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Cosa fare dopo la pandemia da covid-19?

I dubbi ci tormentano quotidianamente, cosa accadrà una volta finita la pandemia da covid-19?

Sono momenti in cui ci si aggrappa a tutto: a Dio, ai santi e alla ricerca di uomo capace di risolvere la situazione e affrontare la crisi del secolo, più grave di quella del 2008 e del 1929, perché è tutto l’apparato economico del paese ad essere stato fermato dal governo in via emergenziale.

Le soluzioni possono arrivare solo attraverso la politica, l’unica delegata a farlo, da quando sono nate le società complesse, per dirimere i conflitti sociali ed economici. Purtroppo, il sistema rappresentativo moderno basato sui partiti sta mostrando i suoi limiti.

L’obiettivo politico di guidare le istituzioni ha indotto i partiti nella vorticosa spirale della ricerca del consenso, costringendoli spesso a ripagare i sostenitori, legiferando in merito normative, regolamenti e contratti, per favorire le rendite parassitarie sicure, preferibili all’incertezza dei profitti.

È paradossale scoprire come proprio i “regimi” del passato abbiano fronteggiato meglio le crisi nazionali, non avendo un apparato burocratico farraginoso come il nostro, potevano agire rapidamente, avendo come unico obiettivo il benessere economico della nazione.

Senza fare apologia è interessante scoprire come venne affrontata la crisi del 1929, con il sistema economico italiano sull’orlo dell’abisso, quando le principali banche miste entrate nel capitale azionario delle maggiori imprese italiane, contagiate da una gravissima crisi di domanda, furono indirizzate verso la bancarotta certa.

L’intervento salvifico arrivato con la costituzione dell’IRI, la più importante Holding italiana, che accomunava il capitale azionario detenuto dalle banche, di aziende metallurgiche, siderurgiche, elettriche, costruzioni navali, di autoveicoli, degli armamenti, delle telecomunicazioni e dei trasporti marittimi, riuscì a mettere in sicurezza l’intera struttura economica del paese.

Finito il disastroso conflitto mondiale, l’Italia, grazie al Piano Marshall e allo sviluppo dell’IRI, uscì molto velocemente dalla crisi, già alla fine degli anni cinquanta si parlava di boom economico, grazie ad un poderoso piano di sviluppo avviato dello stato, basato su due direttrici: la costruzione delle principali infrastrutture statali e le facilitazioni concesse alle imprese, che potevano produrre beni e servizi altamente competitivi da destinare ai consumi interni.

L’Italia diventò una delle più grandi potenze economiche mondiali.

Purtroppo, una volta raggiunto il picco dello sviluppo, prevalsero nel paese logiche volte a favorire le rendite parassitarie e uno stato assistenziale, quando i partiti e i sindacati vollero cavalcare il consenso raggiunto con la diffusione del benessere, avviano una stagione di appesantimento normativo a sfavore delle imprese e dell’efficienza dello stato.

Chi non aveva contribuito a risollevare la nazione, non era interessato a mantenere un sistema economico e sociale in equilibrio, prevalsero le logiche della spesa pubblica a favore della macchina burocratica, e nel giro di una decina d’anni vennero triplicati i dipendenti dello stato, e a considerare l’economia industriale pubblica non più necessaria, tanto da indurre la politica a smantellare l’IRI e a svantaggiare le PMI.

Sono oramai una trentina d’anni che il paese è entrato in una spirale economica discendente, a testimoniare che le società seguono dinamiche circolari che si ripetono all’infinito.

Oggi siamo tornati al punto di partenza, mentre la crisi si fa ogni giorno più devastante, minando l’economia e lo stato sociale della nazione, i nostri governanti non sanno cosa fare, se non aspettare, a bocca aperta, pasti gratis dalla UE e dalla BCE che mai arriveranno.

La soluzione non può che essere nazionale, per salvaguardare la sana infrastruttura economica del paese e ridare speranze ad un popolo da troppo tempo in crisi di valori.

Il tempo sarà galantuomo, scopriremo chi avrà torto e chi ragione e la fine che faremo.

 

le dinamiche circolari

 
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Pubblicato da su 27 marzo 2020 in Uncategorized

 

Le istituzioni della Repubblica di Venezia

Se oggigiorno le strutture istituzionali degli Stati Uniti risultano essere degne di attenzione da parte dei politologi per aver garantito la stabilità del paese per un arco di tempo di due secoli, cosa dovremmo dire delle istituzioni della Repubblica di Venezia, collaudate per oltre mille anni?

La grandezza e la solidità della Repubblica lagunare derivavano dalle sue particolarissime istituzioni politiche, a partire dalla sua fondazione, fino alla sua dissoluzione, con l’arrivo di Napoleone, garantirono continuità all’organizzazione costituzionale.

La storia veneziana è una delle migliori rappresentazioni di istituzioni inclusive, con effetti positivi in economia e in politica, le quali garantirono per diversi secoli il successo di Venezia, crocevia di intraprendenti commercianti e inventori, che avevano messo a disposizione della città un patrimonio di conoscenze e abilità tali da farla diventare una delle maggiori potenze del Mediterraneo.

La città di Venezia, sino all’avvento dei longobardi, era sottoposta al controllo dell’imperatore di Costantinopoli, attraverso il suo Esarca, che introdusse la figura di un governatore militare, detto anche doge, scelto tra i veneziani.

Le pressioni longobarde e l’indebolirsi dell’influenza del potere bizantino rafforzarono la figura del doge che, inizialmente aveva una funzione prettamente militare, finì per diventare un signore locale, una sorta di monarca, il quale si dotò di una corte per amministrare la giustizia, di un consiglio della corona e di funzionari per controllare il territorio.

Molte famiglie patrizie tentarono di rendere ereditaria la figura del doge, ma non fecero altro che provocarne la destituzione, lo sfregio o l’uccisione di 14 dei 28 eletti a doge di Venezia.

Un fenomeno comune nell’Alto medioevo italiano fu il completo dissolvimento delle strutture pubbliciste romane, quindi all’incapacità di ragionare in termini di sovranità e di stato.

Le uniche sovrastrutture del tempo erano la Chiesa e l’Impero, che in astratto avevano una legittimità romana, al vertice di un grande numero di autonomie locali.

La maggior parte di queste autonomie erano di stampo comunale e corporativo, ma non erano stati.

Le organizzazioni giuridiche comunali, avevano una natura privatistica ma erano prive di strumenti nei confronti del territorio.

Con la nascita delle Signorie, invece, alcune grandi città riconquistarono l’idea dello stato e della sovranità.

Il Comune di Venezia, a differenza di quelli del resto della penisola, seguì un processo di sviluppo inverso: le istituzioni all’interno del ducato, non vennero distrutte dalla potente organizzazione messa in piedi dall’aristocrazia mercantile, ma fagocitate.

Sin dalle sue origini Venezia si pose come uno stato sovrano, quale erede naturale della sovranità bizantina.

La Repubblica veneta portava con sé l’esperienza politica di conquista e di organizzazione costituzionale di una classe sociale, differentemente dalle debolezze dei comuni italiani, incapaci di porsi come uno stato.

Nel 1032 l’assemblea generale, detta Concio, in cui erano presenti le famiglie più influenti di Venezia, rifiutò l’elezione di Domenico Orseolo, bandì la sua famiglia dal potere, e per evitare ulteriori derive autoritarie vennero affiancati al doge due consiglieri in qualità di sorveglianti.

L’organizzazione di una élite consapevole ed esperta, come quella veneziana, si inseriva tra il doge e la concio, l’assemblea generale: dove il doge era il suo primo magistrato, presidente di tutti i consigli, onorato con estremo fasto e controllato con altrettanto rigore, mentre perdeva valore la concio.

Una volta espropriata la sovranità ducale e terminata la successione dinastica, il Doge veniva eletto attraverso una serie di procedure elettorali, che assicurano all’élite mercantile il potere, pur rispettando la sovranità del concio.

Il gruppo di consiglieri del Doge, eletti dal sistema di “consigli” del comune veneziano, finivano per assorbire il potere della magistratura.

Lentamente, l’assemblea generale del Concio iniziò a erodere potere al doge, sino a quando non venne istituito il Comune e dal 1143 lo stesso Concio poteva eleggere il Consiglio dei Sapienti, massimo organo politico della Repubblica di Venezia, divenne fondamentale dopo l’assassinio di Vitale Michièl II nel 1171, e si trasformò in Maggior Consiglio, in una delle maggiori innovazioni istituzionali di Venezia.

Il Maggior Consiglio, inizialmente costituito da 35 funzionari pubblici e da giudici nominati dagli aristocratici, saliti poi a 100, estratti a sorte da un Comitato di quattro consiglieri, sceglievano i membri del Senato e del Consiglio dei Quaranta, cui venivano affidate varie funzioni legislative ed esecutive, nominavano anche i sei componenti del Minor Consiglio, la cui funzione era di controllare e indirizzare l’operato del doge.

Dal 1172 il numero dei membri del Maggior Consiglio salì a 480 membri in carica e 100 di questi andavano rinnovati ogni anno, inizialmente venivano eletti o cooptati da un Collegio ristretto eletto dal Concio, in seguito lo stesso Collegio veniva selezionato dallo stesso Maggior Consiglio.

Agli inizi del Duecento l’élite mercantile era una classe sociale con interessi, educazione e ricchezza omogenea, tanto da sovrapporsi alle antiche strutture ducali.

Nel 1286 venne proposta una modifica di legge per impedire il sorteggio dei delegati alla nomina dei nuovi componenti del Gran Consiglio: la proposta del 3 ottobre venne respinta, mentre quella del 5 ottobre venne approvata. La conferma dei consiglieri divenne automatica se il padre o il nonno avessero ricoperto la stessa carica, in caso contrario la conferma spettava al Minor Consiglio.

L’emendamento del 17 ottobre prevedeva l’approvazione dei nominati dal Maggior Consiglio da parte del Consiglio dei Quaranta, del doge e del Minor consiglio, le famiglie patrizie e più antiche stavano preparando la famosa «serrata» del Gran Consiglio.

Gli antefatti che portarono alla serrata del Maggior consiglio vennero determinati dall’enorme influenza clientelare e popolare, messa in piedi dalle famiglie più ricche, che si muovevano per consolidare il proprio potere, mettendo in seria difficoltà le famiglie di media o minore ricchezza.

Lo scontro politico tra la grande e minore nobiltà, avvenuto tra il Duecento e il Trecento, motivarono i provvedimenti legislativi noti con il nome di «serrata del maggior consiglio» consacrando la vittoria della nobiltà media e minore, per certi versi di ispirazione egualitaria e libertaria, in ambito aristocratico.

Alla fine dello scontro politico-istituzionale prevarrà la scelta di un Maggior Consiglio non più elettivo, a cui appartengono i membri maschi di maggiore età delle famiglie nobili, che in passato ne avevano fatto parte.

Con questa modifica la media e minore nobiltà era riuscita a cautelarsi dalle grandi famiglie e dalle infiltrazioni di loro alleati.

La concio venne formalmente soppressa.

La nuova competenza del Consiglio Maggiore era quella di eleggere numerose magistrature e consigli, che una volta riunite andavano a formare il Senato.

Nel febbraio del 1297 venne stabilito che chiunque fosse stato membro nei quattro anni precedenti la sua rielezione sarebbe stata automatica.

Il Maggior Consiglio diventò un’assemblea aristocratica ereditaria: nel 1298 i consiglieri e i loro parenti non ebbero più bisogno di una conferma per entrare in carica, ma per placare le ire degli oppositori venne aumentato il numero dei suoi componenti da 450 a 1500 attraverso la cooptazione.

Sala del Senato della Repubblica di Venezia

La tensione politica salì ancora tra il 1297 e il 1315, in quanto le élite promossero l’introduzione di istituzioni economiche estrattive, una vera e propria serrata economica, mettendo al bando i contratti commenda, che nel passato avevano reso ricca Venezia, pur di impedire l’ingresso di nuovi mercanti.

Nel 1315 con l’iscrizione dei nomi degli appartenenti alla classe dei nobiles all’interno del Libro d’Oro gli aristocratici acquisirono un diritto esclusivo

Tra i vari consigli e magistrature è bene ricordare il Consiglio dei Pregadi, il quale si occupava di problemi correnti e di politica estera, formato da sessanta nuovi eletti del Maggior Consiglio e da eletti aggiunti successivamente, che determineranno la Zonta (aggiunta).

Il Tribunale dei Quaranta al Criminale, massimo organo costituzionale di Venezia, aveva inizialmente funzioni di Tribunale Supremo, poi di carattere legislativo, infine di controllo sulla Zecca e sulla Finanza.

La Signoria era composta dai tre capi dei Quaranta, dal Consiglio dei Dieci e dal Minor Consiglio, a sua volta formato dal Doge e dai suoi consiglieri.

Il Consiglio delle Pregadi, il maggiore tra i diversi consigli delegati, eleggeva nel suo seno tre Commissioni, che riunite formavano la Consulta, che insieme alla Signoria formavano il Pien Collegio.

In base ai principi di Montesquieu: la legislazione, la giurisdizione e il governo, sono le tre funzioni che caratterizzano gli stati moderni, invece nella Repubblica di Venezia i poteri in questione venivano espletati da ogni organo costituzionale, per la ferrea volontà di frazionare il potere e affidarlo per meno tempo possibile agli uomini delle istituzioni, costringendoli a ruotare continuamente per evitare la cristallizzazione e la personalizzazione del potere.

I principali organi costituzionali di Venezia non avevano una struttura semplice ed omogenea, ma composta da contrapposizioni interne, quale efficace strumento di controllo.

Il Senato aveva competenze pressoché universali, la sua specializzazione avveniva tramite i consigli dei magistrati e le attività delle tre commissioni ristrette, elette al suo interno.

I dibattiti si svolgevano secondo riti ordinati e liberi, volti ad assicurare il massimo approfondimento, i quali ricordano da vicino lo schema del dibattito giudiziario.

Qualsiasi consiglio veneziano era presieduto dal Minor Consiglio: cioè il Doge e i suoi sei consiglieri, assistiti da segretari appartenenti all’ordine della cancelleria ducale, i quali, come il Gran Cancelliere, non erano nobili, a simboleggiare la collaborazione tra patrizi e non nobili, per il servizio pubblico.

Un’altra particolarità veneziana è stata l’Avogaria, una singolare magistratura, molto simile alla moderna Procura della Repubblica, a difesa della legalità, la cui funzione era di far presenziare un suo rappresentante a qualsiasi deliberazione tra i diversi consigli della Repubblica veneta.

Il suo potere era tale che qualunque decisione presa da un consiglio poteva essere annullata e rimandata a un consiglio di un gradino più vicino alla base.

Poteva accadere che l’Avogaria potesse riportare una decisione, anche del Consiglio dei Dieci, fino al Consiglio Sovrano Maggiore.

Grazie alla sua carica vitalizia solo il Doge poteva assicurare una costante azione di controllo all’interno di un sistema di rinnovamento continuo dei consiglieri.

Una particolare attenzione merita il Consiglio dei Dieci, nato dopo la crisi istituzionale, aveva dato luogo alla serrata, la cui funzione era di impedire alla fazione vinta di fare appello alla violenza, rovesciando la legalità, rispetto alla decadente civiltà comunale italiana.

Il nuovo organo di governo, ristretto e provvisorio, aveva funzioni legislative, di polizia e di giustizia segrete, era formato dal Doge, dal suo Minor Consiglio e dai tre capi del massimo Tribunale dei Quaranta al Criminale.

All’atto pratico il Consiglio dei Dieci non risultava mai composto da sole dieci persone, ma da venti: dieci consiglieri dei Dieci, il Doge, i sei consiglieri minori e i tre capi dei Quaranta.

Il Consiglio dei Dieci viene considerato il maggior successo della politica costituzionale veneziana, per essere riuscito a risolvere le maggiori criticità, come le congiure e le fazioni, contrapposte da un potere temibile, rapido e concentrato, all’interno della legalità e nel rispetto delle libertà.

Ciò che impedì a tale organo di trasformarsi in uno strumento di oppressione fu la continua rotazione dei suoi uomini, la brevità degli incarichi e l’impossibilità di essere rieletti nel breve, oltre all’indisponibilità di una forza armata e di risorse finanziarie.

Infine, il Consiglio dei Dieci creò un Tribunale degli Inquisitori di Stato segreto, composto da due inquisitori tra i Dieci ordinari, da uno tratto dai consiglieri ducali, che bilanciavano i poteri del Consiglio Minore del Doge.

Per quanto il potere del Doge fosse minimo, la sua figura era fondamentale, grazie alla carica vitalizia, poteva garantire continuità e il funzionamento dell’apparato istituzionale veneziano.

Alla morte del Doge i suoi beni venivano sequestrati, gli inquisitori avviavano un minuzioso processo, andando a verificare qualsiasi denuncia di abusi che il Doge potesse aver commesso, sia su questioni pubbliche che private, così da indennizzare i danneggiati.

In base agli accertamenti il successivo Doge veniva implementato di obblighi ducali, così da impedire nuovi abusi. In pratica, il Doge era soggetto ad un continuo riesame dei suoi obblighi.

Anche se in forma minore, tutti i consiglieri e i magistrati, nessuno escluso, veniva posto sotto la lente d’ingrandimento e costretto alla trasparenza e alla rendicontazione per tutta la vita.

Dopo i tumulti del Trecento, la costituzione veneziana garantì la pace sociale, l’unità e la libertà, all’interno della Repubblica, per altri quattro secoli, grazie anche ad un regime fiscale mite, e al massimo rispetto dei non patrizi, perché una severa disciplina implementava la pena se si apparteneva alla nobiltà.

Tra le particolarità della Repubblica veneta la Commenda merita particolari attenzioni, quale antenata delle società per azioni, veniva costituita ad ogni nuova spedizione commerciale e prevedeva due soci: l’accomandante, che forniva la maggior parte del capitale, e l’accomandatario, solitamente affidato ai più giovani, con il compito di acquistare le merci e di custodire il carico lungo il viaggio, il successo della spedizione garantiva l’ascesa sociale.

Le eventuali perdite venivano divise in base al capitale, mentre i profitti variavano in base al tipo di accordo: il 75% se l’accomandante forniva l’intero capitale, il 50% se invece forniva il 67% del capitale investito.

Nei documenti governativi prima dell’anno mille, entrarono nel commercio veneziano tra il 65% e l’81% di nuovi nominativi.

Le riforme politiche avevano generato una serie di innovazioni istituzionali, nell’ambito del diritto, con la creazione di una magistratura indipendente, di una corte d’appello e di nuove leggi sui contratti e sulla disciplina della bancarotta.

Lo Statuto dei brevetti fu uno di questi, venne istituito nel 1474, e per diversi secoli rappresentò il miglior esempio di legislazione in difesa della proprietà intellettuale e di dispositivi ingegnosi inventati da veneti o dalle migliori menti del tempo, attratte nella Repubblica di Venezia.

I campi di applicazione erano molteplici: dalle macchine per il dragaggio, a nuove tecniche in fatto di arginatura e difese a mare; dai progetti di bonifica, sino allo scavo di canali per mantenere attiva la rete fluviale e al superamento dei dislivelli tramite delle conche; dai procedimenti chimici per la produzione di nitrati e solfati per scopi militari, alla produzione del vetro, delle ceramiche e di nuovi coloranti; la costruzione di attrezzi e telai per migliorare la qualità della lana, del cotone, della seta e del lino; senza tralasciare le coltivazioni sperimentali in campo agrario e ittico.

Tutte le invenzioni presupponevano il loro uso a favore di Venezia, pena la nullità.

Le Privative industriali rappresentarono un altro tassello del successo economico veneziano, conseguenti alle scoperte industriali, venivano concessi dei privilegi, denominati patenti, per il mantenimento e miglioramento delle infrastrutture della città lagunare, partivano da un minimo di cinque anni sino a venticinque, in cui si doveva dimostrare l’efficacia della scoperta industriale per non perdere il diritto.

Nella Repubblica di Venezia venne istituita una delle primissime normative in difesa dei diritti dei fanciulli, che avrebbe impedito a qualsiasi notaio di utilizzare stratagemmi regolativi atti allo sfruttamento di bambini e bambine in attività lavorative, di servizio e di accompagnamento.

Il successo economico di Venezia era stato propiziato dal potere navale e dai commerci con l’Oriente, nel 1082 la Repubblica riuscì ad ottenere privilegi commerciali presso Costantinopoli, e a far nascere un quartiere veneziano nella città che ospitò fino a diecimila residenti.

Le spezie, le manifatture bizantine e gli schiavi, favorirono un poderoso incremento demografico della città lagunare, dai 45 mila abitanti del 1050, ai 70 mila del 1200, sino ai 110.000 del 1330.

Con occhi moderni potremmo dire che la Repubblica di Venezia, dopo la serrata del Gran consiglio, aveva impedito l’ingresso di nuovi delegati, ma nella realtà e in considerazione del periodo, quale altra istituzione aristocratica poteva disporre di un così alto numero di delegati, la cui carica annuale imponeva una continua rotazione degli stessi?

Le istituzioni veneziane rimangono un modello esemplare, perché costringeva i delegati a non commettere errori e a prendere decisioni condivise, pena di ripartire da un livello più basso.

Grazie alla complessa e particolare struttura istituzionale, la civiltà veneziana poté resistere al disfacimento comunale italiano, condannato dal mancato raggiungimento della sovranità statutale.

Solo nel 1797 l’ultimo doge di Venezia, i magistrati e il Gran Consiglio, spaventati dalle truppe francesi, abdicarono e fecero decadere la Repubblica.

A Venezia le dimore delle famiglie patrizie era espressione di fasto e non di una forza militare privata, a sostegno del principio che la legge era più forte della violenza, a differenza degli altri Comuni italiani, dove vigeva la legge del più forte.

La Repubblica veneta per secoli era riuscita ad assolvere, con estrema forza e controllo, tutte le sue funzioni istituzionali, in un equilibrio armonioso e sereno.

Oggi Venezia sopravvive grazie al turismo e ai 24 milioni di visitatori l’anno che possono ammirare le glorie passate della Repubblica di San Marco, grazie al gigantesco patrimonio immobiliare e artistico raccolto nell’età d’oro della città lagunare.

 
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Pubblicato da su 16 febbraio 2020 in Uncategorized

 

La politica degli inadeguati è al termine

La crisi d’identità dei partiti iniziata negli anni sessanta, quando un gruppo ristretto di persone all’interno della Democrazia Cristiana, detti Giovani Turchi, dopo aver preso il potere, decisero di determinare l’apparato amministrativo e produttivo pubblico a fini clientelari, per garantirsi il potere e la rielezione.

Costoro dettero il via al così detto capitalismo assistenziale, dove l’imprenditoria privata veniva supportata finanziariamente per creare posti di lavoro fittizi a fini clientelari anziché favorire una sana economia.

In seguito alcuni leader politici decisero di mettere al centro di tutto la loro rielezione, questi studiarono una serie di stratagemmi atti a preservarli da possibili avversari.

Così all’interno dei partiti si diffuse un male oscuro che avrebbe ben presto impoverito di contenuti e qualità la stessa politica, attraverso la selezione di persone ricattabili, perché potevano godere di ruoli retribuiti di sottogoverno e incapaci di mettere in ombra i leader politici.

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Il tanto temuto male si diffuse a livello nazionale, regionale e comunale, sia in campo politico che amministrativo, tanto da diventare il vero problema di questo paese.

Quando l’elettore si lamenta dell’apparato amministrativo deve rammentarsi che è stato lui stesso a determinarlo come tale, preferendo ragionare egoisticamente, favorendo l’ascesa di personaggi inadeguati che hanno finito per rovinare il futuro dei suoi figli, costringendoli spesso a emigrare.

Da oltre una dozzina d’anni stiamo vivendo la congiuntura economica più sfavorevole dal 1929, causata da inadeguati personaggi politici, selezionati come tali nel recente passato, che hanno finito per rendere inadeguato il futuro di tutti.

Alcuni partiti stanno tentando di cambiare la rotta, nonostante la presenza di personaggi improvvisati e poco disposte a rimettersi in gioco, intenti solo a proteggere il loro futuro invece di risolvere i problemi della comunità.

Fortunatamente le cose stanno cambiando, nonostante l’ostracismo degli ultimi resistenti al cambiamento, rimasti soli con il loro piccolo drappello di partigiani in cerca di fortuna a dispetto degli altri, perché chi è riuscito a trovare il proprio riscatto sociale e un lavoro stabile con la politica non è disposto a mollare la presa facilmente: i privilegi sono come una droga, generano assuefazione.

Anche la persona più integerrima del mondo potrebbe perdere la sua purezza se coinvolta per troppo tempo nel potere che solo la politica può conferire.

Alcune civiltà del passato erano riuscite a tenere a freno le mire autoritarie e predatorie di chi entrava a far parte dell’apparato, grazie al frazionamento del potere, alla brevità delle cariche all’interno delle istituzioni, perché costrette a ruotare per evitare la cristallizzazione e la personalizzazione del potere.

La collegialità e la coesione sociale rappresentavano per la Serenissima un valore indissolubile e assoluto, il culto della personalità era bandito, mentre qualsiasi magistratura era per definizione temporanea, andava dai sei mesi ai due anni.

La struttura amministrativa della Serenissima era molto complessa, ma permetteva di valutare un gran numero di uomini capaci che la classe patrizia doveva produrre anno dopo anno.

Il fine politico dell’aristocrazia veneziana era di formare i propri successori: non era importante chi detenesse il potere a condizione che la struttura non dovesse cambiare.

Non a caso la Repubblica di Venezia è riuscita a resistere e prosperare per un millennio.

consiglio-pregadi

 
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Pubblicato da su 9 novembre 2019 in Uncategorized

 

Promemoria COMUNALI 2019

simbolo Sassari

I cittadini e le imprese di Sassari da tre lustri sono vittima di una grave calamità chiamata Ganau1-Ganau2-Sanna, che in punta di diritto, tramite normative, regolamenti e disposizioni, studiate a tavolino, sono riusciti a trasferire altrove gli interessi della città.

Andiamo con ordine

  • L’attacco diretto agli interessi economici dei commercianti in città è iniziato con la giunta Ganau1, con l’obbligo a rimuovere i gazebo antistanti i bar e i ristoranti e a perdere un ingente giro d’affari, alcune di queste costretti a chiudere nel giro di pochi anni, come il Mokador e il 3B di Bellu.
  • Il cambio del senso di circolazione in diverse vie cittadine compromise gli affari di molti commercianti, quelli di viale Italia su tutti, costretti a convivere con interminabili lavori in corso.
  • Con l’applicazione della ZTL più restrittiva d’Italia, venne impedito il passaggio delle auto nelle vie dei negozi del Centro, e uno dopo l’altro videro crollare i propri affari, pur di favorire l’apertura dei parcheggi dell’Emiciclo, gestiti da una multinazionale.
  • La stretta sulle procedure edilizie, derivanti dal nuovo PPR, pose una pietra tombale sulla piccola edilizia sassarese.
  • La pista ciclabile realizzata a Sassari da Sanna, definita la più insulsa d’Italia, per evidenti problemi di carattere orografico e di tradizione, non poteva che rappresentare un fallimento. L’assenza di ciclisti, ha finito pure per ridurre i parcheggi, i marciapiedi e gli spazi destinati al passaggio delle ambulanze e delle auto.
  • L’Orto Botanico di Sassari è l’altro fiore avvelenato delle giunte RE-gressiste della peggior SX nostrana, buona solo a trasferire ricchezza altrove e ai pochi kapò locali.

L’insieme delle normative favorì di fatto gli interessi e la natura esogena delle multinazionali della zona industriale di Predda Niedda, con un aumento dei loro ricavi, a tutto danno dei piccoli commercianti, provocando un saldo negativo della bilancia commerciale sassarese.

Insomma, le ultime tre giunte non hanno fatto altro che favorire la borghesia parassitaria locale in affari con le multinazionali, a tutto danno della sana e poliedrica economia sassarese.

Con l’approssimarsi delle comunali di giugno 2019 è importante ricordare agli elettori chi è stato il responsabile del disastro socio-economico in città.

Elezioni-comunali-2019-data-dove-e-quando-si-vota.-Il-calendario

 
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Pubblicato da su 28 aprile 2019 in Uncategorized

 

Il Manuale delle false Illusioni.


elezioni suppletive cagliari

Il pessimo risultato delle elezioni suppletive di Cagliari, ha confermato come non sia sufficiente un simbolo carismatico come Berlusconi a salvare la situazione, ma occorra infondere fiducia e speranze tra gli elettori del CDX, stufi delle solite false promesse.

L’errore di fondo è stato riporre cieca fiducia nelle scelte fatte all’interno del CDX, assecondando la coppia Cappellacci-Berlusconi, che hanno preferito selezionare una figura controllabile dai vertici, ma priva di carisma o qualità particolari.

Non è bastato per Berlusconi scimmiottare Salvini e farsi vedere nella Pasticceria Mariuccia di Pirri a garantire il successo della sua candidata, gli elettori del CDX di Cagliari non hanno l’anello al naso, e se non sono andati a votare non sono loro a dover essere condannati, ma chi non li ha convinti a farlo.

I candidati locali non devono, necessariamente, avere bisogno dei “badanti” della penisola, ma di una credibilità propria e di chi gli sta intorno, e tutto questo non c’è stato.

Dobbiamo mettere in discussione l’attuale sistema di selezione, altrimenti non usciremo dalla palude in cui siamo finiti da troppo tempo. Se la politica odierna è al suo stadio più basso, lo deve al persevera di tale impostazione, scevra di contenuti e di lungimiranza, fondata invece, esclusivamente, sul controllo e sull’occupazione dei posti disponibili.

Per le regionali ci stiamo preparando in merito, quantomeno presentando liste pulite e con diverse persone credibili e preparate, saranno gli elettori a dirci se abbiamo colto le loro aspettative.

Il tempo ci sarà testimone.

Buon lavoro a tutti.
Roberto Seri

 

 
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Pubblicato da su 21 gennaio 2019 in Uncategorized

 

Il federalismo nella storia e il suo possibile utilizzo

L’interesse umano per la politica si concentra su tre temi generali: sulla ricerca della giustizia per la realizzazione dell’ordine politico; sul tentativo di comprendere la realtà empirica del potere politico e del suo esercizio; sulla creazione di un ambiente adeguato nella società e nella comunità civile, in modo da integrare i primi due elementi e produrre una vita politica armoniosa.

felice

Le comunità politiche nascono con: la conquista; lo sviluppo organico; con il patto.

  • la conquista; determina regimi organizzati gerarchicamente e sono governati in modo autoritario; il fine dei conquistatori è quello di controllare il vertice, i suoi agenti sono nel mezzo e il popolo alla base. L’Egitto dei faraoni è la miglior rappresentazione antica, quella dei totalitarismi sono la versione moderna.
  • lo sviluppo organico parte dalle famiglie, dalle tribù, dai villaggi sino alle comunità più estese, permettono l’emersione naturale di relazioni e istituzioni in risposta alle tensioni generate dalle frizioni tra tradizioni e cambiamento. Se la conquista determina regimi autoritari, lo sviluppo organico genera regimi oligarchici, ritenuto naturale dai filosofi politici.
  • L’unione volontaria di comunità di esseri umani eguali, costituita da un insieme di corpi politici distinti, con il patto riaffermano la loro uguaglianza, conservano i diritti fondamentali, hanno in pratica un carattere federale e sono caratterizzate da un’ampia partecipazione al disegno costituzionale. Tali comunità sono repubblicane per definizione e al loro interno il potere è diffuso tra i diversi centri e celle della stessa matrice. Il patto era ricorrente nelle tribù dell’antica Israele contro il Faraone, tra i comuni ribelli contro l’imperatore del Sacro Romano Impero e tra i ribelli protestanti contro la gerarchia cattolica al tempo della Riforma. In generale la colonizzazione di nuove aree favorisce lo sviluppo federale per mezzo del patto.

Secondo il racconto biblico Dio e gli uomini fecero un patto tra due parti, cioè una relazione di tipo federale, tale da renderli corresponsabili del benessere del mondo, in cui i poteri illimitati di Dio venivano limitati dall’alto grado di libertà consesso agli uomini, in pratica un’associazione di diritto pubblico, che implica una serie di obbligazioni, a differenza degli obblighi assai più limitati del diritto privato tra uomini.

Il termine federale deriva dal latino foedus, mentre il termine brit sta a significare patto in ebraico, stanno a significare la stessa cosa. Shalom è la parola ebraica che significa pace è imparentata con brit, perché solo il patto può garantire una pace autentica.

Quando viene costituito un sistema politico basato sul patto, si costituiscono delle strutture federali in cui sono presenti almeno due arene, piani, sfere, ordini o livelli, ciascuno dotato di legittimità indipendente, di un posto costituzionalmente garantito e un processo di governo.

Il federalismo è un principio che in sintesi definisce la giustizia politica e modella il comportamento politico degli uomini, in modo tale da prevenire la tirannia senza che venga impedita la governabilità.

È coerente con la psicologia e con l’antropologia umana, fondatrici della teoria pattizia all’origine delle relazioni umane, obbliga chi è interessato ai fenomeni politici a considerare soprattutto questioni di comportamento politico, istituzionale, di gruppo e individuale.

I principi federali nascono dall’idea che i popoli liberi possono unirsi per perseguire fini comuni, preservando le rispettive integrità, entrando liberamente in associazioni politiche durevoli, in quanto il federalismo è un potere politico sia diffuso che concentrato, fondato sulla libertà.

Le istituzioni federali si diffondono sia per integrare nuove comunità che per conservarne le diversità interne, così come collegare tra loro le comunità al fine di ricavarne vantaggi economici e di maggior sicurezza.

La federazione è una comunità composta da forti entità costitutive e da un forte governo generale, ciascuno con il proprio potere delegato dal popolo e autorizzato a trattare con i cittadini.

 

La struttura su cui si basa il federalismo è una divisione dei poteri: da un lato il potere governativo generale o federale, dall’altro i governi costitutivi o statali. La divisione del potere riguarda l’intera struttura governativa delle comunità su basi non centralizzate, cioè i poteri sono diffusi in molti centri anziché centralizzati. Il federalismo è stato usato per unificare popoli separati e per conseguire scopi importanti ma limitati.

Il sistema federale israelitico sopravvisse per quasi seicento anni, prima di venire distrutto dai conquistatori stranieri.

Le città greche, invece, sperimentarono istituzioni di tipo confederale, per la difesa e la cooperazione tra città, come la Lega Achea e quella Etolica.

Durante l’Impero Romano vennero creati dei protettorati o foederae, ma come i greci e per la loro natura imperialista, non prestarono molta attenzione ai principi federali.

Per certi versi il feudalesimo viene spesso considerato la manifestazione di alcuni principi federali, vista la perenne debolezza politica dei sovrani, costretti a sostenere dei cerimoniali quando si accostavano alle porte delle libere città, per accettare o riconfermare gli statuti cittadini.

Il Sacro Romano Impero può essere considerato un esperimento federale in embrione, definito da Dante Alighieri una sorta di federalismo imperiale.

Nella penisola iberica vennero adottate forme organizzate di tipo federale, dette del fuero, governi locali con istituzioni abbastanza libere, con il fine di garantire la ricolonizzazione del territorio strappato all’Islam. Dopo l’unificazione della Spagna, con il matrimonio di Ferdinando e di Isabella, si unirono secondo elementi federali le Corone di Aragona e di Castiglia, ma come tutte le monarchie multiple, come quella degli Asburgo, finirono per dimostrarsi regimi poco democratici, che stimolavano la frantumazione anziché l’associazione.

A partire dal XII secolo, prima alcuni commercianti, poi alcune città, favorirono la nascita di patti tra loro, dettero origine alla Lega Anseatica, denominata Hansa, per controllare i commerci nel mare del Nord e del Baltico, nel periodo di massima espansione favorì la nascita di patti tra circa novante città libere del nord Europa.

Con la Riforma Protestante vennero rispolverate le Antiche Scritture e i principi federali, furono d’ispirazione per la costruzione statutale delle Provincie Unite dei Paesi Bassi e della Confederazione Elvetica in Svizzera, per quasi duecento anni riuscirono a frenare le invadenze degli stati nazionali.

Lo stato nazionale moderno, basato sul principio centralistico, gerarchico e statalista dell’assolutismo, è nato in Europa dopo la rivolta dei Paesi Bassi contro la Spagna nel 1568, e il Trattato di Utrecht del 1714, con il riconoscimento di precise entità nazionali su basi territoriali.

La teoria su cui si basa lo stato nazionale moderno ha origine dagli studi del francese Jean Bodin nel 1576, presentati nei suoi Sei libri dello Stato, capaci di plasmare le menti degli uomini al fine di accettare la legittimità e l’unicità della nuova organizzazione politica.

I principi dello stato nazionale moderno, si basano su 1) una fondamentale uguaglianza sociale per la condivisione del potere, 2) sul conflitto tra autogoverno locale e un forte governo centrale e 3) sul problema della leadership esecutiva e sulla successione, si scontrarono molto presto con i principi federali come: 1a) le gerarchie del feudalesimo, 2a) la tolleranza per le diversità locali, 3a) risolto poi con la presidenza elettiva dagli Stati Uniti.

Il progetto federale in Europa cadde definitivamente con l’arrivo delle armate di Napoleone Bonaparte, che esportarono a suon di cannonate il centralismo giacobino, che aveva appena sconfitto l’assolutismo monarchico.

Nonostante la successiva sconfitta di Napoleone Bonaparte a Waterloo, il modello di stato reificato non venne più messo in discussione e la sua ideologia divenne un modello dominante in tutta Europa.

Nelle colonie americane i Padri fondatori si erano occupati di reinventare il federalismo in chiave moderna, in quanto avevano rifiutato il corporativismo di stampo medievale.

Il nuovo governo federale degli Stati Uniti operava in favore degli stati, ognuno dei quali con pieni poteri delegatigli dal popolo per mezzo di una Costituzione scritta.

Dopo la caduta di Napoleone anche la Svizzera riuscì a sfilarsi dall’influenza centralista, che a seguito dell’esperienza americana, trasformarono il vecchio sistema federale in una federazione moderna.

La repressione dei gruppi nazionalisti su base regionale è stato il fattore che ha connotato la Spagna a partire dal XIX secolo, che invece aveva adottato la teoria di uno stato sempre più centralizzato.

Il modello giacobino-marxista, che chiameremo centralista, delegittima lo Stato nazionale attraverso lo sgretolamento delle sovranità, sotto la spinta di preoccupazioni di tipo economico, militare o ambientale.

La scienza politica considera i principi giacobini-marxisti come la contemplazione di uno Stato reificato organizzato secondo il modello centro-periferia, allo stesso modo delle teorie manageriali appartenenti alla direzione delle grandi società del XX secolo.

Nella scienza politica moderna ha prevalso il modello centro-periferia di matrice giacobina, rafforzato dalla dottrina marxista, hanno finito per far prevalere l’ideologia centralista di stato unitario, in contrapposizione con il modello federale, che invece si basa sulle comunità, ne conserva l’integrità e preserva le libertà dei cittadini.

Lo stato nazionale moderno, nelle sue manifestazioni giacobine, afferma di essere il giusto compromesso tra territorio, governo e popolo, e di possedere un centro comune, al contrario del modello federale, che oltre a risolvere il problema dell’unità politica all’interno della comunità tiene conto delle diversità.

Il motto giacobino la repubblica è una e indivisibile è incompatibile con la teoria politica del federalismo perché non contempla i confini territoriali ma la sovranità statuale.

Gli stati nazionali moderni si sviluppano su identità politiche preesistenti o attraverso l’acquisizione di un’identità politica nazionale.

Il federalismo è un processo di integrazione politica è trova la sua logica nello Stato nazionale.

I confini di uno stato restano inviolabili per i principi federali, ma si oppongono al motto giacobino: la repubblica è una e indivisibile.

Il federalismo a differenza del modello giacobino-marxista fonda la propria teoria su un sistema [non centralizzato] e sulla partecipazione al potere.

Nel federalismo non esistono maggioranze o minoranze semplici, ma pluralità di gruppi che tutelano i loro interessi in maggioranze composite.

Il federalismo favorisce la diffusione costituzionale del potere, in modo tale che, gli elementi costitutivi, possano partecipare al processo di elaborazione comune della politica e dell’amministrazione, secondo regole, conservando la loro integrità.

Nel mondo esistono circa 3000 gruppi etnici consci delle proprie identità. Su 160 Stati sovrani più di 140 sono multietnici.

I Popoli e gli Stati devono poter esaminare le soluzioni federali per risolvere le problematiche di integrazione politica in istituzioni democratiche.

La miglior definizione di federalismo è quella di autogoverno perché:

1) prevede la partecipazione al governo;

2) supere il problema della sovranità;

3) integra, ma non cerca di sostituire o sminuire i legami organici esistenti.

Il federalismo è un mezzo che si propone di ottenere un’integrazione politica basata sulla combinazione di autogoverno, con la partecipazione al governo e la distribuzione del potere.

I veri sistemi federali manifestano il loro attaccamento al federalismo secondo modalità culturali, fondate sulla cooperazione negoziata, oltreché costituzionali e strutturali.

La diffusione del potere rimane la chiave legittima in favore del federalismo e della non centralizzazione, che a differenza del decentramento è un diritto anziché una concessione, infatti, la legittimazione del sistema federale deriva dalla costituzione.

Sia il governo federale che gli stati federati ricevono la piena autorità direttamente dal popolo, alcune attività vengono condivise, altre vengono elaborate in proprio.

La piramide del potere rappresenta bene la gerarchia dei sistemi governativi classici, laddove il sistema federale distribuisce i poteri senza una graduazione.

L’interesse primario del federalismo è la libertà, quindi il compito di stila la Costituzione è quello di dare a ciascun popolo un regime che garantisca la libertà e al contempo un certo potere coercitivo.

Il federalismo può esistere dove sia presente una grande tolleranza per le diversità; il consenso è il requisito fondamentale piuttosto che il potere coercitivo.

La libertà federale si basa inizialmente sulle convenzioni della civiltà secondo la visione puritana, in concorrenza con la libertà naturale del buon selvaggio, secondo l’idea rousseauiana, che altresì può sopravvivere solo nelle regioni selvagge, dove il contatto con gli altri è limitato.

Per tutelare la democrazia è necessario sia preservare che contenere il pluralismo, il federalismo è lo strumento ideale per mantenere il giusto equilibrio e mantenere un governo decentralizzato.

La struttura costituzionale del sistema federale è l’unico argine che permette di contenere i partiti politici nazionali centralizzati e disciplinati, il cui fine è centralizzare il sistema a spese del pluralismo.

La Costituzione scritta è un prodotto del federalismo, è diventato lo strumento per regolarizzare una società di stampo federale:

1) quale quadro di governo e protettrice dei diritti, caratteristico nel modello degli Stati Uniti, non è molto specifica, in quanto le Costituzioni americane stabiliscono i poteri dei governi e non degli stati, e in caso di riforma devono mantenersi in sintonia con il cambiamento della società;

2) è un codice, perché rispecchia la realtà della società e tende ad essere molto rigida e richiede tempo prima di essere modificata;

3) è uno statuto sociale o manifesto rivoluzionario, tipico nei paesi socialisti, in cui venivano stabiliti i miti sullo stato e sulla società comunista;

4) come ideale politico, tipica nei paesi del Terzo Mondo;

5) come un adattamento di un’antica Costituzione, come quella britannica, la Magna Charta in età medievale, la Bill of Right ai tempi della Gloriosa Rivoluzione e la Reform Act del 1832.

La Costituzione italiana del 1948 ha preso in prestito dalla Costituzione repubblicana spagnola, precedente alla guerra civile, molte delle sue parti, come il suo sistema regionale, basato su patti bilaterali, che in Spagna sono un adattamento all’antico sistema dei fueros.

Le relazioni tra governi federali, statali e locali vengono definite intergovernative.

Il federalismo è una forma di autogoverno, si basa su maggioranze disperse su base territoriale, viene ben rappresentato durante le elezioni presidenziali statunitensi e i referendum costituzionali svizzeri.

Il consociativismo si fonda su maggioranze concorrenti di carattere non territoriale, e tende a coinvolgere le forze dell’opposizione al governo, viene attuato in Olanda, in Austria e in Israele.

Sia il federalismo che il consociativismo sono forme distinte di organizzazione politica, che mirano a costruire maggioranze più ampie all’interno delle comunità, al posto di maggioranze semplici, ma in nessun caso possono essere considerate espressioni politiche carenti di una democrazia maggioritaria.

La struttura consociativa disciplina i diversi gruppi, schieramenti o pilastri, religiosi, etnici, culturali o sociali, attorno ai quali è organizzata una particolare comunità, investiti nel processo di partecipazione concorrente al governo.

Il politologo olandese Arend Lijphart ha individuato nel federalismo cinque attributi principali:

  • Una Costituzione scritta che specifichi la divisione dei poteri che garantisca sia il governo centrale sia a quelli regionali che i poteri loro attribuiti non possano essere loro sottratti.
  • Un’assemblea legislativa nella quale una camera rappresenta il popolo nel suo insieme e l’altra le unità che compongono la federazione.
  • La rappresentanza più che proporzionale delle unità componenti più piccole nella camera federale.
  • Il diritto delle unità componenti di essere coinvolte nel processo di emendamento della Costituzione federale e di cambiare unilateralmente le proprie Costituzioni.
  • Un governo decentrato, vale a dire che la fetta di potere dei governi regionali in una federazione è relativamente grande rispetto a quella dei governi regionali degli Stati unitari.

La democrazia consociativa si caratterizza, innanzitutto, per le grandi coalizioni e per l’autonomia per segmenti, secondariamente per la proporzionalità e il veto di minoranza.

  • La coalizione è una condivisione del potere, in cui i leader politici di tutti i segmenti significativi della società governano congiuntamente il governo.
  • L’autonomia è la delega ricevuta durante il processo decisionale dal singolo segmento.
  • La proporzionalità è la norma di base per la rappresentanza politica, di nomina nell’amministrazione statale e di assegnazione di fondi pubblici.
  • Il veto è la garanzia per le minoranze, che non verranno travolte dal voto delle maggioranze quando sono in gioco i loro interessi vitali.

Diversi studiosi hanno sostenuto che i regimi consociativi sono democratici per natura, a differenza dei regimi federali che possono esserlo o meno.

Se si crede che il pluralismo sia un aspetto fondamentale della libertà, si deve considerare prioritaria la tutela di un sistema federale, che si fonda sul presupposto che ci siano relazioni con più parti, che rappresentano l’essenza delle relazioni umane. Per i federalisti la dialettica principale è quella tra libertà e stato, a differenza degli anarchici che esaltano la libertà come principio centrale ma considerano lo stato un fenomeno non legittimo.

Altri modelli di democrazia ritengono l’uguaglianza una precondizione costituzionale, preferendo un minor grado di libertà a patto di raggiungere un’uguaglianza assoluta; contrariamente ai federalisti che considerano la libertà il cardine di una società libera, anche se meno uguale, perché una società democratica libera che punta sull’uguaglianza assoluta alla fine perderà entrambe.

Gli obiettivi politici del federalismo devono, almeno in parte, fare riferimento a:

1) l’istituzione di ordinamenti efficienti;

2) la creazione di una comunità funzionante;

3) la costituzione di una comunità politica equa;

4) la realizzazione di un ordine morale giusto.

Il federalismo si basa su principi repubblicani di partecipazione alla cosa pubblica, che deve appartenere al suo popolo e non può tramutarsi nella proprietà privata di qualcuno o di un gruppo.

Il requisito principale del federalismo è la relazione tra individui e istituzioni sia fondata sull’associazione e sulla cooperazione, la cui realizzazione non sia a scapito delle rispettive integrità.

Il sistema svizzero è la prima federazione moderna ad essere fondata sulle differenze etniche e linguistiche, degne di essere tutelate.

Il sistema canadese è basato su una società multiculturale e sull’idea che un sistema federale possa essere combinato con un regime parlamentare sul modello di Westminster.

Gli americani adottarono la territorialità quale base legittima dell’organizzazione politica, ma aderirono al progetto federale partendo anche da motivazioni differenti.

Nella fase iniziale solo sulla neutralità territoriale, poi sulle comuni forme di credo religioso, quindi sul pluralismo di casta, così come sul modello associativo, infine su un pluralismo radicale di singoli senza legami: familiari, politici, etnici e politici.

Il primo modello di libertà intende mantenere l’identità di gruppo accettando il modello di mercato basato su regole condivise, il secondo vuole costruire comunità ciascuna con il proprio modo di vivere, chiarendo chi, cosa e dove costruire, il terzo modello costruito a spese degli altri è stato giudicato carente dei principi federali, il quarto enfatizza la libertà di mercato e le regole di gioco ma afferma che ogni individuo afferma la propria libertà scegliendo un’associazione, il quinto modello mette in discussione le stesse regole del gioco o che esistano regole condivise, non a caso la California è lo stato che i puristi del sistema federale americano potrebbero fare a meno.

Per esempio nello stato di New York la  si sviluppò un pluralismo di mercato; in Pennsylvania secondo la dottrina religiosa quacchera, introdotta dal suo fondatore William Penn; nel Massachusetts sulla purezza del proprio credo religioso; nel New England sulla difesa comune difesa contro gli Indiani d’America; in Virginia sul pluralismo di casta che separava i bianchi dai neri; nell’Ohio e nel Midwest sul pluralismo delle associazioni o confraternite; infine abbiamo il pluralismo radicale di individui della California, dove i singoli non hanno bisogno di mantenere legami permanenti con altri individui o con i gruppi, forma di pluralismo diffusasi alla fine degli anni Sessanta.

Nel federalismo svizzero prevalgono gli accordi consociativi, qualcosa di molto vicino ai principi della maggioranza concorrente di Calhoun, attestano la Svizzera come la patria in cui le decisioni politiche vengono prese molto lentamente, gli svizzeri lavorano molto ma preferiscono fare una cosa alla volta e il governo decide solo dopo che il processo di costruzione del consenso sia stato completato.

La Corte Suprema degli Stati Uniti è la più importante tra le grandi corti costituzionali, a differenza della Svizzera che non riconosce una grande importanza alla propria Corte Costituzionale.

In ogni sistema federale è possibile una certa tensione tra governo federale e le comunità: negli Stati Uniti la questione razziale è un problema ancora attuale tra gli stati e il governo federale; in Canada la questione è culturale; in India il problema è linguistico.

I sistemi federali hanno successo laddove le unità costitutive mantengono i loro confini stabili, falliscono quando delle comunità politiche più importanti si federano su basi paritarie con comunità minori, perché vengono ridotte le possibilità di guidare un paese o mantenere delle relazioni federali stabili nel paese, come il caso della Prussia nel XIX secolo all’interno dell’Impero Federale Tedesco, e del Partito Comunista nella Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa e nella Repubblica Socialista Jugoslava.

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Pubblicato da su 29 marzo 2018 in Uncategorized

 

La nascita della partitocrazia spiegata da John Calhoun

014 La partitocrazia spiegata da John Calhoun

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Per comprendere appieno il senso delle istituzioni e il ruolo della politica negli stati moderni è inimmaginabile non prendere in considerazione la figura di John Caldwell Calhoun, tra le menti più brillanti e acute del XIX secolo, politico americano del Sud, definito da Massimo Salvadori[1] come un genio imbarazzante per la sua proverbiale capacità di analisi; Gianfranco Miglio lo definì come un duro realista, un politico che non sogna mai, nemmeno di notte; un uomo che profetizzo, in anticipo sui tempi, i conflitti irrisolti all’interno delle democrazie sostenute da maggioranze semplici, ci rammenta Luigi Marco Bassani[2]

Nonostante la cultura americana abbia fatto di tutto per dimenticarlo e sminuirlo, in quanto rappresentante schiavista, è stato il vero campione del Sud nella lotta contro il Nord prima della guerra civile, dotato di un genio politico immenso, paragonabile alla generazione degli Adams, degli Hamilton, dei Jefferson e dei Madison, che hanno costruito gli Stati Uniti d’America.

La vita politica di John C. Calhoun venne determinata durante la guerra anglo-americana del 1812, quando iniziò a occuparsi di affari militari e di questioni bancarie, consentendoli di conoscere a fondo le diverse problematiche e di mostrare le sue doti, infatti, già nel 1815 venne eletto segretario alla guerra, poi nel 1825 vicepresidente degli Stati Uniti, durante la travagliata presidenza di John Quincy Adams, il quale si era fatto promotore di una serie di politiche economiche interventiste ispirate dal segretario di stato Henry Clay, sostenitore del sistema americano, un programma di sviluppo economico che prevedeva la creazione di una banca nazionale e un grandioso piano di costruzione di canali, ferrovie, porti e il potenziamento delle industrie manifatturiere.

Il programma attingeva le risorse dalla fiscalità generale, per mezzo di tariffe protezioniste in favore del nascente apparato industriale del Nord ma a danno delle produzioni di cotone e canapa del Sud di proprietà di grandi esportatori e importatori.

Il protezionismo aumentava l’inflazione senza portare alcun beneficio ai salari, perché per a detta di Calhoun: se non vi è commercio basato sulle esportazioni non vi sono importazioni, tagliando le esportazioni si tagliano del pari le importazioni.

Quando venne approvato dal Congresso il Tariff Act nel 1828, la Tariffa dell’abominio, gli oneri a carico degli importatori raggiunsero il 50% del valore delle merci importate, i più colpiti furono i grandi proprietari del Sud, che iniziarono a farsi promotori di politiche volte a difesa del Sud agricolo.

Il risultato delle tariffe costrinse Calhoun a valutare l’ipotesi della secessione, sia dal punto di vista giuridico che fattuale: Scopo della secessione è quello di liberare il membro che si ritira dagli obblighi dell’associazione dell’unione, il suo obiettivo diretto e immediato, per quanto concerne il membro che si ritira, è la dissoluzione dell’associazione o dell’unione, al contrario lo scopo dell’annullamento è di confinare l’agente entro i limiti dei suoi poteri, impedendone gli atti che li trascendono, non al fine di distruggere i poteri delegati o fiduciari, ma di conservarli, obbligando l’agente a rispettare lo scopo per il quale il rapporto fiduciario è stato creato; ed esso è applicabile solo ai casi in cui l’agente trascenda i poteri fiduciari o delegati.

Negli anni della presidenza Jackson, dopo essere stato nominato vicepresidente, Calhoun si rese conto dei limiti normativi della democrazia costituzionale americana, arrivò presto alla completa rottura dei rapporti con il Presidente, fino a diventare il paladino del sud, iniziò così a teorizzare una nuova dottrina politica, alla ricerca di una federazione perfetta, in cui veniva data voce ad una maggioranza concorrente, ossia il diritto di veto concesso ai grandi gruppi di interessi reali, come quelli sudisti, che non si basavano su singoli individui ma su aggregati di comunità.

Calhoun cambiò opinione in merito al presidente Andrew Jackson, quando questi avviò la politica dello spoils system, dove i sostenitori del presidente venivano ricompensati con cariche pubbliche.

I grandi temi sulla tassazione e sulla spesa pubblica convinsero Calhoun a divenire un fiero sostenitore dell’autonomia politica, in quanto è l’apparato del governo a dispensare benefici, prebende e a nutrire fenomeni di clientelismo, che diventano poi di natura parassitaria.

L’assalto alla diligenza governativa stava portando inevitabilmente la società ad abbandonare i canoni repubblicani e costituzionali, ci si stava spingendo verso l’idolatria della maggioranza semplice.

Gli Stati del Sud avevano sposato da tempo la filosofia del libero commercio e dello stato minimo, diversamente dagli stati del Nord manifatturieri e protezionisti, aiutati dal governo federale.

La protesta anti-tariffaria di Calhoun era identica a quella dei sostenitori del libero commercio in Inghilterra, contro chi viveva di privilegi governativi.

La società americana era perfettamente speculare a quella esistente in Inghilterra, dove erano gli interessi terrieri a cercare la protezione del governo e non le aziende manifatturiere.

Il protezionismo delle imprese in America e i proprietari terrieri aristocratici in Inghilterra violavano la teoria liberale classica, in base alla quale l‘uguaglianza è la precondizione per la giustizia politica.

Il risultato era di scoraggiare l’importazione di certi beni, tramite delle tariffe, per fornire un’entrata al governo federale, nel tempo invece si generò un sistema di protezione che avvantaggiava chi avrebbero dovuto competere sul mercato.

Le società egualitarie, secondo Calhoun, producevano un dispotismo paragonabile a quello della Roma antica ma accettava il presupposto della democrazia moderna, nei termini di sovranità popolare, si sforzava quindi di trovare marchingegni costituzionali che impedissero agli interessi dominanti di ingrandirsi a spese altrui.

Per Calhoun era l’azione del governo a creare nella comunità due classi contrapposte: i produttori di tasse e i consumatori di tasse: Non c’è nulla di complicato per rendere equa l’azione del governo nei confronti dei compositi e contrastanti interessi della comunità non c’è nulla di più semplice del piegare il potere al fine di accrescere e arricchire uno o più di quegli interessi, opprimendo impoverendo gli altri, tutto ciò per di più sfruttando provvedimenti contenenti disposizioni generali, e almeno di facciata corretti e giusti. Questo non vale soltanto per alcune comunità particolari, bensì per tutte, grandi e piccole insomma. Il governo appariva come una sorta di comitato d’affari.

Il pregiudizio ideologico nei confronti di John C. Calhoun era nato dai suoi discorsi sulla libertà, considerati come una mascheratura a difesa dello schiavismo invece che lo sforzo prodigioso per proteggere il Sud liberista dalle politiche tariffarie del Governo, che stavano rafforzando il Nord protezionista.[3]

Nel suo viaggio in America Tocqueville[4] annotò: Si può dire che la questione delle tariffe risveglino le uniche passioni politiche nell’Unione perché favoriscono o danneggiano non soltanto delle opinioni, ma interessi economici importantissimi. Il Nord attribuisce al suo sistema tariffario una parte della sua prosperità, Il Sud quasi tutte le sue disgrazie.

John C. Calhoun si illuse di ricomporre il contrasto tra Mezzogiorno e Settentrione degli Stati Uniti, tramite meccanismi costituzionali, come la doppia presidenza e il potere di veto di una maggioranza concorrente, per limitare il governo federale intenzionato a colpire gli interessi primari della minoranza del Sud.

Lo stesso filosofo e storico Lord Acton nel 1861 aveva denunciato il pericolo dello statalismo centralista, affermando che il principio di nullificazione di Calhoun aveva combinato la teoria e le garanzie delle libertà medievali con le libertà delle democrazie moderne.

John C. Calhoun annunciò la degenerazione della democrazia a causa della macchina-partito Democratico, una struttura oligarchica di politici di professione, che distingueva chi vive per la politica, da chi vive di politica.

La teoria della tirannide della maggioranza nasce dalla correlazione dell’uguaglianza con la libertà.

Esiste un’eguaglianza che si concilia con la libertà, che parte dal presupposto di distruggere le gerarchie e i privilegi aristocratici, promuove la mobilità sociale e una maggiore partecipazione politica, propria di una democrazia liberale, altresì esiste un’eguaglianza che la distrugge, perché sfrutta il plebiscitarismo e il dispotismo, porta alla tirannide della maggioranza e demolisce la democrazia liberale.

Il rapporto tra minoranza organizzata e maggioranza disorganizzata veniva evidenziato da Gaetano Mosca[5] dalla capacità delle élite di influenzare gli elettori al fine di essere eletti.

Calhoun comprese il pericolo degenerativo della democrazia ad opera di un partito controllato dai capi e da politici di professione, di concerto con Clay e Webster denunciò il presidente Jackson di essere un aspirante Bonaparte a capo di un’oligarchia insieme a Van Buren.

La politica e i partiti sfruttano le debolezze popolari nei confronti di sentimenti come Solidarietà, Progresso, Umanità, Democrazia e Natura, con raggiri e inganni, pur di instaurare una nuova feudalità con l’arte delle clientele politiche.[6]

Anche Max Weber aveva individuato nel partito moderno un’organizzazione fondata sul patronato delle cariche, il cui scopo era l’elezione del capo e la distribuzione delle prebende.

La partitocrazia moderna nasce dal progetto politico di Van Buren, che usava la demagogia e sfruttava l’emotività popolare, per mezzo di parate, simboli e slogan, per indirizzare il consenso a favore di leader carismatici. Il primo tra questi, sospinto dal macchina-partito, è stato il generale-presidente Jackson.

Dalla comparsa della macchina-partito la nuova organizzazione riuscì a far eleggere per nove volte un presidente americano, i risultati permisero a Martin Van Buren di affermare che i partiti politici sono inscindibili dai governi liberi.

Nella storiografia dell’Ottocento i partiti politici vennero percepiti come una nuova organizzazione della democrazia che si comportavano come truppe disciplinate e articolate a raggiera, premiate con l’applicazione sistematica dello Spoils system, cioè l’affidamento delle cariche pubbliche a persone indicate dai partiti vittoriosi alle elezioni.

Lo storico e giurista nordirlandese J. Bryce indicò il periodo compreso tra gli anni Venti e gli anni Cinquanta del XIX secolo, come il periodo di incubazione che portò la nuova macchina-partito a sviluppare un metodo di selezione e di accesso dei candidati alle cariche pubbliche, per dare un’occupazione ai professionisti della politica, assicurandoli il potere, con il quale potevano controllare il meccanismo di selezione, in un clima di intrighi tali da pregiudicare le chances di uomini indipendenti e capaci.

A partire dall’elezione di Jackson nel 1828 i vari presidenti selezionati dalla macchina-partito altro non erano che gnomi intellettuali, a paragone dei veri leader come Calhoun, Clay e Webster. I nuovi professionisti della politica erano i bosses, uomini votati al lavoro politico, i quali formavano un cerchio interno alla macchina-partito affiancati da un anello esterno di boys, cioè di volontari, che non aspiravano a cariche o prebende, il cui scopo era la coesione, la repressione del dissenso e il reclutamento degli elettori, per suscitare il necessario entusiasmo nei votanti.

Sempre J. Bryce riuscì a notare come la caccia al consenso animata dai boys guidati dai bosses veniva rafforzata dall’influenza esercitata sul potere esecutivo e sul Congresso. A partire dall’elezione a presidente di Jackson, i professionisti della politica vennero sospinti a proteggere la loro carriera, non per dei principi generali o per dei programmi di sviluppo, ma per lealtà verso il partito, perché aspiravano ad essere selezionati dallo Spoil system e disporre di uffici retribuiti.

L’analisi condotta da Bryce non poteva che essere una denuncia nei confronti del macchina-partito e un ammonimento all’Europa di non cadere in una tirannia sotto le forme della democrazia:

Abbiamo descritto il tremendo potere dell’organizzazione di partito. Questa rende schiavi i funzionari locali, accresce la tendenza a considerare i membri del Congresso come meri delegati, allontana gli uomini di carattere indipendente dalla politica locale e nazionale, innalza uomini di cattiva qualità, perverte le aspirazioni del popolo, ha costruito in certi luoghi una tirannia sotto le forme della democrazia.

Anche il giurista e sociologo russo M. Ostrogorski aveva individuato in Martin Van Buren l’artefice di quello che sarebbe diventato il Partito Democratico, capace di costruire una potente organizzazione che si estese in tutti gli Stati uniti.

Dopo il successo raggiunto con l’elezione del presidente Jackson, le masse di volontari si dispersero e rimasero i beneficiari degli uffici retribuiti che si divisero le spoglie del sistema federale.

I benefici conseguiti dalla politica divennero il fine della macchina-partito, del successo ad ogni costo, quale convenzione nazionale per manipolare le masse e organizzare gradi manifestazioni di opinione, solo in apparenza spontanee.

Con le elezioni del 1840 i metodi introdotti dalla macchina-partito divennero definitivi, il partito Democratico si trasformò in una sorta di Chiesa, in cui regnava una disciplina interna, si doveva dimostrare lealtà assoluta e non era ammesso alcun dissenso. Più scadevano le qualità dei candidati più venivano condotte adunante enormi, processioni, parate, intrattenimenti di ogni tipo e canti.

L’esperienza militare aveva permesso a John C. Calhoun di comprendere l’importanza dello stato maggiore nell’organizzazione militare, in quanto la guerra è una scienza militare, i compiti degli ufficiali sono molteplici e complessi, al fine di comandare i soldati con pochi e semplici ordini. La delicatezza delle funzioni degli ufficiali necessita di una particolare attenzione nella loro preparazione nei momenti di pace, per dimostrarsi ben addestrati nel momento del bisogno.

La teoria delle élite venne sviluppata da Calhoun durante la guerra con gli inglesi, che gli permise di individuare nella preparazione degli ufficiali la possibile vittoria.

È interessante la tesi nel saggio di J.W. Wheeler-Bennett[7]: All’inizio di una guerra un numero adeguato di ufficiali sperimentati è di maggior importanza di quelle truppe disciplinate, ammesso che sia possibile avere le seconde senza le prime; poiché non è difficile formare in breve tempo truppe ben disciplinate grazie all’opera di ufficiali sperimentati, mentre il contrario è impossibile.

Al contrario gli effetti delle Purghe di Stalin nei confronti degli ufficiali dell’Armata Rossa, sostituiti con fantocci fedeli al partito, vennero travolti dalla potentissima macchina bellica tedesca, nei primi mesi dell’Operazione Barbarossa.

Lo stesso Gramsci[8] fece notare che in realtà è più facile formare un esercito che formare dei capitani. Tanto che un esercito già esistente è distrutto se vengono a mancare i capitani, mentre l’esistenza di un gruppo di capitani, affiatati, d’accordo tra loro, con fini comuni, non tarda a formare un esercito anche dove non esiste.

Con queste premesse è più facile comprendere la politica della macchina-partito Democratico, di una minoranza organizzata contro la maggioranza disorganizzata.

Il Partito Democratico non considera il potere come un mezzo ma come un fine.

Il successo non era la realizzazione del bene pubblico ma l’interesse della macchina-partito e degli uomini scelti, non per il loro valore ma per la fedeltà a interessi particolari.

Non erano eletti ma si facevano eleggere, riducendo la sovranità popolare a un atto passivo. Si stava profilando nella vita pubblica la tendenza al trasformismo, tipica nella tradizione politica italiana.

La manipolazione dei politici di professione diventava un gioco per acquisire più potere, seminare indifferenza e passività, determinava abusi di potere.

All’orizzonte si profila un potere onnipotente, del denaro e della politica, dove i detentori del potere finanziario si univano ad audaci leader politici, un’oligarchia costituita da tre elementi: i capi dell’oligarchia, i loro sostenitori e i sostenitori dei loro sostenitori.

È chiaro che la superiorità di tale oligarchia di fronte al popolo era assoluta.

La tendenza alla centralizzazione pone il controllo del processo di formazione della rappresentanza nelle mani di pochi, che fanno diventare la politica un affare, un premio che può assicurare il potere.

A questo punto il partito, addestrato e compatto, dedicherà tutto il suo tempo e attenzione alla politica, diventerà una professione per coloro che si prenderanno cura che nessuno verrà nominato, all’infuori di loro o di obbedienti sostenitori.

Calhoun scopre che un governo dotato del controllo degli onori e degli emolumenti di un paese, armato dal potere di punire e premiare, si confronta con una massa inerte e disorganizzata di comunità, chiamata solo occasionalmente a intervalli regolari, priva di protezione, alla mercé dell’ambizione di professionisti della politica, al servizio di un partito organizzato e centralistico, formato da funzionari in carica, da procacciatori di uffici con i loro dipendenti, riuniti in un corpo compatto e disciplinato, senza conflitti di opinione, finalizzato a mantenere e perpetuare il proprio potere, in un partito la cui regola è la devozione e la sottomissione al potere.

Tale vigoroso esercizio di favoritismo e clientelismo terrà alla larga uomini di buona volontà e avvicinerà sfrontati, audaci e disperati.

L’elezione di Jackson non era stata una pacifica elezione civile, ma il prodotto più di una campagna militare, condotta da una banda di pretoriani, avidi di incarichi e di uffici retribuiti.

Davanti al popolo americano stava sorgendo una classe politica separata dal resto della società, il cui obiettivo era il predominio del partito. Si stava formando un’oligarchia dispotica che usava il denaro pubblico per mantenere i propri membri. Il partito cessava di essere uno strumento del popolo per risponde agli interessi dei professionisti che vivono con i mezzi offerti dalla politica.

Questo sistema era noto come la macchina, un’oligarchia di politici di professione che vivevano di emolumenti e miravano alla moltiplicazione dei posti, stimolando una sconsiderata spesa pubblica, controllando i grossi contratti governativi, determinando una generale caduta dello spirito pubblico.

In democrazia il dominio della maggioranza tende ad essere assoluto, poiché fuori dalla maggioranza non vi è nulla che possa resistere.

La degenerazione della democrazia in tirannide della maggioranza si determina per il prevalere dell’amore per l’uguaglianza rispetto all’amore per la libertà.

Le tirannidi si presentano sotto vesti legittime, rese sante perché esercitate in nome del popolo.

Tocqueville alla conclusione del suo viaggio in America concluse che non esistevano più partiti onesti, e che il sistema di suffragio di massa aveva indebolito le élite e favorito le cricche e le pratiche di corruzione, pertanto non vi erano più partiti onesti ma fazioni che avevano perduto il senso di interesse pubblico, come se questo non bastasse si intravedeva il pericolo del corpo legislativo, definito da Jefferson come la tirannide dei legislatori, che si assommava al dispotismo dell’esecutivo.

[1] Potere e libertà nel mondo moderno, John C. Calhoun: un genio imbarazzante.

[2] Repubblica o Democrazia, John C. Calhoun e i dilemmi di una società libera

[3] Idem

[4] Idem

[5] Teoria dei governi e del governo parlamentare.

[6] R. Michels, La sociologia del partito politico nella democrazia moderna.

[7] La nemesi del potere. Storia dello Stato Maggiore tedesco dal 1918 al 1945

[8] Quaderni dal carcere

 
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Pubblicato da su 28 gennaio 2018 in Uncategorized