «politicamente corretto» una stortura maligna paragonabile al fascismo e al comunismo, acerrimi nemici della libertà individuale e sostenitori del centralismo assolutista e dispotico, che utilizzano la partitocrazia per infettare la società, per mantenerla divisa e dipendente dal sistema pubblico, quale unico dispensatore di benessere. La cura Salvemini sarebbe una sola: uno Stato Federale per salvare i singoli territori dalla voracità della partitocrazia, che avevano fatto della burocrazia centralizzata lo strumento per drenare e indirizzare la ricchezza raccolta, ad uso e consumo dei suoi sostenitori.

In definitiva Gaetano Salvemini, come tanti altri fuoriusciti dal Partito Socialista, ci mostra il percorso da seguire per raggiungere la meta che ci farà guadagnare la libertà e lo sviluppo: il Liberalismo!

[1] Storico, professore emerito dell’Università di Torino e politico italiano.

[2] M. L. Salvadori, Gaetano Salvemini, Torino, Einaudi, 1963.

[3] Gaetano Salvemini, Scritti vari (1900 1957), Feltrinelli.

[4] La rivista non aveva niente a che fare con il quotidiano l’Unità fondato da Gramsci nel 1924.

[5] Cultura e società nella formazione di Gaetano Salvemini, Edizione Dedalo, pag. 84.

[6] Camillo Berneri, Stato Burocrazia e Parlamentarismo, 1920-21.

[7] Salvatore Lucchese, Federalismo, socialismo e questione meridionale in Gaetano Salvemini.

[8] Camillo Berneri, Stato Burocrazia e Parlamentarismo, 1920-21, tratto da Critica Sociale, dicembre 1900.

[9] Gaetano Salvemini, Scritti vari (1900 1957), Feltrinelli.

[10] Il termine Calabria venne coniato dai bizantini; la sua civiltà subì le influenze di popoli diversi, come quello longobardo, arabo e degli schiavi introdotti nei latifondi. Dopo varie dominazioni, tra cui quella normanna, il territorio venne diviso i tre parti dai Borbone: Citeriore con capitale Cosenza, Ulteriore Prima con Reggio, Ulteriore Seconda con Catanzaro.

[11] Termine che deriva da catapano: funzionario bizantino, che amministrava il territorio; la Capitanata corrisponde all’attuale provincia di Foggia.

[12] Tratto da «La Critica Politica», fasc. 10, 1945.

[13] Lettera a Ernesto Rossi del 1947.

[14]Gaetano Salvemini, Scritti vari (1900 1957), Feltrinelli.

[15] Discorso tenuto a Parigi nel 1936 durante il “Congresso internazionale degli scrittori per la difesa della cultura”.

[16] Id.

[17] Annotazione del 5 agosto 1947 nel diario tenuto da Salvemini al suo rientro in Italia, in cui riassumeva le conversazioni tenute durante il giorno.

[18] Funzionari dell’Impero cinese che per oltre duemila anni controllarono la burocrazia, il cui uno ruolo era di impedire qualsiasi particolarismo a favore di uno Stato centralizzato.

[19] Tratto dalla rivista l’Unità 11 gennaio 1919.

 
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Pubblicato da su 4 luglio 2017 in Uncategorized

 

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Ecoimperialismo: l’inganno del secolo.

Ecoimperialismo

Le idee e le ideologie hanno conseguenze. Le idee e le ideologie estreme hanno conseguenze estreme[1].

Le élite ecologiste non hanno alcuna nozione del valore del capitalismo, dei mercati, del libero commercio, dei profitti e dell’innovazione tecnologica, mentre le politiche che impongono a livello globale condannano, inevitabilmente, alla povertà, alla fame, alla malattia e alla morte, milioni di persone, che altrimenti avrebbero beneficiato dello sviluppo economico e tecnologico.

L’atteggiamento allarmista degli ambientalisti assomiglia molto a quello delle sette millenariste che aspettavano l’imminente fine del mondo o la seconda venuta del Messia e la prima minaccia posta dall’ideologia ambientalista e quella alle libertà individuali ed economiche.

Sebbene nei paesi occidentali le classi politiche continuino a cercare di regolare ogni aspetto della vita quotidiana, i discorsi politici che parlano di pianificazione economica o sociale stanno assumendo un suono sinistro.

L’ambientalismo, ha osservato Carlo Lottieri, è la reinvenzione dello statalismo, in un’epoca in cui non è più possibile immaginare una pianificazione economica di stile sovietico, coloro che vogliono dominare la vita altrui, non potendo ricorrere all’analogia socialista, posso pretendere di disporre delle nostre libertà il nome della natura.

Gli ambientalisti però, mirano a programmare, tramite politiche burocratiche, anche in quei campi dove i sovietici non avevano mai osato avventurarsi: la popolazione umana e il clima globale nei prossimi 100 anni.

Se i comunisti di un tempo si accontentavano di una programmazione economica all’interno dei confini nazionali, gli ambientalisti di oggi mirano a una pianificazione a livello globale, individuando il corrispettivo nella ratifica del contestato trattato di Kyoto sul riscaldamento globale.

L’applicazione centralizzata dell’ecologia, tanto più se tentata a livello mondiale, è destinata a fallire miseramente, per gli stessi motivi messi in luce dai grandi economisti di scuola austriaca, per cui è fallita la pianificazione centralizzata dell’economia.

Grazie al suo sistema di incentivi, la proprietà privata rende responsabili gli uomini, attribuendo a ciascuno un premio o una punizione, a seconda del comportamento tenuto. Nei sistemi collettivisti statalizzati avviene esattamente il contrario.

L’ambientalismo statalista mainstream è nemico non solo della civiltà industriale, dell’individualismo e del capitalismo, ma anche della tecnologia, della scienza, della ragione, della vita umana, e per questo deve essere combattuto nel nome di questi valori.

Solo grazie all’enorme aumento della produzione di beni e alla progressiva riduzione della fatica e dello sfinimento, gli uomini hanno potuto raggiungere l’attuale numero di 6 miliardi, migliorando al contempo, in maniera stupefacente, il tenore di vita generale a un livello che neanche i re e imperatori di un tempo potevano sognare aspettative di vita simili.

È quasi raddoppiata l’aspettativa di vita dell’uomo, un bambino nato oggi ha più possibilità di vivere fino a 65 anni di quanto un neonato medio della civiltà preindustriale ne aveva di arrivare a cinque.

Come ha scritto il giornalista Maurizio Blondet, analizzando le radici dell’ideologia ambientalista e no-global, la società trasgressiva lascia crescere i giovani, i barbari tra noi, senza civilizzarli, e difatti i nostri ragazzi vivono nella complicatissima civiltà tecnica e giuridica, in cui sono nati, come un selvaggio vive nella foresta primigenia.

Come i cacciatori-raccoglitori del paleolitico, essi godono e si impossessano dei manufatti tecnici come se crescessero sugli alberi, come fossero naturali, ossia dati una volta per tutte, e senza responsabilità dell’uomo.

Sfasciano automobili, telefoni pubblici, stadi, e infine il quadro della legalità, con la spensierata irresponsabilità di chi ignora che le cose della civiltà hanno bisogno di continue cure e manutenzione.

Si spiega così l’irresistibile attrazione di molti ambientalisti radicali e no-global al ricorso impulsivo e selvaggio alla violenza, per imporre soluzioni primitive da imporre a tutti.

Ciò che fa di una cosa materiale una risorsa non sono le sue intrinseche proprietà chimico-fisiche, ma il valore che l’uomo le attribuisce quando soddisfa un suo bisogno.

Nessun elemento fornito dalla natura è di per se una risorsa: il ferro ad esempio non è stata una risorsa durante tutta l’era della pietra, il carbone non è mai stato una risorsa prima della rivoluzione industriale, il petrolio non era una risorsa fino alla metà del XIX secolo, l’alluminio, il radio e l’uranio sono diventati una risorsa solo agli inizi del XX secolo, il silicio è diventato una risorsa negli ultimi decenni quando si è trovato il modo di utilizzarlo per la realizzazione di componenti elettronici.

L’unico modo per espandere la quantità di risorse naturali è quello di aumentare le conoscenze e il potere tecnologico sulla natura, cosicché, non solo lo sviluppo scientifico e industriale, ma anche l’aumento della popolazione umana risulta indispensabile. Più esseri umani significano più idee, più divisione del lavoro, più specializzazioni e più scambi. Ecco perché il nostro attuale tenore di vita non potrebbe mantenersi se la popolazione umana dovesse calare, in maniera rilevante, rispetto ai sei miliardi di oggi.

Per espandere le conoscenze e il lavoro necessario ad aumentare le quantità di risorse naturali, non esiste altra strada che quella di accrescere la cooperazione, fondata sulla divisione del lavoro, altrimenti gran parte delle risorse naturali, attualmente esistenti, ci rimarranno precluse in eterno, per ignoranza o per impotenza.

Quando gli ambientalisti si dichiarano “biocentristi” o “sostenitori del valore intrinseco della natura”, a prescindere da quanto essa possa essere utile all’uomo, occorre rendersi conto delle sconvolgenti conseguenze di tale discorso.

L’idea del valore intrinseco della natura implica necessariamente il desiderio di distruggere l’uomo e le sue opere, in quanto perturbatrici di questo ordine. In definitiva in movimento ambientalista internazionale presenta tutte le caratteristiche per diventare il totalitarismo genocida del XXI secolo.

Nelle situazioni normali, coloro che nutrono sentimenti sadici e anti-umani, conducono vite generalmente tranquille e inoffensive (il modesto artista Hitler, Himmler l’allevatore di polli, l’intellettuale frustrato Lenin e l’oscuro chierico Stalin), ma in situazioni di grave crisi e di irrazionalità dilagante queste persone possono salire alla ribalta, con tutte le conseguenze del caso.

La “cultura della morte” attualmente propagandata dal movimento ambientalista, che riduce gli uomini a un rango sub-umano, approva tutto ciò che possa ridurre il loro numero, potrebbe in futuro fornire giustificazioni ideologiche a gruppi fanatici che volessero passare a vie di fatto. L’elevato numero di vittime dell’ambientalismo radicale, documentato nel libro di Driessen, fanno temere che quel giorno forse è arrivato.

Il concetto che è alla base della responsabilità sociale d’impresa non è qualcosa che è stato inventato ieri, osserva Sir Robert Wilson, presidente della compagnia mineraria Rio Tinto.

Molti lo conoscevano soltanto come una buona pratica impresa, fondata sul principio di trattare dipendenti, clienti e fornitori, con rispetto, onestà e di adottare tutte le necessarie precauzioni per ridurre al minimo il danno arrecato all’ambiente.

La vera radice del problema è comunque molto differente da quanti sostengono gli attivisti.

La scomoda verità è che la dottrina della responsabilità sociale d’impresa, così come definita, interpretata e apprezzata da: stakeholders (portatori di interessi), autorità di regolamentazione, tribunali, fondazioni e organizzazioni internazionali, creano problemi rilevanti, non solo alle imprese, alle famiglie alle comunità e alle nazioni, specie del terzo mondo che ne sono particolarmente colpite.

Alcuni gruppi di attivisti sono diventati straordinariamente ingegnosi nel promuovere i loro programmi, ammantandoli sotto la veste del pubblico interesse o della responsabilità sociale, in questo modo si avvantaggiano del fatto di non essere tenuti a rispettare gli standard etici e le stesse leggi e regolamentazioni che vengono applicate alle imprese con scopo di lucro.

In quanto auto-nominati guardiani dell’interesse pubblico, si comportano come se non fossero soggetti a responsabilità. Alcune organizzazioni ambientaliste no-profit sono state accusate di abusare dell’esenzione, che permette loro la deduzione di tutti i contributi ricevuti, con notevoli vantaggi sul piano fiscale.

La fiducia nel mondo degli affari tornerà solo quando le compagnie accetteranno tre principi fondamentali: trasparenza, informazioni e responsabilità.

Non vi è ragione per non applicare tali principi anche agli attivisti dell’ambiente, che senza essere eletti da nessuno, fanno da intermediari col potere.

È arrivato il momento per le organizzazioni non governative, gli stakeholders[2] attivi e inattivi, di fare quello che chiedono al mondo delle imprese, cioè adottare standard etici e disciplinari interni e sostenere leggi e regolamenti che prevedano anche per loro l’applicazione delle stesse regole che si applicano a Wall Street, alle società commerciali e professionali e alle imprese con scopo di lucro.

In breve, dimostrare che possono comportarsi eticamente e responsabilmente, in cambio delle libertà e delle opportunità che la società ha concesso loro. Sfortunatamente da quando dei leader sempre più radicali hanno assunto il controllo del movimento ambientalista, si sono andati persi i punti di riferimento morali.

Perfino il co-fondatore di Greenpeace, Patrick Moore, è arrivato alla conclusione che gli ambientalisti hanno smarrito le basi etiche originarie e sono diventati anti-commercio, anti-scienza, anti-tecnologia e anti-umanità.

Sono stati sequestrati da persone politicamente motivate, scientificamente illetterate e ideologicamente avverse a nuovi programmi che potrebbero dare benefici all’umanità.

Secondo la versione della responsabilità sociale, le imprese e le nazioni dovrebbero gestire i propri affari rispettando i nuovi codici “etici” scaturiti dalle diverse dottrine del radicalismo sociale e ambientale, connesse tra loro:

  1. La teoria della partecipazione afferma che ogni portatore di interessi, coinvolto in decisioni imprenditoriali e politiche, ha diritto di fare pressione su chi prende le decisioni, fino all’accoglimento della domanda degli attivisti.
  2. La teoria dello sviluppo sostenibile pretende che le imprese minimizzino l’estrazione e l’uso delle risorse naturali, poiché le attività di impresa devono soddisfare i bisogni e le aspirazioni del presente senza compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare i propri.
  3. Il principio di precauzione sostiene che le compagnie dovrebbero bloccare ogni attività che possa minacciare l’ambiente e la salute umana, anche quando non sia stata chiarita la relazione causa-effetto e perfino quando la potenziale minaccia si in larga parte solamente teorica.
  4. L’investimento socialmente responsabile esige che i fondi pensione e gli investitori individuali acquistino delle partecipazioni nelle compagnie che hanno promesso di confermare le proprie politiche e le proprie azioni ai dettami della sostenibilità.

 

Alla radice sta il fatto che queste dottrine collegate alla responsabilità sociale d’impresa riflettono primariamente le preoccupazioni, le preferenze e le visioni pessimistiche di un esiguo organico di politici, burocrati, accademici, membri di organizzazioni non governative internazionali e di ricche fondazioni dei paesi sviluppati.

Questi auto-nominatisi guardiani del bene comune, hanno poca comprensione per le imprese, il capitalismo, il mercato, la tecnologia, il commercio globale e il ruolo vitale dei profitti, nel generare innovazione e progresso. In molti casi il numero totale di iscritti ai gruppi attivisti rappresenta meno dello 0,01% della popolazione di una comunità o di un paese.

Secondo il Boston Globe e altre fonti, il solo movimento ecologista americano ha entrate annuali per circa 4 miliardi di dollari, grazie ai contributi versati da fondazioni, imprese, sindacati, avvocati e agenzie governative finanziate dai contribuenti. Si stima che il bilancio annuale del movimento verde internazionale superi gli 8 miliardi di dollari all’anno.

Nessuno gli eletti come “portatori di interessi”. Nessun plebiscito gli ha mai dato un mandato per diventare arbitri della moralità o dell’interesse pubblico.

Nessuna elezione, nomina e neanche risoluzione della Nazioni Unite ha dato loro l’autorità di escludere dai dibattiti e dai processi decisionali altri cointeressati, tra i quali intere nazioni e miliardi di persone miserevoli, alla quale vengono negati i benefici del commercio mondiale, dell’energia a buon mercato, dell’uso informato delle risorse naturali, dei pesticidi e delle biotecnologie.

La responsabilità sociale d’impresa rappresenta anche un attacco agli interessi dell’elettorato, perché mina il formale consenso democratico e il ragionevole comportamento delle imprese.

Questo succede quando i governi concedono alle organizzazioni non governative uno status che permette loro di ergersi a giudici del comportamento imprenditoriale o delle decisioni nazionali su questioni cruciali riguardanti l’economia o l’ambiente.

Spesso, tuttavia, le definizioni di responsabile, sostenibile o sufficientemente sicuro, dato dagli attivisti, portano a bloccare ogni sviluppo che contrasti con i programmi ambientalisti.

Gli imprenditori, i funzionari pubblici, i cittadini, dovrebbero assumere una posizione di leadership su tali questioni, contestare le pretese degli attivisti, sfidarli con argomenti e mettere in discussione le loro premesse di base.

Le organizzazioni non governative devono dare prova della loro buona fede. Devono integrare il grado di rappresentatività degli attivisti, il numero degli iscritti, la fonte del loro finanziamenti e la loro competenza. In altre parole, mettere in discussione la loro reputazione e la loro legittimità.

Purtroppo, molti imprenditori, leader di comunità e cittadini, perseguono una strategia di accomodamento, cedendo l’autorità morale alle non elette organizzazioni non governative, ai burocrati, ai gruppi di investimento etico, alcuni addirittura, hanno di fatto sostenuto le richieste degli attivisti e collaborato al loro fianco, malgrado gli impatti negativi sui poveri del mondo.

Lo sviluppo sostenibile, come definito dagli ambientalisti, punta troppo poco sullo sviluppo economico, e troppo sulle restrizioni allo sviluppo, in nome dell’ambiente. L’ipotetico benessere degli ecosistemi finisce sempre con il prevalere sul benessere delle persone, che quando giungono alla disperazione, finiscono col devastare quello stesso ecosistema che gli ambientalisti pretendevano di proteggere.

Le richieste degli ambientalisti radicali, mirano ad obiettivi ben definiti, enfatizzare alcuni benefici ma ignorando i rischi, senza stabilire alcun criterio. Le teorie sulla precauzione promuovono le agende degli attivisti eco-centrici nei paesi sviluppati, i quali ignorano gli interessi e i bisogni delle nazioni in via di sviluppo, come la creazione di opportunità economiche, l’accesso a una adeguata offerta di energia, la riduzione della povertà, della malnutrizione e delle malattie.

Il risultato è che il principio di precauzione soffoca regolarmente l’assunzione di rischi, l’innovazione, la crescita economica, il progresso scientifico e tecnologico, la libertà di scelta e il miglioramento della condizione umana.

Gli attivisti dei paesi sviluppati riescono spesso a contattare i movimenti locali e a dirottarli verso propri programmi radicali, ignorando i legittimi i bisogni locali, e lasciando le popolazioni indigene in condizioni peggiori di prima.

Se la tecnofobia di oggi avesse comandato nei secoli passati, saremmo rimasti ai livelli del Medioevo, dato che anche il fuoco, la ruota e la coltivazione agricola pongono dei rischi, e non avrebbero passato il test e della sicurezza assoluta, richiesto dagli zelanti fautori del principio di precauzione.

Mandarli al potere oggi significherebbe la fine del processo del mondo sviluppato e la miseria perpetua per gli abitanti delle nazioni in via di sviluppo.

Come viene spesso ricordato ai dirigenti delle compagnie, nessuno si interessa di quello che sai, fino a quando non sanno di cosa ti interessi.

Si potrebbe allora suggerire all’ambientalismo ideologico di dedicare ai bambini del terzo mondo la stessa attenzione prestata agli adorabili cuccioli di foca.

Nel 2002 a Johannesburg, in Sudafrica, i 60.000 attivisti, burocrati e politici, provenienti dalle varie organizzazioni ambientaliste non governative in giro per il mondo, pretendevano di rappresentare i poveri del mondo e di risolvere i loro problemi.

Raramente però gli hanno consultati o chiesto loro un parere. Sembrava che i delegati di Johannesburg non avessero tanta voglia di vedere e ascoltare le loro priorità, né che venissero ricordati troppo spesso.

Le pressioni degli ambientalisti nei paesi del terzo mondo sono tali che, impediscono la costruzione di dighe, costringono milioni di persone a sobbarcarsi molte ore di cammino per portare l’acqua, in grandi contenitori, alle proprie famiglie, anziché potersi dedicare all’agricoltura.

A detta dei protettori dell’ambiente, i poveri dell’Africa non dovrebbero commettere i nostri stessi errori, cioè costruire dighe sui fiumi navigabili in canoa o usare combustibili fossili.

Chi pretende di far istallare pannelli solari sopra le capanne dei poveri del mondo, per non far inquinare l’aria, non ha l’interesse a lasciarli costruire delle case moderne e confortevoli, ma di condannarli alla sussistenza e alla povertà per sempre.

Se il nostro futuro sarà plasmato dalla scienza, dalla tecnologia, dalla libertà e dalla speranza, o guidato invece dalla scienza spazzatura, dell’eco-imperialismo e dalla paura, dipenderà in larga misura dal modo in cui le imprese risponderanno a questa sfida. Purtroppo molti segnali non fanno ben sperare.

Gli allarmisti del clima si sono accorti di poter alterare radicalmente le scoperte scientifiche redigendo riassunti e comunicati stampa che suscitino emozione, indirizzino queste scoperte verso i propri scopi.

Gli allarmisti perché si comportano con tanta scorrettezza? Lo avevano rilevato le parole di Stephan Schneider, scienziato del clima, attivista del riscaldamento globale, ed ex profeta del raffreddamento globale, il quale ebbe occasioni di dire: «Per colpi colpire l’immaginazione pubblica, dobbiamo offrire scenari paurosi, fare dichiarazioni semplificate e spettacolari, menzionare poco i dubbi che ciascuno di noi può avere, trovare il giusto equilibrio tra l’essere convincente e l’essere onesto».

È vero che gli Stati Uniti usano più petrolio (pro-capite) di ogni altra nazione, ma gestiscono anche un quarto dell’economia globale. Nel periodo compreso tra il 1973 e il 2000 la loro economia è cresciuta 3 volte più velocemente del loro consumo di energia, ma hanno ridotto significativamente il proprio inquinamento, visto che le automobili di oggi emettono meno del 1% di quanto i modelli del 1970 sputavano dalle loro marmitte.

Paradossalmente in Europa, per quasi due decenni il tasso di crescita economica è stato la metà di quello degli Stati Uniti, mentre il tasso di disoccupazione è stato quasi il doppio di quello americano, con una pressione fiscale che può superare, in alcuni paesi, il 40% del prodotto interno lordo.

Circolano sospetti che il collegamento tra l’opposizione dell’Europa e degli ambientalisti alle biotecnologie e la continua insistenza dietro ogni fenomeno meteorologico anomalo, nubifragi improvvisi, siccità o ciclone, vi sia il catastrofico cambiamento climatico.

Le multinazionali ecologiste e la UE, vedono il Protocollo di Kyoto non solo come un programma ambientalista, ma anche come un modo per abbassare l’economia americana ai livelli delle nazioni europee, che si rifiutano di aggiustare le proprie politiche industriali, del lavoro, fiscali e assistenziali.

L’Unione Europea, gli ambientalisti e le Nazioni Unite, vedono le restrizioni sulla produzione e il consumo di energia e delle emissioni di gas serra, come un’opportunità per espandere l’autorità delle istituzioni internazionali.

Jacques Chirac aveva definito il Protocollo di Kyoto come «il primo componente di un autentico governo globale».

Si tratterebbe, per lo più, di un enorme burocrazia largamente priva di controlli, di contrappesi, sistemata principalmente nelle Unione Europea e nelle Nazioni Unite, nutrita e alimentata con miliardi di dollari pagati dai contribuenti. Questa nuova burocrazia avrebbe a disposizione un potere di controllo senza precedenti, sulle decisioni degli stati, delle comunità, delle imprese e degli individui, riguardo l’energia, l’economia, le abitazioni, i trasporti e in numerose altre materie.

È legittimo chiedersi quanto siano etiche queste compagnie, che promuovono i loro interessi economici attraverso un trattato sul clima dall’impatto così radicale. Allo stesso tempo ci si può chiedere quanto altruistici e socialmente responsabili siano i paesi dell’Unione europea, che proteggono i loro interessi economici e politici, sfruttando le tariffe protezionistiche nascoste nel trattato.

Sarebbe preferibile se, le compagnie, i governi e le fondazioni, prendessero una posizione in difesa della vera scienza, dello sviluppo economico, della vita e del vero benessere dell’uomo.

  1. È indispensabile divulgare l’entità di denaro fornito ai gruppi ecologisti che promuovono i programmi sul cambiamento climatico.
  2. Rivelare in che modo è in che misura stanno cercando di approfittare della ratifica del Trattato di Kyoto sul clima.
  3. Insistere affinché ulteriori ricerche siano svolte da scienziati indipendenti.
  4. Sfidare in pubblico le teorie catastrofiste sul cambiamento e sostenere con forza un’azione fondata con studi scientificamente provati, e un completo riesame delle dottrine della responsabilità sociale, dello sviluppo sostenibile e del principio di precauzione.

 

Anche i più ardenti vegani o membri del fronte protezione animali godono e beneficiano della tecnologia e dei materiali estratti dal sottosuolo.

Ogni volta che si vestono, guidano un’auto o vanno in bicicletta, accendo il computer e mangiano una mela, pitturano una casa, prendono un’aspirina o si vaccinano, piantano un albero o s’impegnano in una qualsiasi attività ordinaria, beneficiano personalmente dell’estrazione delle risorse e del genio creativo che ha plasmato il mondo moderno.

I geologi hanno stimato che nell’artico potrebbero esserci dai 6 ai 16 miliardi di barili di petrolio, equivalenti a 11 o 30 anni di importazione dall’Arabia Saudita. Gli oppositori alle trivellazioni si rifiutano di riconoscere che ogni litro che gli Stati Uniti non producono lo devono importare da paesi che sostengono il terrorismo.

In Alaska il petrolio potrebbe essere prodotto in duemila siti sparsi, che nel complesso occupano meno di 500 ettari, le trivellazioni sarebbero fatte in inverno, quando le temperature si aggirano sui 34 gradi sotto zero; non c’è praticamente fauna in circolazione; si userebbero piste, strade e piattaforme di ghiaccio, che si sciolgono all’arrivo della primavera.

I caribù insieme alle volpi, agli uccelli e ai grossi sciami di mosche e zanzare, tornano in estate. Anche se avessero luogo le trivellazioni i caribù continuerebbero a fare quello che hanno fatto per 25.000 anni, mangiare, girovagare e riprodursi, tant’è che i caribù sono aumentati da 5.000 che erano nel 1975, ai 32.000 del 2002.

Gli eschimesi che vivono nel rifugio artico, sanno tutto questo, avendo subito la limitazione della propria attività di caccia con le trappole e di caccia alle balene, a causa della pressione degli ambientalisti, sanno inoltre che lo sviluppo petrolifero può rappresentare la loro ultima possibilità di uscire dalla povertà, che li ha costretti a vivere in catapecchie, ad usare secchi da venti litri per i servizi igienici, e a subire l’epatite e altre malattie.

Come ha fatto notare Fenton Rexford, presidente della Kaktovic Inupiat Corporation, principale azienda dell’Alaska, gli eschimesi sono stanchi di vivere in questo modo e non sorprende che siano favorevoli, con una proporzione di otto a uno alle trivellazioni.

Gli indiani Gwich invece, che vivono ad oltre 225 km di distanza, si oppongono alle perforazioni nelle terre degli eschimesi, ma non si oppongono alle trivellazioni nelle proprie terre, visto che negli anni ottanta avevano dato in affitto, ogni ettaro di loro proprietà, senza pretendere clausole a protezione dei caribù. Purtroppo non hanno trovato nella loro terra neanche una goccia di petrolio.

Adesso progettano di trivellare e costruire un oleodotto lungo il percorso migratorio dei caribù verso il Canada, continuando a percepire grosse somme di denaro dai gruppi ambientalisti, per opporsi alle trivellazioni petrolifere nei territori degli esquimesi. Menzionare questi fatti potrebbe macchiare l’immaginario collettivo green della BP, che dissimula abilmente le vere intenzioni, con politiche di marketing volte al Greenwashing, cioè una strategia di comunicazione finalizzata a costruire un’immagine ingannevole sotto il profilo ambientale.

«Una forma di appropriazione indebita di virtù e di qualità eco-sensibili per conquistare il favore dei consumatori o, peggio, per far dimenticare la propria cattiva reputazione di azienda le cui attività compromettono l’ambiente»[3].

 

Dopo il disastro ambientale nel Golfo del Messico, causato dall’esplosione e successivo affondamento, della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, affiliata alla BP, che provocò il più grande sversamento di petrolio della storia americana, la BP, oltre ad aver perso la reputazione di azienda Green, venne costretta a pagare dal Governo Usa, in vent’anni, l’incredibile cifra di 20 miliardi di dollari.

Le varie celebrità del mondo dello spettacolo osteggiano lo sviluppo tecnologico nei paesi del terzo mondo, l’estrazione di idrocarburi, ma sono dei grandi spreconi di energia, con i loro SUV e Jet di lusso, e pretendono di dare lezioni alle imprese del Pianeta e alle popolazioni dei paesi in via di sviluppo.

L’attore televisivo statunitense Ed Begley Jr. arrivò a dire: «Le due forme di energie più abbondanti sulla Terra sono il sole e il vento, che sono sempre più a buon mercato. […] In africa conviene molto di più procurarsi l’energia proprio dove se ne ha bisogno: sulle capanne», alludendo all’istallazione di pannelli fotovoltaici sulle capanne africane, seppur in buona fede, fu mal consigliato, in quanto le convinzioni di stampo paternalistico, sono fonti di perpetua miseria per milioni di persone, con il pretesto di preservare i valori ecologici tradizionali, dissimulando la verità, che l’energia fotovoltaica su vasta scala sia solo un palliativo molto costoso, anziché produrre energia  dal più economico carbone o dal gas naturale.

Il motto ambientalista è molto chiaro: «pannelli solari per le capanne, e capanne per sempre».

pannelli-fotovoltaici-su-capanna-di-legno

Veniamo adesso alla questione etica, legata al valore Green di molte imprese, che venne sconvolto nel 2002, quando gli investitori persero miliardi di dollari, per le pratiche disoneste di Enron, Global Crossing, WorldCom, Tyco e di altre compagnie, perché si scoprirono i castelli finanziari di carte, coperte dalle società di consulenza finanziaria, che avevano usato tattiche ingannevoli se non fraudolente, per attrarre investitori verso compagnie, considerate etiche, Green, quindi meritevoli di credito. Le analisi finanziarie che avevano spinto i consumatori e i risparmiatori verso determinate compagnie, che promuovevano programmi etici o energetici, conformi alle ideologie ambientaliste, erano state rese inefficaci da funzionari, che per convinzione personale, non avevano rispettato gli standard di valutazione del rischio, che invece avrebbero potuto impedire gli abusi, le frodi contabili e i conflitti interesse in molte imprese, eludendo i principi base di trasparenza, in pratica furono in malafede.

A livello internazionale gli attivisti dell’ambientalismo vogliono imporre un protocollo di impedimenti e di limitazione alla maggior parte delle aziende del Pianeta, frenandone la crescita, mentre proprio loro sono diventati un’industria da 8 miliardi all’anno, per la maggior parte non soggetta a leggi che governano le imprese commerciali, in materia di trasparenza, divulgazione, pubblicità menzognera e responsabilità.

Adesso un altro esempio di malafede ingannatrice Green: durante gli anni 90 erano stati dirottati grandi investimenti nella Malesia, grazie ai quali l’economia locale era riuscita a decollare, di conseguenza a far raddoppiare i salari e a portare la disoccupazione sotto il 3%, nonostante la forza lavoro fosse composta da un terzo di immigrati. Quando le organizzazioni non governative e sindacati, convinsero i vari fondi pensione a dirottare gli investimenti in settori socialmente responsabili, perché criticavano gli standard lavorativi malesi, i fondi pensione persero 20 miliardi di dollari in soli due anni.

Altro punto dolente è la praticata delle compagnie che esortano a comportarsi in maniera socialmente responsabile, a danno di coloro che usano ingredienti geneticamente modificati, stanno contribuendo a mantenere il terzo mondo denutrito, suscettibile alle malattie e al limite della fame. Così i produttori e venditori cibo biologico finanziano con milioni di dollari l’anno i nuovi luddisti anti-biotecnologie.

Si è creata una rete così ingarbugliata di interessi, tra il Programma Ambientale delle Nazioni Unite, 295 banche, compagnie assicurative e finanziarie, compreso il gigante ri-assicurativo Swiss Re, un buon numero di ONG radicali e il WWF, concordi nel sostenere le teorie catastrofiche sul cambiamento climatico, per supportare uno sviluppo sostenibile, per poter attrarre i 26.000 miliardi di dollari dell’industria finanziaria americana, prospettando un declino delle compagnie energetiche. Nessuno sostiene che le organizzazioni attiviste per l’ambiente non abbiamo diritto di organizzarsi, ma per manifestare e promuovere la loro causa dovrebbero farlo in conformità della legge, dei regolamenti e principi etici che governano le imprese e le associazioni commerciali.

La possibilità che questo cartello di organizzazioni di interessi ambientali manipoli i mercati, e faccia pressione sulle compagnie, sui consumatori, sui grandi risparmiatori e violi codici è enorme e reale ed evidente. La loro integrità è a rischio. Questi neo-luddisti cercano di imporre concetti dell’ecologismo e dello sviluppo umano del primo mondo a paesi in via di sviluppo. Non vogliono che i paesi poveri possano seguire la strada che ha reso ricchi i paesi occidentali.

Le politiche ambientaliste anti-sviluppo e anti-commercio sono fondamentalmente anti-umane.

Gli eco-imperialisti pongono capricci ecologisti e concetti nebulosi sopra il consumo delle risorse sopra i bisogni di miliardi di poveri nel mondo.

Come ha osservato il famoso scrittore inglese C.S.Lewis[4]: «Di tutte le tirannie quelle esercitate per il bene delle sue vittime può essere la più oppressiva. Meglio vivere sotto i baroni ladri che sotto onnipotenti e moralisti ficcanaso. La crudeltà del barone ladro può talvolta assopirsi, la cupidigia può a un certo punto essere saziata; ma quelli che ci tormentano per il nostro bene ci tormenteranno senza fine, perché lo fanno con l’approvazione della loro coscienza».

[1] Premessa di Paul Driessen autore di Eco-imperialismo, Potere verde morte nera.

[2] Portatore di interessi: soggetti che possono influenzare o essere influenzati da un’iniziativa economica.

[3] Valentina Furlanetto, autrice di L’industria della carità.

[4] Docente presso l’Università di Oxford, meglio noto come autore delle Cronache di Narnia.

 
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Pubblicato da su 18 febbraio 2017 in Uncategorized

 

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L’Invidia nella società.

L’invidia è quel sentimento di astio che rode dall’interno: quel senso di dispiacere astioso che si prova nei confronti della felicità e dei pregi altrui; ne consegue il desiderio di distruggerli; è sinonimo di livore.

  1. Ci troviamo di fronte all’astioso quando prevale il sentimento di aggressione nei confronti di chi è felice o almeno ottimista.
  2. L’invidia è un chiarissimo atto di percezione, quindi la felicità e i pregi sono percepiti come dispiacere. L’errore dei livellatori politici sta nel credere che eliminando determinante disuguaglianze possano ottenere una società armonica.
  3. I pregi personali e i vantaggi materiali altrui sono mal visti, preferendo la loro distruzione alla loro acquisizione personale. Il politico propenso all’invidia tollera meglio un reddito nazionale modesto che uno più alto ma con un numero più alto di ricchi.

Il conformismo è una forma di prevenzione dell’invidia, che costringe gli individui a non credere nelle proprie idee per sfidare il gruppo. Senza l’invidia non esisterebbe una struttura sociale di una certa dimensione, in cui intervengono i fattori emotivi che determinano il conformismo e il divieto di introdurre nel nostro comportamento delle novità che possano far suscitare l’astio negli altri.

Il desiderio di appartenenza o di benevolenza sono il sintomo di un processo di rimozione dell’invidia di una società, che condannano il non conformismo. Nell’inconscio di qualsiasi uomo prevale l’individualismo, ma non potendo fare a meno di appartenere ad un gruppo per guadagnarsi da vivere, si compensa la perdita di individualità partecipando alla spersonalizzazione degli altri membri, trasformandosi in aguzzino, che infligge con il resto del gruppo sanzioni nei confronti del membro anticonformista.

L’appartenenza ad un gruppo non è il coronamento di un individuo ma una minorazione del suo essere. Se prendiamo in considerazione i processi di controllo sociale, possiamo comprendere l’importanza dell’invidia nella formazione dei gruppi di appartenenza e nelle posizioni di potere.

Quando sorge un nuovo centro di potere, che tenta di allargarsi e consolidarsi, cerca di attirare sotto il proprio controllo persone o gruppi non ancora sottomessi. In questa fase molti uomini o gruppi, per viltà, avidità, ignoranza o autentico entusiasmo, possono essere risucchiati dalla nuova posizione di potere e iniziano a praticare azioni di ostilità nei confronti di chi osserva scetticamente il nuovo potere o ne prende le distanze.

I nuovi gruppi di potere rafforzano la formazione dell’opinione nella società, utilizzando il termine salottiero “conflitto” alla scomoda e ruvida “invidia”, quando una delle parti trae le sue motivazioni da una condizione di inferiorità, non fanno altro che manifestare disuguaglianza nella distribuzione del potere legittimo.

Ubbidire a leggi diverse è l’unico caso in cui persone o gruppi entrano in conflitto tra loro, senza essere stati provocati dall’invidia, che invece verrà a galla, quando una delle parti, in caso di sconfitta, si troverà costretta ad ammettere di aver seguito le leggi sbagliate.

L’ambivalenza sociologica studia il comportamento di quegli individui che dissimulano il loro sentimento di invidia e disprezzo nei confronti di quelli con cui non si hanno relazioni sociali. L’invidia e la gelosia sono sentimenti simili, che toccano sfere differenti, quali l’antagonismo e l’affinità.

Il vandalismo è considerato un sottoprodotto incomprensibile dell’invidia, perché non trae le sue motivazioni dalla vendetta diretta, ma è un fenomeno cronico dei ceti o dei gruppi minoritari.

La costruzione a scopo di emulazione, è quella di chi, senza urgente necessità, decide di costruire, senza badare a spese, pur di danneggiare la persona invidiata, benché non è interessato a possederne il bene, ma a vederlo distrutto.

La scienza del comportamento umano si arresta di fronte all’idea di invidia; ricorre ad eufemismi pur di ripudiarla con espressioni di disprezzo.

La corrente sociologica progressista mette in risalto il risentimento con il termine fierezza e orgoglio antisociale. Il denominatore comune, di tale inquietudine, è la spinta egualitaria che vorrebbe una società di individui assolutamente uguali.

Il sentimento dell’invidia è troppo doloroso per essere considerato dai sociologi, perché nella letteratura scientifica l’invidia è una malattia seria, che diventa insanabile una volta scatenata.

La più numerosa tribù indiana sopravvissuta negli Stati Uniti, quella dei Navaho, conduce una vita misera nelle riserve, perché nella comunità non esiste l’idea del successo personale, della fortuna o della sfortuna, ma il monito che la ricchezza può essere acquisita solo a danno di altri.

Così, come in altre popolazioni indigene in giro per il mondo, l’invidia è un sentimento che impedisce la crescita personale, per non provocare la disapprovazione ed essere tacciati di stregoneria.

Nei paesi in via di sviluppo l’invidia è fin troppo radicata e spesso istituzionalizzata, diventando uno dei fattori che impediscono il progresso, specie perché i vertici dei singoli stati, rafforzano l’invidia con spirito nazionalistico, colpevolizzando i ricchi paesi industrializzati.

L’affermazione cara agli autori sinistroidi, che una società senza classi sociali sarebbe auspicabile, perché considerano la proprietà un furto, pretendono di far ricadere la colpa dell’invidia su chi l’ha provocata, sospingendo così, da oltre cento anni, i ceti medi e superiori verso i movimenti radicali di sinistra, colpiti dagli effetti demoralizzanti e dall’acuto senso di colpa, che una società di uguali possa non fornire pretesti al manifestarsi dell’invidia stessa.

Una società simile sarebbe una società paralizzata, non potrebbe permettere alcuna innovazione e non sarebbe in grado neanche di salvaguardare le differenze tra minorenni e adulti, infatti, basta la gerarchia dell’età, presente in ogni società, per far naufragare l’utopia degli egualitari.

L’ingratitudine è il primo sintomo dell’invidia, che in maniera occulta o velata si manifesta, anche nei confronti di un benefattore. L’ingenuo e l’invidioso sono gli opposti che si attraggono.

Nelle società europee, dalla metà del XIX secolo, la forza disgregatrice dell’invidia si nascondeva dietro formule moderne e democratiche, che si traducevano in politiche volte a placare e a livellare gli ambienti più inclini all’invidia, anziché considerare il fondamentale principio fondamentale di essere tutti uguali di fronte alla legge.

Ogni qualvolta che entrano in gioco le concezioni utopistiche di una società esente dall’invidia, dove è preminente il desiderio di uguaglianza e di giustizia sociale, tanto caro ai socialisti, inevitabilmente si arriverà alla paralisi e alla distruzione di ogni forma di vita economica e politica, come a Cuba e in Venezuela.

Durante il ventennio tra il 1935 e il 1955, nel mondo occidentale vennero utilizzati strumenti macroeconomici che si rifacevano alla teoria dell’equilibrio economico generale di stampo keynesiano, quindi alla determinazione della capacità produttiva e redistributiva del sistema nel suo complesso, con l’obiettivo di massimizzare il benessere della comunità tutta.

Questo dogma non vuole tanto il benessere quanto impedire la formazione di singole maggiori fortune, viste come la causa della sfortuna dei gruppi di reddito inferiori. Con questi presupposti ideologici, l’invidia dei gruppi di reddito inferiore non poteva che trovare soddisfazione nella progressività delle tasse, per colpire e le fasce di reddito superiori. La giustizia sociale impone che tutti debbano possedere meno e punire le classi di reddito elevato, per mezzo dell’inuguaglianza fiscale, per placare gli invidiosi, che prestano attenzione su qualsiasi cosa possa procurare maggiore felicità ad altri.

L’Economia del benessere (il welfare odierno), per trovare attuazione, concepisce il ruolo centrale dell’attività dell’apparato statale, non come fonte di valori autonoma, ma come aggregato delle volontà individuali, che per avere una riduzione generalizzata dell’invidia, punta a politiche fiscali volte a colpire gruppi dai redditi più alti.

Esiste anche un’invidia delle distanze, che si manifestata in quei soggetti dal reddito un po’ più alto, che non riescono a sopportare che possano diminuire la distanza da chi, in precedenza, aveva redditi più bassi, o condizioni lavorative peggiori. Il mondo sindacale e professionale sono gli esempi migliori.

Il socialismo è considerato il punto di arrivo dell’evoluzione della morale, quale risposta al problema delle disuguaglianze, che traggono origine dall’evoluzione capitalistica e industriale moderna. I suoi aderenti non sanno che la loro concezione è esistita fin dalle fasi primitive della vita sociale, non si rendono conto che l’uomo sente una fortissima invidia quando tutti sono uguali: quando non c’è nulla da ridistribuire, l’uomo grida alla ridistribuzione.

Lo sviluppo socio-economico conseguito in poco più di due secoli, è stato ottenuto dalla capacità di mettere al bando e di vincere l’invidia sociale, grazie a concezioni, principi giuridici, e alla buona coscienza, di chi aveva avuto successo nella vita.

Le diverse dottrine di stampo socialista, oltre ad essere sorpassate, allontanano i cittadini dalla possibilità di raggiungere ciò che ciascuno può conquistare impegnandosi.

Quando, nel 1964, un intellettuale come Sartre rifiutò il premio Nobel, adducendo che ciò avrebbe fatto perdere credibilità al socialismo, fu la conferma che chi si fa influenzare dall’invidia non è in grado di progettare un qualsiasi sistema sociale.

L’invidia colpisce, in maniera occulta, gli usi e i consumi dei diversi gruppi sociali, bolla il consumismo come un lusso che evidenzierebbe le differenze sociali.

Fatti salvi i regnanti e i personaggi più ricchi e potenti, l’invidia procurava nelle società, pressioni tali da introdurre consuetudini per impedire o controllare il lusso; nel passato ci furono addirittura leggi, come la romana Lex Didia del 143 a. C., che prevedeva pene per chi offriva o accettava pranzi sontuosi.

invidia

Nonostante tutto, anche nelle società dov’era più radicalizzata l’ideologia, che prevedeva l’uguaglianza sociale come fine, sia i funzionari che l’esecutivo riuscivano ad imbrigliare l’invidia e gli invidiosi, grazie alla cristallizzazione del potere su base plebiscitaria, di una plutocrazia o di una classe dirigente imborghesita, che si godeva lo sfarzo e le comodità di chi aveva sostituito.

I dirigenti dei vari regimi che si erano fatti portavoce degli invidiosi, che pretendevano di limitare i redditi e di abolire le rendite, come quello nazionalsocialista tedesco, i movimenti rivoluzionari del Sudamerica, i bolscevichi in Russia e i populisti negli Usa, non fecero altro che rendere politicamente tollerabili le disuguaglianze economiche, per avvantaggiarsi dei privilegi acquisiti.

Le società utopiche immuni dall’invidia, prevedono che i bambini vengano allevati in casi comuni da educatrici, che dovranno spesso cambiare (come nell’antica Sparta o nella Repubblica di Platone), dove saranno eliminate le note di merito, demerito, e la bocciatura degli alunni, per non distinguere i buoni dagli scadenti, vestiti alla stessa maniera, dovranno prepararsi per un futuro di rotazione lavorativa, per mantenere l’uguaglianza: stiamo parlando dei kibbutz.

Essere immuni dall’invidia è una prerogativa del singolo e non di una società, che non può sopportare che un individuo possa intraprendere l’isolamento, visto come uno scandalo, chiedendosi per quale motivo lo stia facendo, gli invidiano la libertà di usare il proprio tempo sottraendosi alla presenza altrui.

Il culto della povertà, dalle sue origini più antiche, nel medioevo, come negli ultimi due secoli, è sempre stata determinata e sostenuta da predicatori e dai loro discepoli, mossi dall’invidia, dal risentimento e dall’avversione da tutto ciò si elevi al di sopra di loro, o da individui delle classi più alte, che non riescono a gestire l’invidia altrui, rinunciando spontaneamente ai propri privilegi.

Questa variegata massa di rinnegati, è spinta ad abbracciare la povertà, pensando di riscattare la propria classe sociale, oppure dopo delusioni personali, risentimenti contro i genitori e parenti, punendo sé stessi.

La reazione emotiva che spinge molti individui alla povertà, dipende dall’invidia aggressiva che condiziona la vita dei figli di genitori benestanti o ricchi, che aderiscono a gruppi di estrazione povera, che per invidia propugnano la rivoluzione sociale, perché questa serve a colpire, danneggiare o almeno umiliare, quelli che sono superiori a loro.

Gli individui di buona famiglia, che non soffrono di invidia, ma aderiscono ai gruppi rivoluzionari, sono comunque costretti a condurre e ad appoggiare la politica dell’invidia.

Dagli anni cinquanta in poi, la classe media inglese generò il più alto numero di soggetti benestanti, che passarono alla protesta contro il capitalismo, sfruttati dai politici, dagli agitatori e dai propagandisti, per indirizzare le ire degli invidiosi, su capri espiatori ben individuabili, dai gruppi popolari, per scatenare la loro indignazione.

Spesso, le azioni di protesta intraprese da una ridotta minoranza, sono viste da alcuni come una giustificazione emozionale del più crudo terrore di una rivoluzione, a differenza della stessa azione compiuta dalla massa, che verrebbe registrata nella statistica criminale con un senso di noia.

L’ottica egualitaria svolge la duplice funzione di preparare le rivoluzioni: da un lato la proprietà viene bollata come una provocazione insopportabile quando è in mano di pochi, dall’altro la trasgressione, i misfatti e i crimini mantengono la loro esplosività sociale sino a quando tutte o parecchie classi sociali ottengono gli strumenti per compiergli.

La sociologia criminale ha rilevato che i delitti comuni sono legati alle diverse culture, che definiscono delitto un certo comportamento, tenuto in certe circostanze, come certe trasgressioni, considerate attentati alla sensibilità popolare, che ogni rivoluzione strumentalizza.

In pratica, i rivoluzionari finiscono per adottare gli stessi provvedimenti autoritari, che avevano provocato le rivoluzioni, che poi si affrettano a trasformare in virtù i peccati dei loro predecessori.

Francesco Bacone aveva individuato come un microrganismo patogeno l’invidia pubblica, che procurava paura nei tiranni, che finivano per adottare provvedimenti lodevoli per combattere il malcontento, che invece di placarsi, diventavano sempre più virulenti, perché percepivano la debolezza dell’apparato.

Bacone concludeva lo studio sull’invidia pubblica, osservando che essa prende di mira i funzionari nei posti chiave, nonché i ministri, perché le loro azioni sono controllabili e di conseguenza criticabili, anticipando di trecentocinquanta anni, la regola del confronto che oppone il sistema statale alle nuove sinistre, che infettano le scelte governative, costrette a legiferare provvedimenti atti a controllare l’invidia.

Quando una società innalza un uomo medio a censore legislatore, finirà arrivare alla paralisi, sprecando tutti i suoi mezzi. La capacità civilizzatrice di una società dipende dalla sua capacità di temperare e canalizzare l’invidia, mentre tradisce la sua missione quando compie gesti di abbonimento, utili nell’immediato, intesi a creare la pura uguaglianza sociale, nel presupposto che tale condizione possa placare l’invidia sociale.

Negli ultimi anni si ha l’impressione che sia sufficiente dimostrare risentimento e invidia per legittimare le azioni e le rivendicazioni dei movimenti di protesta.

L’invidia si è a tal punto legittimata che tutti hanno paura di essere accusati di dubitare sul dogma assolutista che rivendica l’ideale di uguaglianza.

 
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Pubblicato da su 14 febbraio 2017 in Uncategorized

 

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Patologia UE: gelosia ossessiva e vendicativa?

L’osservazione di soggetti o di istituzioni non si deve fermare alle apparenze, ma aspettare che queste mostrino la loro vera faccia, specie nel momento in cui vengono messe sotto pressione o messe in discussione.

Lo studio di tali reazioni è determinante per valutare la credibilità dei soggetti presi in esame, la loro capacità di reagire alle difficoltà e soprattutto la loro vera indole.

Così venne il giorno in cui venne data la possibilità a dei cittadini di esprimersi, su una loro eventuale permanenza nella UE, provocata dalla repentina decisione del premier David Cameron di indire un Referendum sull’argomento, definito dai media come BREXIT

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Se fino al giorno prima le istituzioni europee erano riuscite a dribblare le difficoltà e il malcontento, con il LEAVE inglese (uscita) per la prima volta la UE dovette subire un pubblico giudizio e di conseguenza l’abbandono di uno degli Stati protagonisti di questa Unione, che pur non avendo mai adottato l’Euro, avevano chiaramente espresso l’opinione di uscire dall’Unione Europea.

Se in tutta Europa la decisione del Regno Unito venne accolta come un fulmine a ciel sereno, nelle stanze del potere di Bruxelles venne ricevuta come una vera catastrofe.

Per la prima volta le istituzioni europee dovettero subire il giudizio negativo di un popolo e la perdita di un partner privilegiato, mettendo così a nudo, tutti i limiti di un progetto nato con le buone intenzioni, ma poi costruito male e finito peggio.

Il cortocircuito provocato dal LEAVE inglese, ci ha permesso di valutare con attenzione la vera identità di chi è a capo delle istituzioni europee, e la democrazia della stessa UE.

Cosa potrebbe far supporre la reazione scomposta di Junker – “non sarà una separazione consensuale” – se non una minaccia di ritorsioni?

In psicologia potrebbe essere definita una patologia da abbandono, quando un partner viene abbandonato e non accetta tale abbandono, reagendo di conseguenza con gesti inappropriati e a volte poco edificanti.

Una cosa è certa, le istituzioni europee non sono per niente democratiche, tanto meno tolleranti, vista la loro reazione scomposta, nonostante fosse stato controfirmato il Trattato di Lisbona, una sorta di contratto prematrimoniale, in cui le parti stabilivano in anticipo eventuali rinunce o fuoriuscite.

La volontà di far uscire quanto prima il Regno Unito dalla UE e la minaccia di non dare alcun favore commerciale agli inglesi, altro non è che un gesto di estrema gelosia e di terrorismo nei confronti di chi ha deciso democraticamente di uscire dalla traballante Comunità europea.

La gelosia è un disturbo ossessivo compulsivo che obbliga a pensare che ci sia un tradimento del compagno, e a mettere in atto strategie per poter operare un controllo, che diventa ossessivo e incessante.

Dietro la gelosia c’è una forma di insicurezza, che amplifica il senso di possesso e di ritorsione, tipico in soggetti deboli e poco inclini al dialogo, più vicini ad una dittatura che ad una moderna Democrazia.

Strano a dirsi, ma non tutti sono dispiaciuti della decisione del Regno Unito, che invece è riuscito a rinfocolare gli animi degli acerrimi nemici di questa Comunità europea, che invece di migliorare l’economia e la vita dei suoi cittadini, è riuscita a danneggiare le classi meno abbienti e a creare più diseguaglianze di quante erano in precedenza.

Posso affermare che i maggiori sostenitori del progetto europeo, sono stati gli elementi di spicco della sinistra europea, che si erano convinta di poter avere dei vantaggi nel creare una nuova istituzione, extra nazionale, capace di soffocare qualsiasi dissenso interno, depotenziando le istituzioni nazionali, a vantaggi di burocrati europei, che di li a poco avrebbero mostrato tutta la loro capacità distruttiva, inserendo normative che favorivano i grandi a danno dei piccoli.

La teologia europea ha sostituito la democrazia, riuscendo a creare un enorme distanza tra se e la cittadinanza, vista come una massa da sfruttare, che permette alle istituzioni di giocare ad alto livello con le risorse drenate in Europa.

Probabilmente la profonda invidia di burocrati autoreferenziali, nei confronti dei piccoli e medi imprenditori, ha permesso di fagocitare il sistema a danno di quello specifico settore.

La UE ha generato la prima Rivoluzione Industriale alla rovescia, in cui la tecnologia e la movimentazione delle merci, è riuscita a generare disoccupazione e povertà, più di quanto avrebbe potuto fare chiunque altro.

Se nel passato la sinistra italiana ed europea era vicina ai lavoratori e alle classi più povere, il suo repentino avvicinamento alla grande finanza e al mondo bancario, ha un sapore alquanto strano e incomprensibile.

L’opera di terrorismo mediatico messa in campo in tutta Europa dai sostenitori della UE, sta spaventando le persone meno capaci di interpretare la politica e soprattutto l’economia, ma sta aprendo gli occhi ai tanti dubbiosi e ai realisti, che non si sono fatti suggestionare dagli effetti speciali dei fachiri europei.

La faziosità delle forze della sinistra europea sta rasentando il ridicolo, se non ci fosse da piangere per i disastri perpetrati da tali signori, che ci vogliono far passare come “miracoloso” il roaming internazionale, l’Erasmus per far [pascolare] i figli all’estero (ma non preparare), la possibilità di circolare in Europa con il documento d’identità anziché con il passaporto, e il fatto che possano circolare le merci liberamente.

Purtroppo la maggior parte di quanto decantato lo stiamo pagando a carissimo prezzo, perché per quanto è vero che la libera circolazione di persone è stata un bene, nessuno aveva detta di lasciare le porte esterne aperte per far entrare tutti.

Non dobbiamo dimenticare che le istituzioni europee sono entrate in crisi per l’immobilismo nei confronti del numero enorme di migranti in arrivo, che hanno messo in crisi una comunità a soqquadro, per la crisi sopraggiunta con l’apertura dei mercati asiatici in Europa.

Aver provocato la delocalizzazione di tantissime imprese, a causa di un fisco sempre più opprimente, non ha fatto altro che far perdere il posto di lavoro ad intere generazioni, specie nei paesi mediterranei.

Alla luce di quanto scoperto, sarà nostro dovere informare chi non è riuscito a cogliere certi aspetti e di sensibilizzare la classe politica a non assecondare tale progetto europeo ma a metterlo in discussione.

Innanzitutto i soggetti pericolosi vanno messi in condizione di non arrecare ulteriori danni, poi andrebbero azzerate le istituzioni europee, ma considerando la storia e i soggetti in questione, sarà più facile cacciarli con la forza che con una loro presa di coscienza.

In fondo solo gli inglesi sono capaci di dimettersi.

Quando mai si dimetteranno gli euro-burocrati non eletti da nessuno, poco inclini al dialogo ma prodighi di congetture e norme insensate e nocive all’economia.

Aspettiamo con ansia la presa di posizioni di chi ha a cuore il futuro delle singole nazioni, la libertà di espressione e di critica e di salvaguardia delle particlarità, anziché il caos generato su un progetto costruito sull’inganno, pensato da burocrati non eletti e incapaci di fare del bene.
Loro rappresentano la nuova forma dfi

 
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Pubblicato da su 25 giugno 2016 in Uncategorized

 

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116° Sardegna nella Guerra dei Trent’anni

All’inizio del XVII secolo in Europa non si erano ancora risolte le lotte tra protestanti e cattolici, specie in quei Regni che, per motivi di successione, erano passati a confessioni religiose diverse, non si potevano creare che rivolte, perché il popolo e la nobiltà rimanevano sempre gli stessi.

Gli interventi non fecero altro che scatenare guerre e formare nuove alleanze, per stabilire chi aveva ragione e chi no. Lo scontro diede luogo ad una lunga ed estenuante conflitto, chiamata poi Guerra dei Trent’anni, in cui le varie potenze europee dovettero misurarsi.

La Sardegna, sotto stretto controllo della Corona di Spagna, si trovò suo malgrado a vivere sulla sua pelle uno scontro oltre la sua portata.

Nonostante fosse poco popolata, costretta ad un sistema medievale di vassallaggio, oltre che da un’imposizione fiscale pesante, la Sardegna dovette fornire alla nobiltà locale un enorme numero di uomini, per lo più tolti dalla terra e dai pascoli, per farli diventare dei fanti armati, e ingrossare le fila dell’esercito spagnolo.

Si stima che lo sforzo bellico mobilitò tra i diecimila e i dodicimila uomini, forse il 4-5% sull’intera popolazione.

Durante la Guerra dei Trent’anni le truppe in battaglia nei vari fronti rappresentavano la presenza fisica di sardi in Europa, molti non sanno che uno di questi violentissimi scontri avvenne proprio sulla nostra isola.

Il cardinale Richelieu nel 1635, a seguito del Trattato di Rivoli, aveva deciso di intervenire contro le forze spagnole, non solo nei Paesi Bassi ma anche in Italia.

In guerra si registravano sempre fasi alterne, incomprensioni e comportamenti poco lipidi tra gli alleati francesi, che portavano spesso a ritorsioni e a scivoloni.

Con l’occupazione spagnola del Ducato di Parma, la flotta francese comandata da Enrico di Lorena conte d’Harcourt, era stata costretta a lasciare l’Atlantico per organizzare un intervento nell’alto Tirreno.

Con l’arrivo sulle coste tirreniche della flotta francese, la Spagna si era convinta di cambiare politica e di restituire al duca di Parma i vari territori occupati.

Avvertito in mare il conte Enrico di Lorena, al comando di una poderosa armata pronta al combattimento, fece diverse considerazioni di ordine psicologico e di immagine, in cui sarebbe stato inopportuno rinunciare alla battaglia, prima di tornare nell’Atlantico.

Durante il ripiegamento della potente flotta, venne valutata l’opportunità di un attacco ad una città della Sardegna, già nelle mire espansioniste dei francesi, così, in questo contesto, si profilò l’attacco alla città di Oristano, tra il 22 e il 26 febbraio del 1637: un approdo facile, senza difese adeguate, e oltretutto sicuro per un naviglio di grossa stazza.

La popolazione per sfuggire al massacro si rifugiò nella vicina Santa Giusta e in altre località dell’interno, in attesa della milizia popolare sarde che potesse respingere in mare le truppe francesi.

La città venne completamente devastata e saccheggiata, le case e le chiese spogliate di tutto, purtroppo la ferita maggiore venne compiuta dalle milizie sarde accorse in difesa della città, si lasciarono andare in seguito alla depredazione di qualsiasi cosa fosse ancora trasportabile.

Sembra oramai accertato storicamente che i francesi non volessero assolutamente creare una testa di ponte in Sardegna, ma che fossero giunti solo per rifornirsi, soprattutto di acqua e di vettovaglie.

L’attacco dei francesi ad Oristano non fece altro che peggiorare le difficilissime condizioni economiche in cui versava la Sardegna, a cui sarebbero occorsi moltissimi anni prima di riprendersi.

Quando di li a poco Filippo IV di Spagna invitò tutti i ceti privilegiati a sostenere un ulteriore sforzo finanziario nel 1640, per 80.000 scudi, un importo superiore alla capacità contributiva della stessa popolazione, non fece altro che creare le condizioni per la disperazione e la morte.

E’ stato valutato che in quel periodo storico, a causa delle truppe mandate al fronte e la crisi economica che ne conseguì, per il sistematico abbandono della terra, la popolazione subì un ulteriore calo demografico del 25%, lo svuotamento di un terzo dei villaggi e l’abbandono della metà delle case. Chiamarlo solo disastro indotto sarebbe riduttivo.

La crisi fu così grave che il 15% del grano insierro di Cagliari (quantità sottoposta ad ammasso obbligatorio), venne venduta nel mercato interno per sostenere la popolazione locale.

La crisi proseguì per diversi anni, al punto che i labradores (coltivatori di grano) furono costretti a non rinnovare le locazioni sui terreni che guardavano a mare, per gli impedimenti conseguenti all’invasione francese.

Il popolo sardo per l’ennesima volta fu costretto a pagare pesantemente per una guerra che non lo riguardava, non lo interessava e neanche conosceva chi e perché avrebbe dovuto combattere.

Sta di fatto, che la Corona di Spagna, lasciò solo dolore, fame e morte dietro di se.

Nessuno può negare che gli spagnoli furono i peggiori di tutti, quelli più avidi, superbi e vanitosi. Sprecarono tutte le enormi risorse derubate nelle Americhe, sottoposero la Sardegna ad un continuo salasso, costringendola ad un sistema baronale, burocratico repressivo tale, che tutt’oggi, chi fa politica adotta lo stesso sistema per controllare una terra il cui debito di sangue è stato pagato da tempo, ma non riesce a togliersi di dosso quel senso di sottomissione che ancora non gli permette di liberare le forze migliori al progresso e al successo che merita.

 
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Pubblicato da su 20 marzo 2016 in Uncategorized

 

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