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116° Sardegna nella Guerra dei Trent’anni

All’inizio del XVII secolo in Europa non si erano ancora risolte le lotte tra protestanti e cattolici, specie in quei Regni che, per motivi di successione, erano passati a confessioni religiose diverse, non si potevano creare che rivolte, perché il popolo e la nobiltà rimanevano sempre gli stessi.

Gli interventi non fecero altro che scatenare guerre e formare nuove alleanze, per stabilire chi aveva ragione e chi no. Lo scontro diede luogo ad una lunga ed estenuante conflitto, chiamata poi Guerra dei Trent’anni, in cui le varie potenze europee dovettero misurarsi.

La Sardegna, sotto stretto controllo della Corona di Spagna, si trovò suo malgrado a vivere sulla sua pelle uno scontro oltre la sua portata.

Nonostante fosse poco popolata, costretta ad un sistema medievale di vassallaggio, oltre che da un’imposizione fiscale pesante, la Sardegna dovette fornire alla nobiltà locale un enorme numero di uomini, per lo più tolti dalla terra e dai pascoli, per farli diventare dei fanti armati, e ingrossare le fila dell’esercito spagnolo.

Si stima che lo sforzo bellico mobilitò tra i diecimila e i dodicimila uomini, forse il 4-5% sull’intera popolazione.

Durante la Guerra dei Trent’anni le truppe in battaglia nei vari fronti rappresentavano la presenza fisica di sardi in Europa, molti non sanno che uno di questi violentissimi scontri avvenne proprio sulla nostra isola.

Il cardinale Richelieu nel 1635, a seguito del Trattato di Rivoli, aveva deciso di intervenire contro le forze spagnole, non solo nei Paesi Bassi ma anche in Italia.

In guerra si registravano sempre fasi alterne, incomprensioni e comportamenti poco lipidi tra gli alleati francesi, che portavano spesso a ritorsioni e a scivoloni.

Con l’occupazione spagnola del Ducato di Parma, la flotta francese comandata da Enrico di Lorena conte d’Harcourt, era stata costretta a lasciare l’Atlantico per organizzare un intervento nell’alto Tirreno.

Con l’arrivo sulle coste tirreniche della flotta francese, la Spagna si era convinta di cambiare politica e di restituire al duca di Parma i vari territori occupati.

Avvertito in mare il conte Enrico di Lorena, al comando di una poderosa armata pronta al combattimento, fece diverse considerazioni di ordine psicologico e di immagine, in cui sarebbe stato inopportuno rinunciare alla battaglia, prima di tornare nell’Atlantico.

Durante il ripiegamento della potente flotta, venne valutata l’opportunità di un attacco ad una città della Sardegna, già nelle mire espansioniste dei francesi, così, in questo contesto, si profilò l’attacco alla città di Oristano, tra il 22 e il 26 febbraio del 1637: un approdo facile, senza difese adeguate, e oltretutto sicuro per un naviglio di grossa stazza.

La popolazione per sfuggire al massacro si rifugiò nella vicina Santa Giusta e in altre località dell’interno, in attesa della milizia popolare sarde che potesse respingere in mare le truppe francesi.

La città venne completamente devastata e saccheggiata, le case e le chiese spogliate di tutto, purtroppo la ferita maggiore venne compiuta dalle milizie sarde accorse in difesa della città, si lasciarono andare in seguito alla depredazione di qualsiasi cosa fosse ancora trasportabile.

Sembra oramai accertato storicamente che i francesi non volessero assolutamente creare una testa di ponte in Sardegna, ma che fossero giunti solo per rifornirsi, soprattutto di acqua e di vettovaglie.

L’attacco dei francesi ad Oristano non fece altro che peggiorare le difficilissime condizioni economiche in cui versava la Sardegna, a cui sarebbero occorsi moltissimi anni prima di riprendersi.

Quando di li a poco Filippo IV di Spagna invitò tutti i ceti privilegiati a sostenere un ulteriore sforzo finanziario nel 1640, per 80.000 scudi, un importo superiore alla capacità contributiva della stessa popolazione, non fece altro che creare le condizioni per la disperazione e la morte.

E’ stato valutato che in quel periodo storico, a causa delle truppe mandate al fronte e la crisi economica che ne conseguì, per il sistematico abbandono della terra, la popolazione subì un ulteriore calo demografico del 25%, lo svuotamento di un terzo dei villaggi e l’abbandono della metà delle case. Chiamarlo solo disastro indotto sarebbe riduttivo.

La crisi fu così grave che il 15% del grano insierro di Cagliari (quantità sottoposta ad ammasso obbligatorio), venne venduta nel mercato interno per sostenere la popolazione locale.

La crisi proseguì per diversi anni, al punto che i labradores (coltivatori di grano) furono costretti a non rinnovare le locazioni sui terreni che guardavano a mare, per gli impedimenti conseguenti all’invasione francese.

Il popolo sardo per l’ennesima volta fu costretto a pagare pesantemente per una guerra che non lo riguardava, non lo interessava e neanche conosceva chi e perché avrebbe dovuto combattere.

Sta di fatto, che la Corona di Spagna, lasciò solo dolore, fame e morte dietro di se.

Nessuno può negare che gli spagnoli furono i peggiori di tutti, quelli più avidi, superbi e vanitosi. Sprecarono tutte le enormi risorse derubate nelle Americhe, sottoposero la Sardegna ad un continuo salasso, costringendola ad un sistema baronale, burocratico repressivo tale, che tutt’oggi, chi fa politica adotta lo stesso sistema per controllare una terra il cui debito di sangue è stato pagato da tempo, ma non riesce a togliersi di dosso quel senso di sottomissione che ancora non gli permette di liberare le forze migliori al progresso e al successo che merita.

 
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Pubblicato da su 20 marzo 2016 in Uncategorized

 

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115° Silenzio in Giunta per le scorrettezze di ONORATO.

Da quando la Giunta si è insediata, pare abbia dimenticato il guaio del trasporto marittimo, finito in mano ad Onorato, il più alto rappresentante della borghesia di stato, invitato ad acquisire ad un asta pubblica (con un solo partecipante) la Tirrenia e annesso un contributo di 72 milioni di euro l’anno per mantenere le rotte.Vincenzo-Onorato-Moby
– Oramai è palese il monopolio creato, specie a danno dei trasportatori e dei sardi, ma a distanza di cinque anni e dopo aver ricevuto 360 milioni di euro complessivi, non è più sopportabile che Onorato pratichi politiche commerciali così scorrete, stracciando convenzioni firmate ed eliminando sconti pattuiti a danno di chi aveva avuto l’ardire di utilizzare il vettore concorrente Grimaldi.
– Dobbiamo ricordare alla Giunta, il cui silenzio è diventato assordante, che chi riceve soldi pubblici per mantenere un servizio, non può assolutamente praticare politiche simili, INTOLLERABILI anche per un qualsiasi armatore privato.
Considerando che in Giunta ci sono forze che si ritengono di stampo “indipendentista” che ambiscono a far diventare la Sardegna uno Stato, chiediamo loro di intervenire.

Foto-di-gruppo-della-Giunta-Pigliaru-dopo-la-prima-riunione-dal-profilo-facebook-del-Presidente-della-Giunta

 
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Pubblicato da su 26 gennaio 2016 in Uncategorized

 

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111° – La Sardegna è pronta per un Congresso e per entrare nella storia. (?)

Che in Sardegna stesse succedendo qualcosa lo si era percepito, ma dopo un sondaggio demoscopico, abbiamo avuto l’assicurazione statistica, che il popolo sardo, risulta essere il primo in classifica, tra quegli che rivendicano il diritto ad avere un’identità propria, più di ogni altro in Europa, più dei catalani, degli scozzesi e degli stessi baschi, che vogliono diventare Stato.

A conferma di quanto detto sopra, il  termine indipendenza è diventato d’uso comune tra i cittadini, proprio per rivendicare quello spirito che aleggiava da un po’ di tempo in Sardegna.

Sarà per il perdurare della congiuntura economica o sarà per l’aver preso coscienza sul valore della sovranità nazionale, sta di fatto che il sorgere di un moto identitario, è diventato il suo logico risultato.

Sfortunatamente lo sviluppo del pensiero identitario non è stato supportato da  un progetto ordinato e strategico, bensì dai romanticismi e dai personalismi, tipici della nostra terra, che non potevano che portarci alla disfatta nelle Regionali 2013, in cui prevalse l’idea di procedere in ordine sparso e caotico, anziché riunire tutte le forze in campo.

Trascurando l’atavica refrattarietà alle unioni che ci caratterizza, sarà nostro dovere rimuovere il secondo grosso ostacolo, che si posiziona tra noi e l’indipendenza, cioè l’arrendevolezza di molti alle politiche italiane, fatte di parassitismo clientelare e assistenzialismo diffuso, che hanno, di fatto, deresponsabilizzato una rilevante porzione di nostri concittadini, narcotizzati dallo Status Quo, tanto machiavellico quanto ingordo e opportunista.

Il primo ostacolo potrebbe essere facilmente superabile, scavando sotto alle singole bandierine, innalzate dal personalismo dei loro fondatori, che come la partitocrazia italiana ci ha insegnato, considerano il movimento una loro creatura, non confezionando altro che pretesti, per bloccare unioni e boicottare accordi in essere.

E’ stata la stessa Democrazia rappresentativa che ha potuto generare tali storture, in cui il solo leader poteva trovare vantaggi nel costruirsi un partito di stampo personalistico, in cui l’oggetto sociale diventava l’iunica cosa da mettere in comune, tenendo per se la vanagloria e i vantaggi.

Non sarà sufficiente eliminare le bandierine, occorrerà un modo per unire tutti, e quale mezzo potrebbe essere più appropriato se non quello di convocare un Congresso generale, in cui decidere e scrivere la Carta delle Libertà (dei diritti e dei doveri) per la prossima Repubblica di Sardegna?

Nel passato possiamo ricordare la Magna Charta Libertatum, (Magna Carta), scritta nel lontano 1215, in cui venivano specificati i principali diritti e doveri della nobiltà inglese.dichiarazione di indipendenza 1

Non possiamo certamente dimenticarci la convocazione del 1774 del primo Congresso degli Stati Uniti, in cui vennero prese le decisioni che portarono alla stesura della Dichiarazione d’Indipendenza del 1776.

Pertanto, la convocazione di un’assemblea generale, che potremmo chiamare Congresso, permetterebbe di concentrare l’attenzione e l’impegno su un solo soggetto statutale, ben riconoscibile da tutti i sardi, per trovare le soluzioni al disagio interno, causato dalle eccessive tasse, dalle inadempienze dell’elefantiaca macchina burocratica italiana e da tutte le sue leggi, sin troppo invasive.

Il Congreso ci permetterebbe di portandoci dritti al varo di una nostra Costituzione, ritagliata sulle specificità della Sardegna, in cui verranno scitte le leggi fondamentali per il rispetto e la protezione delle libertà del popolo sardo e delle sue attività.

Abbiamo bisogno di libertà e nutriamo la speranza di raggiungere la nostra felicità tramite le leggi, che possano garantire le libertà dei singoli e del loro patrimonio, favorendo la responsabilizzazione e la produttività, per troppo tempo negate, dalla sistema partitocratico italiano, che ha favorito politiche di stampo assistenziale e parassitario, utili ai partiti, per meglio controllare l’isola e la sua economia.

Insomma, è giunto il tempo di crescere, di dimostrare di possedere quelle capacità, e credere nei nostri mezzi, per far diventare la Sardegna la più bella Perla del Mediterraneo.

Ci riusciremo?

Ai posteri l’ardua sentenza…

 
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Pubblicato da su 4 ottobre 2015 in Uncategorized

 

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110° – Lo STATO che vogliono gli indipendentisti è questo o altro?

Stato: “Entità giuridica e politica risultante dall’organizzazione della vita di un popolo su un territorio sul quale esso esercita la propria sovranità”.

Da ciò possiamo comprendere “come uno Stato sia fondato sulla forza” che appartiene ai gruppi politici che la controllano, per amministrare la cittadinanza e decidere dei rapporti interni e per contrastare quei gruppi politici che ignorino l’uso della forza fisica, che ci porterebbero all’anarchia.

Messi i paletti iniziali sull’argomento, chi non accetta tale assioma non è interessato a crearne uno, ma a generare solo il caos.che-cosa-non-e-stato-per-niente-forte-forte-f-L-XPPaPE

Sicuramente, se l’indipendentismo non è ancora diventato la forza politica dominante, lo deve alla provenienza marxista di buona parte dei suoi protagonisti, che non riescono a rassicurare e a garantire la maggioranza della cittadinanza.

Il cittadino comune, infatti, è avverso a qualsiasi rivoluzione, specie se di carattere folclorico o ideologico, in cui non troverebbe risposte sul piano economico; oltretutto, la mancanza di leader indiscussi, che non hanno fatto altro che confermare la mancata fiducia dei cittadini in costoro, delegittimandone le proposte politiche passate e minando fortemente quelle presenti.

La cittadinanza nel suo complesso, in qualsiasi stato di diritto, vorrebbe avere certe garanzie dalla classe politica che intenderebbe appoggiare: sia dal punto di vista economico che sociale, tanto in fatto di sicurezza, quanto di giustizia.

Non parliamo affatto di scambi di favore, ma di rassicurazioni tangibili per appoggiare un progetto politico in cui si dovrebbe credere.

Tanto l’artigiano quanto il commerciante, potrebbero appoggiare un progetto politico in cui le piccole attività fossero valorizzate e non impoverite; altresì gli industriali vedrebbero di buon occhio un governo che terrebbe conto dei loro interessi, e così per gli operai, i professionisti e i dipendenti dello stato.

Insomma, la cittadinanza, pur essendo molto variegata, richiede molte attenzioni formali e soprattutto di sostanza.

Infine, come si può parlare d’indipendenza o di sovranità se gran parte della classe dirigente indipendentista strizza l’occhio a quest’Europa e all’euro?

autocastigarsi

 
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Pubblicato da su 4 luglio 2015 in Uncategorized

 

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109° Dal romanticismo al realismo passando per Giovanni Columbu.

In questi ultimi anni abbiamo assistito allo sgretolamento della partitocrazia italiana, alla conseguente perdita di credibilità delle istituzioni, compromessa dai ripetuti scandali: in cui politici collusi, amministratori pubblici compiacenti e mascalzoni privati, agivano in combutta per drenare denaro pubblico e mantenere il controllo sulle leve del potere. Bugie, mediocrità, ipocrisie, dissimulazioni e inganni, hanno contraddistinto l’ultimo ventennio, che peggiore del precedente, ha visto il susseguirsi di lestofanti alternarsi al potere, incapaci di dare risposte ai cittadini che gli avevano dato la delega per essere eletti.italia-marcia

La generale ondata di sdegno, promosse la discesa in campo di nuovi soggetti, che raccolsero le istanze del malcontento, ma furono incapaci di dare risposte alle elezioni Politiche del 2013, che dimostrarono quanto poco era cambiato; infatti, l’entrata in campo del movimento Cinque Stelle alle politiche aveva innescato solo false speranze, confermate dall’inadeguatezza degli eletti, messi alla berlina e intrappolati in un ambiente spietato e pieno di insidie.

Alle Regionali del 2014 invece, il campo fu preso dalla solita partitocrazia, costretta solo a rivedere alcuni dei suoi candidati; e al mondo identitario che decise all’ultimo minuto di correre diviso, in quattro distinte coalizioni, a differenza di alcuni che, con opportunismo e ipocrisia, divennero vassalli dentro le due potenti coalizioni italiane.

Fu una Caporetto per il mondo identitario, sconfitto dalla cocciutaggine della classe dirigente, che invece poteva gettare delle solide basi per il futuro se unito, invece di disperdere le forze in mille rivoli, che a distanza di un anno i vari superstiti hanno messo in luce ancora diversi lati oscuri, con qualche interessante novità.

1 – I militanti di Sardegna Possibile non sono riusciti ancora a smaltire la sconfitta, e i buoni numeri alle regionali sono stati seguiti solo da pacche sulle spalle. Il persistere di resistenze interne, aggravate dall’addio della Murgia, ci sta mostrando una coalizione che non vuole uscire dalla gabbia che si era costruita, arroccandosi su posizioni possibiliste in quanto ad alleanze, ma ortodosse ed esclusive nella sostanza.

2 – Il Movimento Zona Franca invece, più realista che mai, pare abbia abbandonato il romanticismo che l’aveva contraddistinto, iniziando subito a tessere delle alleanze, sia per raggiungere la meta, quanto per dare valore al consenso di cui dispone.

3 – La nota più interessante, piuttosto, ce la presenta il Partito Sardo d’Azione, che dopo vent’anni di stagnazione, pare abbia deciso di rinnovarsi nel suo profondo, grazie ad un candidato non assoggettato alla tradizionale ideologia ed economia di partito; dotato di un cuore sardista doc, ma con una testa multitasking, che gli permette di competere alla pari in l’Italia e con il mondo che ci sta intorno, fatto di conservatorismo quanto di nuove opportunità.Giovanni Columbu

Stiamo parlando di Giovanni Columbu, figlio di un illustre sardista, che una volta diventato regista, grazie alla sua formazione interdisciplinare e agli studi nelle più importanti scuole della penisola, è riuscito a competere nel variegato mondo dell’arte e della cultura, comprendendo bene le dinamiche dei tempi moderni, ed essendo in grado di confrontarsi con chi ci detta le regole (responsabile di molti dei nostri problemi): lo Stato italiano.

I sardi hanno bisogno di risposte veloci e di risultati tangibili, specie verso chi non riesce ad arrivare alla fine del mese, o come dice Giovanni Columbu, non riesce neanche ad iniziarlo; per la superbia e l’invadenza del sistema partitocratico italiano, che vuole controllare e fagocitare tutte le nostre libertà.

La capacità di confrontarsi e di rappresentare la novità, permetterà a Columbu di essere il grimaldello con cui scuotere la stampa, i mass media e le assemblee, fossilizzatesi intorno ad vecchi personaggi e a questioni di lana caprina, per presentare soluzioni realistiche.

Con l’appoggio di persone illuminate e pragmatiche, Columbu e il Partito Sardo d’Azione, potranno mettere d’accordo il litigioso mondo identitario, costretto a seppellire il romanticismo e l’ideologia che lo ha rovinato, per formare una Santa Alleanza, quanto mai auspicata da tutti i sardi.psdaz1

Per certi versi il personaggio di Columbu, così realista e poliedrico, assomiglia molto all’affascinante Giudice Gonario di Torres, che fu costretto a riparare nella penisola dopo la morte prematura del Giudice Costantino; accolto nella comunità pisana poté avvalersi della migliore istruzione e delle conoscenze del tempo, che mise a frutto al suo ritorno anni dopo a casa.

La sua formazione multietnica e multidisciplinare gli consentì di rendere il suo Giudicato più forte che mai, che senza imbarazzo poteva trattare alla pari con i pisani con gli altri Giudicati.

Altresì le sue conoscenze e il suo valore lo portarono a conoscere il futuro San Bernardo, fondatore dell’ordine dei Templari; a recarsi in Terra Santa al tempo delle Crociate, dopo essere riuscito a siglare una pace pluriennale con tutti i Giudici nella chiesa di Bonarcado, che garantì alla Sardegna un periodo florido e di serenità.

Sono troppi anni che attendiamo l’arrivo di un simile personaggio, che possa avere la forza di agire su più livelli, ridare fiducia, benessere e tranquillità ad una Sardegna in profondissima crisi economica e sociale. Aspettiamo le mosse del partito più vecchio d’Italia e del suo nuovo segretario; sperando siano capaci di traghettare la Sardegna in lidi migliori e che Giovanni Columbu tenga a mente il lascito morale e l’onestà intellettuale di Gonario di Torres, che dopo aver dato stabilità al suo Giudicato, preferì abdicare per diventare un monaco cistercense a Clairvaux in Francia, anziché fagocitare il suo popolo come fece Barione I di Arborea, indebitando se stesso, la sua famiglia e il suo popolo, con i mercanti genovesi, che gli avevano promesso di farlo diventare Re di Sardegna al cospetto di Barbarossa, ma questa è tutta un’altra storia.

001 dal romanticismo a realismo passando per Columbu

 
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Pubblicato da su 15 marzo 2015 in Uncategorized

 

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108° Quando la perdità di sovranità provocò il desiderio di indipendenza: Il caso americano.

La ciclicità della storia deve far riflettere, i tanti disincantati spettatori, che la gravissima crisi in atto è la conseguenza delle continue cessioni di sovranità e dall’inasprimento di norme, regolamenti e leggi (comunitarie e italiane), che stanno seguendo la strada dissestata percorsa dalla Corona Inglese, nei confronti delle colonie in America, quando vollero applicare leggi ingiuste, che inevitabilmente provocarono una reazione d’indipendenza nei coloni, che rifiutarono di sottomettersi alla madrepatria.

I tanti indipendentisti (nominali) che la Sardegna ha prodotto negli ultimi anni, se solo riuscissero a raggiungere un SINCRETISMO politico, opererebbero in maniera ben diversa e soprattutto più efficace, studiando soluzioni percorribili, per renderci indipendenti, per davvero.

 

sincretismo

A seguito della costosissima – guerra dei Sette Anni – (dal 1756 al 1763), considerata da Winston Churchill la Prima vera Guerra Mondiale, furono coinvolte, per la prima volta, due vaste coalizioni europee in una lacerante conflitto in tre diversi oceani.

Così, Gran Bretagna e Prussia si scontrarono contro gli interessi economici e coloniali di Francia, Austria, Russia, Polonia, Svezia e poi della Spagna.

Le conseguenze del conflitto fecero pendere la bilancia a favore di riforme alquanto contrastanti: in materia di politica monetaria, fiscale e di controllo burocratico, che avrebbero rotto, di lì a poco, gli equilibri tra gli Stati continentali e le colonie.

La Gran Bretagna e le Colonie Americane.

Per meglio difendere gli interessi della Corona Britannica e delle Compagnie delle Indie, il Parlamento di Londra aveva approvato il Currency Act (Atto di Valuta) nel 1751, che impediva alle Colonie di pagare le importazioni britanniche con valuta americana.

I Certificati Coloniali in uso, introdotti da Benjamin Franklin, permisero alle colonie di crescere nonostante l’aumentata fiscalità. Currency Act

A differenza degli spagnoli, che dopo il conflitto iniziarono a pensare ad un progetto federale, i burocrati della Corona Britannica, con un debito pubblico di 140 milioni di sterline (raddoppiato per la guerra), non solo non concessero ai coloni una loro rappresentanza nel Parlamento (nonostante l’impegno profuso contro i francesi), ma si convinsero, altresì, di accentrare tutti i poteri nell’apparato per controllare l’Impero.

La necessità di dotare le colonie di un regolare esercito, da reclutare in loco, tra i residenti e gli indiani alleati, portò alla tragica decisione di far pagare ai coloni tutti i costi militari sostenuti.

Se l’Atto di Valuta del 1751 permetteva di pagare il fisco con la moneta coloniale, il successivo Currency Act del 1764 impose il pagamento delle imposte con valuta pregiata (oro e argento) che provocò un fortissimo risentimento nei confronti del Regno Unito, anche a seguito dei fortissimi dazi doganali sullo zucchero di canna, introdotti con il Sugar Act, per aumentare le entrate fiscali della Corona e porre fine al contrabbando.

La Stamp Act del 1765 che costringeva i coloni ad importare qualsiasi foglio di carta stampata dal Regno Unito, dove veniva apposta una marca da bollo che certificava il pagamento della tassa, scatenò un’ondata di proteste e un improvviso ampliamento della partecipazione politica.

La veemenza delle proteste costrinse il governo inglese ad abrogare la Stamp Act e ad introdurre la Declaratory Act, che affermava la legittimità del Parlamento londinese di  legiferare per le colonie “in qualsiasi caso”.

Non fu difficile capire che le inique imposte introdotte e il tentativo di impedire alle colonie di avere una propria sovranità monetaria, poté produrre così tanto malcontento, e la legge del 1773 denominata Tea Act, fu solo “la goccia che fece traboccare il vaso” che costrinse i coloni a “superare il Rubicone”.Boston Tea Party 1

A seguito della distruzione di un intero carico di the, di proprietà della Compagnia delle Indie Orientali (EIC), gettato nelle acque del porto di Boston, furono introdotte nel 1774 le Coercitive Acts (Leggi Intollerabili per gli americani), che prevedevano:

  1. Il porto di Boston sarebbe rimasto bloccato fino al completo pagamento del carico perduto dalla EIC.
  2. Il Consiglio della Provincia sarebbe stato nominato anziché eletto.
  3. Il Governatore poteva dimettere i giudici e gli ufficiali di grado inferiore, limitare il diritto di riunione e di decidere dove far processare i funzionari della corona britannica.
  4. Il Governatore poteva dislocare le truppe governative dove riteneva più opportuno.

Così, la convocazione del Primo Congresso continentale a Filadelfia fu salutata con grande entusiasmo e l’Assemblea proclamò:

  1. Nulle le nuove leggi imposte nelle colonie dal Regno Unito.
  2. Imposto il boicottaggio di tutte le merci britanniche.
  3. Stilata la Dichiarazione dei Diritti dei Coloni.

Gli scontri del 1775 tra i ribelli indipendentisti e le truppe britanniche confermarono, sotto certi aspetti, i tratti della prima rivoluzione della storia.

Il 4 luglio 1776 con la Dichiarazione d’Indipendenza, redatta da Thomas Jefferson: dichiarazione di indipendenza 1

  1. Si sanciva al nuovo Governo una forma Repubblicana.
  2. Si affermavano i diritti naturali e inalienabili dell’uomo.
  3. ll principio della sovranità popolare.
  4. ll diritto dei popoli alla rivoluzione e all’indipendenza.

L’obiettivo del Congresso era di trasformare la guerra civile all’interno dell’impero britannico in un conflitto tra stati sovrani e costruire la prima repubblica moderna del mondo atlantico.

La dichiarazione d’Indipendenza affermava anche “le potenze di terra” (le diplomazie europee) che gli Stati Uniti erano aperti ad accordi commerciali, economici e a fare alleanze.

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Grazie alla vittoria di Saratoga nel 1777 gli americani riuscirono a concludere nel 1778 un trattato con i francesi, che dichiararono guerra agli inglesi e rifornirono gli indipendentisti di armi e risorse. L’anno successivo furono seguiti dagli spagnoli, che trasformarono il conflitto in internazionale.

Dopo anni di sanguinose battaglie nel 1781 gli “americani” vinsero la guerra e nel 1783 il Regno Unito fu costretto a riconoscere l’indipendenza delle Colonie costituitesi in Stati Uniti d’America.

 
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Pubblicato da su 30 settembre 2014 in Uncategorized

 

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107° Lo Schema di Darién e la rinuncia della SOVRANITA’ da parte del Parlamento scozzese.

La Scozia è prossima al referendum per l’Indipendenza dalla Gran Bretagna: le variabili sono moltissime, specie in campo economico, quindi è utile sapere il perché e come la Scozia rinunciò alla propria sovranità nel 1707.
Gli Indipendentisti sardi guardano con favore alla causa scozzese, in attesa di essere pronti al grande balzo.

La recente debacle della nostra Go in Sardinia è da interpretare a 360 gradi: vista la nave antiquata, il consumo eccessivo, l’armatore greco inaffidabile, la compagine sarda inesperta e poco capitalizzata, non poteva che crollare al primo incidente meccanico.
Se mai dovremo avere una nostra compagnia, questa dovrà nascere tenendo conto degli sbagli del passato e soprattutto sapere che la potentissima concorrenza non ci darà nessun aiuto.

L’esempio dello Schema di Darién, fa al caso nostro, per spiegare e capire come la sfortuna può essere solo una delle componenti per l’insuccesso di un grande piano di rilancio.

Nel Regno di Scozia di fine XVII secolo, la guerra civile in difesa della Chiesa Presbiteriana e la carestia, prolungatasi per diverse stagioni consecutive, provocò la morte di un terzo della popolazione e una pesantissima crisi economica.

Per risollevare le sorti del Regno, il Parlamento scozzese si mise a guardare con interesse al modello mercantilista inglese, della privata E.I.C. (Compagnia delle Indie), ma su  base pubblica. Nel 1694 lo scozzese William Paterson, già promotore di una banca centrale inglese, la Banca d’Inghilterra, convinse il Parlamento scozzese di dotarsi di una propria banca centrale nel 1695, la Banca di Scozia.

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Altresì, convinto dall’importanza di disporre di colonie scozzesi nelle Indie, William Paterson propose la nascita della Company of Scotland, che riuscì a raccogliere l’incredibile cifra di 400.000 sterline, quasi un terzo della ricchezza della Scozia, per dare corso al famoso Schema di Darién, con cui si aspirava a far nascere una colonia scozzese vicino all’istmo di Panama, sia per intercettare i galeoni spagnoli, che per commerciare con le lontane Indie.

 

Nel 1698 si dette il via allo Schema di Darién: quasi 1.200 persone imbarcate su 5 navi, avevano il compito di far nascere Nuova Caledonia e Nuova Edimburgo nei pressi del golfo di Darién, vicino allo Stretto di Panama.

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Dopo aver eretto un forte armato con cinquanta cannoni, scavato un profondo  fossato a protezione della colonia, gli scozzesi si ritrovarono invece a combattere con un clima insalubre, per le eccessive precipitazioni, che fece proliferare la febbre malarica e impedì di lavorare la terra, facendo morire come mosche i coloni scozzesi, che avevano sottovalutato i rischi dell’impresa.

Inoltre, si ritrovarono nell’impossibilità di vendere la chincaglieria portata incautamente nelle colonie, di nessun interesse per i nativi, privandoli, di fatto, di qualsiasi forma di sostentamento.

Per di più, per ordine preciso del Re Guglielmo, non trovando alcun sostegno da parte delle altre colonie inglesi, si videro costretti a compiere un allucinante viaggio di ritorno in Scozia.

William Paterson perse la moglie e un figlio, miracolosamente si salvò, ma non poté impedire la partenza, nel 1699, della seconda spedizione. Altri mille coloni, ignari di quanto successo, scoprirono, loro malgrado, l’impossibilità di insediarsi nella nuova colonia, patendo anch’essi le medesime sventure, che portarono al totale fallimento dello sfortunato Schema di Darién.

Si contarono oltre duemila vittime e la perdita dell’intero capitale investito: la Scozia era in ginocchio e la Company of Scotland piena di debiti. I ricchi mercanti e gli investitori scozzesi compresero presto che, per poter accedere ai vantaggiosi mercati delle Indie, era necessario unirsi agli inglesi.

 

Pur di allontanare le simpatie giacobite francesi dalla Scozia, gli inglesi colsero l’occasione per proporre agli investitori scozzesi che l’Inghilterra si sarebbe accollata i debiti della Company of Scotland a patto di sciogliere il Parlamento scozzese e far parte definitivamente della Gran Bretagna.

Il fallimento dello Schema di Darién, sabotato deliberatamente dagli sforzi congiunti della EIC, dai mercati finanziari olandesi e da Re Guglielmo, convinse gli avidi commercianti e gli investitori, a far firmare l’Atto di Unione con l’Inghilterra, pur di riavere i propri denari, nonostante il grande dissenso della popolazione scozzese.

Ad Edimburgo il capo del Parlamento che con l’Atto di Unione del 1707, andava ad abolire, mormorò: così finisce una vecchia canzone”.

In seguito il poeta Robert Burns disse: “Siamo stati comprati e venduti da e per l’oro inglese – che branco di canaglie in una sola nazione!”.

La voglia di indipendenza di un popolo, deve sempre essere messa in relazione alle condizioni socio-economiche del paese, e dalle capacità tecniche e strategiche per raggiungere l’obiettivo, perché gli errori si pagano e spesso a caro prezzo.

 

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Pubblicato da su 6 settembre 2014 in Uncategorized

 

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