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Gaetano Salvemini: il pensiero scomodo di un uomo sempre controcorrente

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Il miglior ritratto che abbiamo di Gaetano Salvemini è quello fatto da Massimo L. Salvadori[1]: «Salvemini rappresentava, insieme con Croce, l’erede più legittimo del liberalismo italiano. Mentre Croce era il conservatore di tradizione cavouriana-giolittiana, Salvemini si poneva erede della tradizione democratica»[2].

Gaetano Salvemini, – figura ormai dimenticata di scienziato politico, che paga ancora oggi la qualifica di personaggio controcorrente, – considerava sue stelle polari: la Libertà, la Giustizia e la Democrazia.

Amava continuamente ripetere: «Siamo tutti d’accordo che la libertà significa il diritto di essere eretici, non conformisti di fronte alla cultura ufficiale e che la cultura, in quanto creatività, sconvolge la tradizione ufficiale»[3] e a distanza di sessant’anni dalla sua morte, queste parole risuonano profetiche, in un mondo che ha fatto del politicamente corretto il mantra con cui ordinare la società odierna.

Nativo di Molfetta in Puglia, ma formatosi negli studi a Firenze, ha profuso il suo impegno nell’analisi, grazie al suo ruolo di accademico, e dato applicazione ai principi che ispiravano l’esercizio del suo magistero nella concreta azione politica, consapevole della necessità di rispondere ai bisogni reali della società.

Aderì infatti al Partito Socialista, promuovendo un’attenzione verso la questione meridionale, ma dopo alcuni contrasti col leader riformista Filippo Turati, uscì dal Partito e fondò a Firenze nel 1911 la rivista “L’Unità[4], ottenendo la collaborazione di autorevoli personaggi tra cui Benedetto Croce e Luigi Einaudi. La rivista andò avanti, salvo pochissime interruzioni, sino al 1920, quando entrò in contrasto con l’azione del PSI durante il periodo del “biennio rosso”, partito ormai egemonizzato da un’ala massimalista succube del mito leninista. Posizione dunque che lo vedeva in opposizione ad altri importanti fermenti culturali del periodo, come quelli portati avanti – pur nelle significative differenze – di Piero Gobetti e della sua rivista “La Rivoluzione liberale”, e del gruppo de “L’Ordine Nuovo” torinese di Antonio Gramsci.

Sostenitore dello Stato laico e democratico, l’attualità di Salvemini è riscontrabile soprattutto nelle problematiche che investono la scuola e la natura delle istituzioni: la giustizia sociale e il progresso dei cittadini si ottengono attraverso un’istruzione valida garantita per tutti, la ripresa del pensiero di Carlo Cattaneo per un’Italia Federale, è la chiave per l’evoluzione economica e sociale del Meridione.

Negli Scritti sulla scuola, Salvemini accusava apertamente il partito clericale di rovinare la scuola con studi nozionistici ed enciclopedici, che avrebbero portato ad una formazione dogmatica e frammentaria: «La scuola laica è la scuola indipendente da tutti, i preti neri, verdi, rossi, di tutti i colori; è la scuola che chiami a sé i migliori uomini che siano disponibili sul mercato, che la misura degli stipendi permette di attirare, senza preoccuparsi delle idee politiche o religiose o scientifiche di ciascuno, senza badare se vestano la tonaca nera o se portino la cravatta rossa, se abbiano per copricapo il tricorno o il triangolo o il berretto frigio affinché essi insegnino agli alunni non quello che essi o il governo credono sia la verità, ma in che modo, con la forza della ragione, con animo libero da pregiudizi e da preconcetti, ognuno debba cercare la verità; una scuola che non pretenda per sé nessun privilegio, e si esponga alla libera concorrenza di tutte le altre scuole con nessun’altra difesa che la fiducia nella superiorità del proprio indirizzo educativo e la cura di rendersi senza tregua migliore di qualunque altra… »

E ancora «La scuola laica non deve imporre agli alunni credenze religiose, filosofiche o politiche in nome di autorità sottratte al sindacato della ragione… È laica la scuola in cui nulla si insegna che non sia frutto di ricerca critica e razionale, in cui tutti gli insegnamenti sono rivolti a educare e rafforzare negli alunni le attitudini critiche e razionali».

Il modello scolastico di cui si faceva propugnatore avrebbe poggiato su basi differenti: «Una scuola che il partito clericale (e sono tanti, e di tanti colori, i clericali, mi permetto di chiosare: è un pensiero di Salvemini o il tuo?) “debba odiare a morte, perché educatrice di libere e forti coscienze, avversa a tutti i dogmi indimostrati e a tutte le tirannie”»[5].

In un periodo storico ricco di stravolgimenti, Salvemini visse la propria libertà di pensiero come nemico dichiarato del fascismo, del comunismo, del clericalismo e della monarchia italiana.

Dopo la sua elezione a senatore nel 1919, avversatore sia del fascismo che del comunismo, nel 1925 fu tra i firmatari del Manifesto antifascista redatto da Benedetto Croce, prima di venire arrestato e processato insieme ad Ernesto Rossi. Dopo la concessione di un’amnistia poté rifugiarsi prima a Parigi nel 1929, dove fu uno dei fondatori del movimento Giustizia e Libertà, nato per un’iniziativa di alcuni intellettuali democratici, tra cui Carlo e Nello Rosselli. Dopo un breve soggiorno in Gran Bretagna, si trasferì negli Stati Uniti nel 1934, fino a che non venne invitato ad insegnare nel Dipartimento di Storia dell’Università di Harvard nel 1943. Al suo rientro in Italia nel 1949 continuò il suo impegno nella lotta a quelle che a lui apparivano come ideologie fumose, contro il dogmatismo, il clericalismo, la burocrazia e lo statalismo, nemici della laicità e delle particolarità. Il pensiero di Gaetano Salvemini è tanto attuale da poter essere paragonabile a Machiavelli e Marx.

Salvemini è stato tra i pochi protagonisti della scena politica italiana a sfidare apertamente il pensiero dominante del suo tempo, il fascismo, individuando però nelle istituzioni il male incurabile della società italiana, che, come una metastasi, avrebbero finito per divorare e infettare tutti e tutto ciò che ne fosse venuto a contatto. La problematica meridionale fu il fondamentale stimolo per l’elaborazione, nel corso degli anni, di teorie federaliste sempre più approfondite e complesse: «L’unità amministrativa d’Italia è stata per il Mezzogiorno un disastro economico inaudito. Alcuni credono che l’accentramento sia un fattore inevitabile dello sviluppo urbano, mentre deducono che il decentramento sia possibile solo nei piccoli paesi»[6]

È sua la tesi che imputa al centralismo l’arretratezza del meridione: «Se l’Italia meridionale non ha raggiunto lo stesso grado di sviluppo del settentrione lo si deve fondamentalmente a due motivi: “1) essa ha dovuto mettersi in moto da un punto di partenza molto più arretrato dell’Italia settentrionale, 2) il progresso ha dovuto e deve lottare non solo con tutte le forze conservatrici locali, ma anche con le condizioni disastrose fatte dall’Italia meridionale dall’accentramento finanziario e amministrativo dell’Italia monarchica»[7].

La fondatezza del sistema federale sta nel rendere responsabili i singoli cittadini, facendo sì che possano esprimere la propria individualità e favorendo la solidarietà, confermate dalle sue parole: «Nel sistema federale il cittadino si educa alla vita pubblica, è lui che amministra se stesso, si avvezza a contare solo sulla propria iniziativa e non su quella di un’autorità lontana; e nello stesso tempo che si sviluppa in lui il sentimento della propria individualità, si avvede che egli non è un atomo avulso da altri atomi e unito con un punto centrale, ma fa parte di un sistema molto più complesso nel quale egli è strettamente solidale col suo vicino, e poi cogli altri meno vicini, e poi cogli altri più lontani: il sentimento dell’autonomia individuale si feconderà quindi in lui col sentimento della solidarietà sociale»[8]

Salvemini considerava il centralismo e l’interventismo statale come il male endemico del nostro paese, corrotto dalla politica clientelare e parassitaria. Le sue parole esprimono lucidamente concetti che possiamo ritrovare nel liberalismo classico e nella Scuola Austriaca: «Finché vi sarà un potere centrale incaricato di distribuire strade, ponti, acquedotti, istituti d’istruzione, tribunali, reggimenti ecc. vi saranno sempre sperequazioni artificiali e ingiuste fra le parti dello Stato»[9].

In sintesi, il pensiero di Salvemini prevedeva che fosse una legge generale a dover fissare una procedura, ma poi dovevano essere gli interessati a decidere se deliberare, a ragion veduta, e non per capricciose improvvisazioni di un’Assemblea Costituente della Repubblica, che invece avrebbe dovuto abolire i poteri dei prefetti. In totale contrasto con le decisioni prese dall’Assemblea Costituente, dove fu lo Stato ad imporre una divisione del territorio, senza tenere presente che, molte delle Provincie italiane, erano nei fatti delle regioni naturali, – come ad esempio le tre Calabrie[10], la Basilicata, la Terra d’Otranto, la Terra di Bari, la Capitanata[11], – Salvemini si domandava se queste provincie fossero disposte davvero ad associarsi in unità regionali. La decisione doveva essere presa dai diretti interessati e non da “padreterni, burocratici o parlamentari[12].

Se molte province risalivano addirittura ai tempi di Roma e spesso corrispondevano al territorio circostante le civitas, quelle che oggi vengono chiamate regioni risultavano né più né meno che dei compartimenti degli annuari statistici, che non hanno nessuna base nella storia italiana. Infatti le province di Reggio e di Modena appartenevano al Ducato di Modena, mentre Ferrara, Bologna, Ravenna, Rimini appartenevano allo Stato della Chiesa, a differenza del Regno delle Due Sicilie, che consisteva in un continente di province, quasi tutte regioni naturali. Stesso discorso si poteva applicare per le province di Cagliari e di Sassari: non è certo che avessero voluto formare una regione sarda, così come le province di Palermo, Catania e Messina sarebbero state disposte a formare una regione siciliana? Dopo tutto i porti di Palermo, di Catania e di Messina appaiono indipendenti l’uno dall’altro e i territori a cui essi servono, non hanno nessun bisogno di formare un’unica regione portuale.

A questo punto possiamo comprendere meglio lo studioso Salvemini quando commenta la nuova Costituzione italiana del 1947: «Ho letto il progetto della nuova costituzione. È una vera alluvione di scempiaggine. I soli articoli che meriterebbero di essere approvati sono quelli che rendono possibile di emendare prima o poi quel mostro di bestialità»[13]

Da uomo controcorrente qual era, non poteva che disapprovarne l’impianto, a differenza di alcuni saltimbanchi dei nostri tempi, che hanno definito la nostra Costituzione come “la più bella del mondo”!

Discorsi come quelli di Salvemini potrebbero essere considerati blasfemi dalla dottrina politica e centralista dei burocrati dell’assolutismo attuali che, per mezzo di leggi, norme e regolamenti, credono sia giusto regolare la vita di tutti i cittadini, sin dentro le mura domestiche, privi come sono delle minime libertà intellettuali e sovrastati dal conformismo che domina le loro vite, non sono in grado di frenare la loro patologia compulsiva legislativa.

Per fare un esempio dei nostri giorni: nel momento in cui la politica sarda del XXI secolo pensa di creare un’unica Autorità Portuale su base regionale, Salvemini è un interessante antidoto, poiché intravedeva il baratro in cui saremmo finiti a furia di varare norme e leggi che avrebbero finito per strozzare la vita non solo dei cittadini ma di intere comunità. Più che di un vaccino i nostri legislatori dovrebbero essere sottoposti ad una lobotomia, vista la persistente nevrosi maniacale di cui sono affetti.

Sentire oggigiorno studiosi e politici arroccarsi ancora sull’idea anacronistica di Stato centralizzato di matrice hegeliana, senza mai interrogarsi sul patrimonio di idee e di proposte politiche alternative come quella del federalismo, che possono spiegarci il perché del fallimento socioeconomico di una parte del paese, ha dell’incredibile.

Il Manifesto di tutte le sue battaglie laiche può essere considerato il discorso su La difesa della cultura, in cui accomuna fascismo e comunismo come regimi negatori del pluralismo, tirannici e liberticidi, in cui esprime, con estrema chiarezza, la sua avversione ai totalitarismi: «Non mi sentirei il diritto di protestare contro la Gestapo e l’Ovra fascista se mi sforzassi di dimenticare che esiste una polizia politica sovietica. In Germania ci sono i campi di concentramento, in Italia ci sono isole-penitenziario e nella Russia sovietica c’è la Siberia. Ci sono proscritti, tedeschi e italiani e ci sono proscritti russi»[14].

Se consideriamo il nostro tempo, la lotta ai totalitarismi non può dirsi terminata, in quanto il pensiero unico dilagante sta costringendo la nostra società a seguire dei modelli sofisticati di controllo delle masse, dalla quale è più difficile sfuggire, perché la burocrazia è diventata tanto pericolosa da trasformarsi in ideologia, con i suoi sacerdoti, gli Euroburocrati e i loro sostenitori, pronti a scalare l’apparato e a imporre regole sempre più ferree e antidemocratiche, che ci devono far ricordare i totalitarismi del secolo scorso, perché pur non disponendo di eserciti, ci stanno costringendo a entrare in una prigione senza sbarre ma con tanti kapò, pronti a spogliarci di tutte le nostre libertà, senza che la maggior parte si stia accorgendo del diabolico piano in essere. Le parole di Gaetano Salvemini sono altamente profetiche e impegnative per la nostra generazione, in quanto: «Non si apprezzano l’aria e la luce finché le si hanno: per comprenderne il valore bisogna averle perdute. Ma il giorno in cui le libertà sono perdute, riconquistarle non è facile […] Insomma ci sono delle società borghesi che presentano dei buchi attraverso i quali può spirare un soffio di libertà, dov’è possibile per esempio tenere questo congresso, e ci sono società borghesi in cui ogni buco è ostruito e una sola cultura può svilupparsi, la cultura della menzogna ufficiale […] Non disprezzate le vostre libertà, difendetele ostinatamente pur continuando a dichiararle insufficienti, a lottare per svilupparle»[15].

In un paese in cui si è considerati come dei populisti e fascisti se si contrari all’integrazione di quelle immense masse di migranti economici in arrivo, che stanno affollando tanto le nostre città quanto i piccoli paesi, pur di sostenere il pensiero «politicamente corretto» dei ben pensanti della sinistra mondialista, dobbiamo rammentare il pensiero di un uomo sempre controcorrente come Salvemini: «Siccome la libertà è il diritto di pensarla diversamente, di essere eretici per l’appunto, l’intellettuale non deve riconoscere a nessuna dottrina il monopolio legale della verità, e invitava a fare delle parole di Voltaire, il motto proprio di chiunque voglia dirsi liberale: “Signor abate, sono convinto che il suo libro è pieno di corbellerie, ma sarei pronto a donare fino all’ultima goccia del mio sangue per assicurarle il diritto di pubblicare le sue corbellerie”»[16].

Per concludere, quale riconoscimento più adatto ad un personaggio del peso di Gaetano Salvemini, integro e libero a 360 gradi, non poteva che provenire dai suoi stessi scritti, ricordando le sue origini socialiste e la sua profonda avversione per tutto ciò che poteva trasformarsi in ideologia: «Si è discusso di socialismo, marxismo e generi simili. Io ho detto francamente che ormai credo solo nel Critone di Platone e nel discorso della Montagna. Questo è il mio socialismo, e lo tengo inespresso nel mio pensiero, perché a esprimerlo mi pare di profanarlo. Cerco di esprimerlo meglio che posso nelle opere. Affrontare problemi concreti immediati, seguendo le direttive di marcia dettate dalla morale cristiana, e non perdere tempo in disquisizioni teoriche su che cosa è, cosa dovrebbe essere, che cosa sarà la democrazia, il marxismo, il socialismo, l’anarchia, il liberalismo… che se ne vadano tutti a casa del diavolo. Perdere tempo a pestare l’acqua nel mortaio delle astrazioni è vigliaccheria; è evadere ai doveri dell’azione immediata; è rendersi complici della conservazione dello statu-quo»[17].

Sicuramente il fascismo e il comunismo sono state le schegge più taglienti e distruttive del socialismo, ma se andiamo a verificare i risultati dei principi socialisti applicati in giro per il mondo, troveremo solo regimi assolutisti, desolazione e spesso la povertà estrema; luoghi in cui sono state sacrificate le libertà e le ambizioni personali a favore di un controllo diffuso dell’invidia, che tende a soffocare qualsiasi sviluppo, ricchezza, merito e qualità, pur di arroccarsi dietro ad una società piatta, in cui i soli a godere di privilegi sono i burocrati e i legislatori, moderni Mandarini[18] al servizio dell’Impero Celeste centralista.

Per concludere, è necessario ricordare la raccomandazione fatta ai giovani. Raccomandazione accorata, con tono schietto e privo di stereotipi, un augurio per il loro futuro: «I giovani debbono aver fede in sé stessi, e cioè non debbono cercare di mettersi al seguito di uomini vecchi o nuovi; essi debbono lasciarsi guidare dalla loro ragione, non debbono prender nulla alla leggera, e debbono studiare, studiare, studiare»[19].

Il «Pensiero Unico» imperante oggi in Italia verrebbe combattuto in tutte le sedi da Gaetano Salvemini, e avrebbe considerato il «politicamente corretto» una stortura maligna paragonabile al fascismo e al comunismo, acerrimi nemici della libertà individuale e sostenitori del centralismo assolutista e dispotico, che utilizzano la partitocrazia per infettare la società, per mantenerla divisa e dipendente dal sistema pubblico, quale unico dispensatore di benessere. La cura Salvemini sarebbe una sola: uno Stato Federale per salvare i singoli territori dalla voracità della partitocrazia, che avevano fatto della burocrazia centralizzata lo strumento per drenare e indirizzare la ricchezza raccolta, ad uso e consumo dei suoi sostenitori.

In definitiva Gaetano Salvemini, come tanti altri fuoriusciti dal Partito Socialista, ci mostra il percorso da seguire per raggiungere la meta che ci farà guadagnare la libertà e lo sviluppo: il Liberalismo!

[1] Storico, professore emerito dell’Università di Torino e politico italiano.

[2] M. L. Salvadori, Gaetano Salvemini, Torino, Einaudi, 1963.

[3] Gaetano Salvemini, Scritti vari (1900 1957), Feltrinelli.

[4] La rivista non aveva niente a che fare con il quotidiano l’Unità fondato da Gramsci nel 1924.

[5] Cultura e società nella formazione di Gaetano Salvemini, Edizione Dedalo, pag. 84.

[6] Camillo Berneri, Stato Burocrazia e Parlamentarismo, 1920-21.

[7] Salvatore Lucchese, Federalismo, socialismo e questione meridionale in Gaetano Salvemini.

[8] Camillo Berneri, Stato Burocrazia e Parlamentarismo, 1920-21, tratto da Critica Sociale, dicembre 1900.

[9] Gaetano Salvemini, Scritti vari (1900 1957), Feltrinelli.

[10] Il termine Calabria venne coniato dai bizantini; la sua civiltà subì le influenze di popoli diversi, come quello longobardo, arabo e degli schiavi introdotti nei latifondi. Dopo varie dominazioni, tra cui quella normanna, il territorio venne diviso i tre parti dai Borbone: Citeriore con capitale Cosenza, Ulteriore Prima con Reggio, Ulteriore Seconda con Catanzaro.

[11] Termine che deriva da catapano: funzionario bizantino, che amministrava il territorio; la Capitanata corrisponde all’attuale provincia di Foggia.

[12] Tratto da «La Critica Politica», fasc. 10, 1945.

[13] Lettera a Ernesto Rossi del 1947.

[14]Gaetano Salvemini, Scritti vari (1900 1957), Feltrinelli.

[15] Discorso tenuto a Parigi nel 1936 durante il “Congresso internazionale degli scrittori per la difesa della cultura”.

[16] Id.

[17] Annotazione del 5 agosto 1947 nel diario tenuto da Salvemini al suo rientro in Italia, in cui riassumeva le conversazioni tenute durante il giorno.

[18] Funzionari dell’Impero cinese che per oltre duemila anni controllarono la burocrazia, il cui uno ruolo era di impedire qualsiasi particolarismo a favore di uno Stato centralizzato.

[19] Tratto dalla rivista l’Unità 11 gennaio 1919.

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Pubblicato da su 4 luglio 2017 in Uncategorized

 

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113° Stato, Democrazia o Libertà?

L’uomo prospera quando soddisfa le proprie necessità e gode dei propri beni. La natura li fornisce ma non ci possono essere di alcuna utilità senza il lavoro e la comunità.

I bisogni degli uomini sono vari e non c’è mai stato nessuno in grado di procurarsi anche i beni di prima necessità senza l’aiuto di altre persone, e non esiste quasi nessuna nazione che non abbia bisogno delle altre.

Gli individui legati da una stessa lingua, storia, civiltà, interessi e aspirazioni, hanno sempre creduto che per assicurarsi la prosperità, e quella dei propri discendenti, fosse indispensabile mettersi sotto la protezione di un governo, che grazie all’aiuto di funzionari pubblici, si potesse garantire la sicurezza e la giustizia all’interno di grandi comunità, diventata una struttura giuridica complessa chiamata Stato.

Nell’antica Grecia la partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica delle città, aveva dato vita alla prima forma di Democrazia, seppur di una minoranza, vista l’esclusione dei non liberi e delle donne.

I cittadini che partecipavano alla vita pubblica si resero presto conto che dovevano darsi delle regole e dividere il potere amministrativo da quello giudiziario, oltre che mantenere la sicurezza.

democrazia atene-assemblea

Dalla vita pubblica iniziarono ad apparire dei personaggi politici che segnarono profondamente la storia umana, con appelli e principi che abbiamo il dovere di ricordare.

Pericle:

  • Noi siamo i soli a considerare chi non partecipa alla vita pubblica non come cittadino tranquillo, ma come un cittadino inutile, noi stessi esprimiamo giudizi discutiamo come si deve sulla questione, dal momento che non riteniamo che le parole sia un ostacolo per l’azione, ma piuttosto che lo siano il non essersi formati attraverso la parola prima di affrontare la situazione che deve essere intrapresa.

Otane:

  • Il principio isonomico, ciò di uguaglianza di ogni cittadino di fronte alla legge, consisteva nell’obbligo della rendicontazione finanziaria.

Democrito:

  • Non merita un elogio chi restituisce un deposito, merita biasimo e una punizione chi non lo fa.

Naturalmente in luoghi e tempi diversi le decisioni vennero prese sempre da un numero più ristretto di persone, in cui spesso era il monarca a regolare i rapporti tra i cittadini e si garantiva il potere concedendo parti di territorio e del fisco a fidati nobili locali.

Le ingiustizie erano frequenti, spesso di carattere fiscale, e quando ad essere toccati erano gli interessi dei nobili si scatenavano rivolte e spesso guerre.

Dopo le rivolte e le guerre seguivano divisioni di confini o trattati di pace, sino al primo documento ufficiale, la Magna Carta, in cui venivano stabiliti i rapporti tra monarca e nobili locali, in fatto di fisco e di diritto.

firma Magna-Carta

L’evoluzione economica di alcuni popoli stava portando i cittadini più liberi e intraprendenti a tollerare sempre meno le ingerenze dei monarchi, sempre pronti a spremere i cittadini con un fisco ingordo e ingiusto.

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La rivoluzione inglese alla metà del XVII secolo fu il primo segnale di rottura con le monarchie autoritarie del passato, confermate un secolo dopo dallo strappo della guerra d’Indipendenza americana con il Re Giorgio e dalla Rivoluzione francese con Luigi XVI, in cui videro la luce gli Stati moderni, imposti con la forza e con il sangue della democrazia, che oltre a togliere dei privilegi abusivi a delle persone, toglieva loro pure la vita.

rivoluzione_francese

Il sogno di uno Stato più vicino alle esigenze dei cittadini non poté nulla contro gli appetiti delle classi dominanti, che selezionavano i rappresentanti tra la borghesia, per difendere al meglio i loro interessi economici, ed escludere ampie fasce della società.

La stessa esistenza di eletti tra i borghesi implicava l’esclusione della maggioranza a vantaggio di una minoranza, che riusciva a controllare il potere governativo, concedendo loro privilegi e prebende.

Il clan toglieva agli stessi individui e ai gruppi la possibilità di determinare la propria identità e la propria finalità. Li espropriava della capacità simbolica di auto-istituzione.

L’esistenza stessa dell’apparato statale, imprime, per così dire, una curvatura nello spazio sociale, nel modellare il territorio e il tempo, la vita sessuale e il tempo libero; esso crea un sistema complesso di nicchie dove si collocano i vari livelli della gerarchia.

Parliament_Bill-1911

E’ nella natura stessa della dimensione statale di alienare i processi di autonomia collettiva e individuale. Se le strutture di dominio sono apparse prima dello Stato, quest’ultimo le aveva consolidate e legittimate, in particolare nel campo dell’economia.

Quindi, se la democrazia è un processo di formazione dell’opinione, il suo maggior vantaggio non sta nel suo metodo di scelta dei governanti, ma nel fatto che, siccome una gran parte della popolazione ha un ruolo attivo nella formazione dell’opinione, una vasta gamma di persone è disponibile ad essere selezionata.

In sostanza, quella che noi oggi chiamiamo Democrazia rappresentativa, altro non è che un modo per togliere la voce ad enormi fasce della società, è il lavoro silenzioso di una minoranza che usa la maggioranza per indirizzarne le abitudini e i consumi, oltre che a drenarne le risorse.

Non a caso la fornitura da un monopolio pubblico non rende il servizio più economico ma ne nasconde solo il costo, eliminando la concorrenza per legge, in quanto non è il libero mercato che sta danneggiando l’economia ma la sua mancanza.

Se le classi dominanti possono incidere nella politica di governo, che può escludere la concorrenza o impedirne la sua formazione, con norme o leggi astringenti e spesso coercitive, solo un progetto politico alternativo forte può contrastarlo, in quanto le leggi sono l’unica arma per combattere la complessità dell’apparato statale, colpevole di controllare e drenare risorse per le fameliche clientele e per i domini.

partitocrazia

Dobbiamo ricordare che limitando le funzioni di governo, compreso quello della maggioranza, possiamo ridurre l’apparato per garantirci la libertà, perché per la democrazia rappresentativa l’opinione della maggioranza è il solo limite per governare, in quanto la democrazia rappresentativa si contrappone al governo autoritario, quando questo non dispone della maggioranza, mentre per difendere la nostra libertà dobbiamo contrapporci al totalitarismo della partitocrazia, perché il potere si concentra in mano al suo capo o ad un gruppo ristretto di dirigenti.

 
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Pubblicato da su 22 novembre 2015 in tutte le notizie, Uncategorized

 

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