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Patologia UE: gelosia ossessiva e vendicativa?

L’osservazione di soggetti o di istituzioni non si deve fermare alle apparenze, ma aspettare che queste mostrino la loro vera faccia, specie nel momento in cui vengono messe sotto pressione o messe in discussione.

Lo studio di tali reazioni è determinante per valutare la credibilità dei soggetti presi in esame, la loro capacità di reagire alle difficoltà e soprattutto la loro vera indole.

Così venne il giorno in cui venne data la possibilità a dei cittadini di esprimersi, su una loro eventuale permanenza nella UE, provocata dalla repentina decisione del premier David Cameron di indire un Referendum sull’argomento, definito dai media come BREXIT

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Se fino al giorno prima le istituzioni europee erano riuscite a dribblare le difficoltà e il malcontento, con il LEAVE inglese (uscita) per la prima volta la UE dovette subire un pubblico giudizio e di conseguenza l’abbandono di uno degli Stati protagonisti di questa Unione, che pur non avendo mai adottato l’Euro, avevano chiaramente espresso l’opinione di uscire dall’Unione Europea.

Se in tutta Europa la decisione del Regno Unito venne accolta come un fulmine a ciel sereno, nelle stanze del potere di Bruxelles venne ricevuta come una vera catastrofe.

Per la prima volta le istituzioni europee dovettero subire il giudizio negativo di un popolo e la perdita di un partner privilegiato, mettendo così a nudo, tutti i limiti di un progetto nato con le buone intenzioni, ma poi costruito male e finito peggio.

Il cortocircuito provocato dal LEAVE inglese, ci ha permesso di valutare con attenzione la vera identità di chi è a capo delle istituzioni europee, e la democrazia della stessa UE.

Cosa potrebbe far supporre la reazione scomposta di Junker – “non sarà una separazione consensuale” – se non una minaccia di ritorsioni?

In psicologia potrebbe essere definita una patologia da abbandono, quando un partner viene abbandonato e non accetta tale abbandono, reagendo di conseguenza con gesti inappropriati e a volte poco edificanti.

Una cosa è certa, le istituzioni europee non sono per niente democratiche, tanto meno tolleranti, vista la loro reazione scomposta, nonostante fosse stato controfirmato il Trattato di Lisbona, una sorta di contratto prematrimoniale, in cui le parti stabilivano in anticipo eventuali rinunce o fuoriuscite.

La volontà di far uscire quanto prima il Regno Unito dalla UE e la minaccia di non dare alcun favore commerciale agli inglesi, altro non è che un gesto di estrema gelosia e di terrorismo nei confronti di chi ha deciso democraticamente di uscire dalla traballante Comunità europea.

La gelosia è un disturbo ossessivo compulsivo che obbliga a pensare che ci sia un tradimento del compagno, e a mettere in atto strategie per poter operare un controllo, che diventa ossessivo e incessante.

Dietro la gelosia c’è una forma di insicurezza, che amplifica il senso di possesso e di ritorsione, tipico in soggetti deboli e poco inclini al dialogo, più vicini ad una dittatura che ad una moderna Democrazia.

Strano a dirsi, ma non tutti sono dispiaciuti della decisione del Regno Unito, che invece è riuscito a rinfocolare gli animi degli acerrimi nemici di questa Comunità europea, che invece di migliorare l’economia e la vita dei suoi cittadini, è riuscita a danneggiare le classi meno abbienti e a creare più diseguaglianze di quante erano in precedenza.

Posso affermare che i maggiori sostenitori del progetto europeo, sono stati gli elementi di spicco della sinistra europea, che si erano convinta di poter avere dei vantaggi nel creare una nuova istituzione, extra nazionale, capace di soffocare qualsiasi dissenso interno, depotenziando le istituzioni nazionali, a vantaggi di burocrati europei, che di li a poco avrebbero mostrato tutta la loro capacità distruttiva, inserendo normative che favorivano i grandi a danno dei piccoli.

La teologia europea ha sostituito la democrazia, riuscendo a creare un enorme distanza tra se e la cittadinanza, vista come una massa da sfruttare, che permette alle istituzioni di giocare ad alto livello con le risorse drenate in Europa.

Probabilmente la profonda invidia di burocrati autoreferenziali, nei confronti dei piccoli e medi imprenditori, ha permesso di fagocitare il sistema a danno di quello specifico settore.

La UE ha generato la prima Rivoluzione Industriale alla rovescia, in cui la tecnologia e la movimentazione delle merci, è riuscita a generare disoccupazione e povertà, più di quanto avrebbe potuto fare chiunque altro.

Se nel passato la sinistra italiana ed europea era vicina ai lavoratori e alle classi più povere, il suo repentino avvicinamento alla grande finanza e al mondo bancario, ha un sapore alquanto strano e incomprensibile.

L’opera di terrorismo mediatico messa in campo in tutta Europa dai sostenitori della UE, sta spaventando le persone meno capaci di interpretare la politica e soprattutto l’economia, ma sta aprendo gli occhi ai tanti dubbiosi e ai realisti, che non si sono fatti suggestionare dagli effetti speciali dei fachiri europei.

La faziosità delle forze della sinistra europea sta rasentando il ridicolo, se non ci fosse da piangere per i disastri perpetrati da tali signori, che ci vogliono far passare come “miracoloso” il roaming internazionale, l’Erasmus per far [pascolare] i figli all’estero (ma non preparare), la possibilità di circolare in Europa con il documento d’identità anziché con il passaporto, e il fatto che possano circolare le merci liberamente.

Purtroppo la maggior parte di quanto decantato lo stiamo pagando a carissimo prezzo, perché per quanto è vero che la libera circolazione di persone è stata un bene, nessuno aveva detta di lasciare le porte esterne aperte per far entrare tutti.

Non dobbiamo dimenticare che le istituzioni europee sono entrate in crisi per l’immobilismo nei confronti del numero enorme di migranti in arrivo, che hanno messo in crisi una comunità a soqquadro, per la crisi sopraggiunta con l’apertura dei mercati asiatici in Europa.

Aver provocato la delocalizzazione di tantissime imprese, a causa di un fisco sempre più opprimente, non ha fatto altro che far perdere il posto di lavoro ad intere generazioni, specie nei paesi mediterranei.

Alla luce di quanto scoperto, sarà nostro dovere informare chi non è riuscito a cogliere certi aspetti e di sensibilizzare la classe politica a non assecondare tale progetto europeo ma a metterlo in discussione.

Innanzitutto i soggetti pericolosi vanno messi in condizione di non arrecare ulteriori danni, poi andrebbero azzerate le istituzioni europee, ma considerando la storia e i soggetti in questione, sarà più facile cacciarli con la forza che con una loro presa di coscienza.

In fondo solo gli inglesi sono capaci di dimettersi.

Quando mai si dimetteranno gli euro-burocrati non eletti da nessuno, poco inclini al dialogo ma prodighi di congetture e norme insensate e nocive all’economia.

Aspettiamo con ansia la presa di posizioni di chi ha a cuore il futuro delle singole nazioni, la libertà di espressione e di critica e di salvaguardia delle particlarità, anziché il caos generato su un progetto costruito sull’inganno, pensato da burocrati non eletti e incapaci di fare del bene.
Loro rappresentano la nuova forma dfi

 
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Pubblicato da su 25 giugno 2016 in Uncategorized

 

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116° Sardegna nella Guerra dei Trent’anni

All’inizio del XVII secolo in Europa non si erano ancora risolte le lotte tra protestanti e cattolici, specie in quei Regni che, per motivi di successione, erano passati a confessioni religiose diverse, non si potevano creare che rivolte, perché il popolo e la nobiltà rimanevano sempre gli stessi.

Gli interventi non fecero altro che scatenare guerre e formare nuove alleanze, per stabilire chi aveva ragione e chi no. Lo scontro diede luogo ad una lunga ed estenuante conflitto, chiamata poi Guerra dei Trent’anni, in cui le varie potenze europee dovettero misurarsi.

La Sardegna, sotto stretto controllo della Corona di Spagna, si trovò suo malgrado a vivere sulla sua pelle uno scontro oltre la sua portata.

Nonostante fosse poco popolata, costretta ad un sistema medievale di vassallaggio, oltre che da un’imposizione fiscale pesante, la Sardegna dovette fornire alla nobiltà locale un enorme numero di uomini, per lo più tolti dalla terra e dai pascoli, per farli diventare dei fanti armati, e ingrossare le fila dell’esercito spagnolo.

Si stima che lo sforzo bellico mobilitò tra i diecimila e i dodicimila uomini, forse il 4-5% sull’intera popolazione.

Durante la Guerra dei Trent’anni le truppe in battaglia nei vari fronti rappresentavano la presenza fisica di sardi in Europa, molti non sanno che uno di questi violentissimi scontri avvenne proprio sulla nostra isola.

Il cardinale Richelieu nel 1635, a seguito del Trattato di Rivoli, aveva deciso di intervenire contro le forze spagnole, non solo nei Paesi Bassi ma anche in Italia.

In guerra si registravano sempre fasi alterne, incomprensioni e comportamenti poco lipidi tra gli alleati francesi, che portavano spesso a ritorsioni e a scivoloni.

Con l’occupazione spagnola del Ducato di Parma, la flotta francese comandata da Enrico di Lorena conte d’Harcourt, era stata costretta a lasciare l’Atlantico per organizzare un intervento nell’alto Tirreno.

Con l’arrivo sulle coste tirreniche della flotta francese, la Spagna si era convinta di cambiare politica e di restituire al duca di Parma i vari territori occupati.

Avvertito in mare il conte Enrico di Lorena, al comando di una poderosa armata pronta al combattimento, fece diverse considerazioni di ordine psicologico e di immagine, in cui sarebbe stato inopportuno rinunciare alla battaglia, prima di tornare nell’Atlantico.

Durante il ripiegamento della potente flotta, venne valutata l’opportunità di un attacco ad una città della Sardegna, già nelle mire espansioniste dei francesi, così, in questo contesto, si profilò l’attacco alla città di Oristano, tra il 22 e il 26 febbraio del 1637: un approdo facile, senza difese adeguate, e oltretutto sicuro per un naviglio di grossa stazza.

La popolazione per sfuggire al massacro si rifugiò nella vicina Santa Giusta e in altre località dell’interno, in attesa della milizia popolare sarde che potesse respingere in mare le truppe francesi.

La città venne completamente devastata e saccheggiata, le case e le chiese spogliate di tutto, purtroppo la ferita maggiore venne compiuta dalle milizie sarde accorse in difesa della città, si lasciarono andare in seguito alla depredazione di qualsiasi cosa fosse ancora trasportabile.

Sembra oramai accertato storicamente che i francesi non volessero assolutamente creare una testa di ponte in Sardegna, ma che fossero giunti solo per rifornirsi, soprattutto di acqua e di vettovaglie.

L’attacco dei francesi ad Oristano non fece altro che peggiorare le difficilissime condizioni economiche in cui versava la Sardegna, a cui sarebbero occorsi moltissimi anni prima di riprendersi.

Quando di li a poco Filippo IV di Spagna invitò tutti i ceti privilegiati a sostenere un ulteriore sforzo finanziario nel 1640, per 80.000 scudi, un importo superiore alla capacità contributiva della stessa popolazione, non fece altro che creare le condizioni per la disperazione e la morte.

E’ stato valutato che in quel periodo storico, a causa delle truppe mandate al fronte e la crisi economica che ne conseguì, per il sistematico abbandono della terra, la popolazione subì un ulteriore calo demografico del 25%, lo svuotamento di un terzo dei villaggi e l’abbandono della metà delle case. Chiamarlo solo disastro indotto sarebbe riduttivo.

La crisi fu così grave che il 15% del grano insierro di Cagliari (quantità sottoposta ad ammasso obbligatorio), venne venduta nel mercato interno per sostenere la popolazione locale.

La crisi proseguì per diversi anni, al punto che i labradores (coltivatori di grano) furono costretti a non rinnovare le locazioni sui terreni che guardavano a mare, per gli impedimenti conseguenti all’invasione francese.

Il popolo sardo per l’ennesima volta fu costretto a pagare pesantemente per una guerra che non lo riguardava, non lo interessava e neanche conosceva chi e perché avrebbe dovuto combattere.

Sta di fatto, che la Corona di Spagna, lasciò solo dolore, fame e morte dietro di se.

Nessuno può negare che gli spagnoli furono i peggiori di tutti, quelli più avidi, superbi e vanitosi. Sprecarono tutte le enormi risorse derubate nelle Americhe, sottoposero la Sardegna ad un continuo salasso, costringendola ad un sistema baronale, burocratico repressivo tale, che tutt’oggi, chi fa politica adotta lo stesso sistema per controllare una terra il cui debito di sangue è stato pagato da tempo, ma non riesce a togliersi di dosso quel senso di sottomissione che ancora non gli permette di liberare le forze migliori al progresso e al successo che merita.

 
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Pubblicato da su 20 marzo 2016 in Uncategorized

 

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115° Silenzio in Giunta per le scorrettezze di ONORATO.

Da quando la Giunta si è insediata, pare abbia dimenticato il guaio del trasporto marittimo, finito in mano ad Onorato, il più alto rappresentante della borghesia di stato, invitato ad acquisire ad un asta pubblica (con un solo partecipante) la Tirrenia e annesso un contributo di 72 milioni di euro l’anno per mantenere le rotte.Vincenzo-Onorato-Moby
– Oramai è palese il monopolio creato, specie a danno dei trasportatori e dei sardi, ma a distanza di cinque anni e dopo aver ricevuto 360 milioni di euro complessivi, non è più sopportabile che Onorato pratichi politiche commerciali così scorrete, stracciando convenzioni firmate ed eliminando sconti pattuiti a danno di chi aveva avuto l’ardire di utilizzare il vettore concorrente Grimaldi.
– Dobbiamo ricordare alla Giunta, il cui silenzio è diventato assordante, che chi riceve soldi pubblici per mantenere un servizio, non può assolutamente praticare politiche simili, INTOLLERABILI anche per un qualsiasi armatore privato.
Considerando che in Giunta ci sono forze che si ritengono di stampo “indipendentista” che ambiscono a far diventare la Sardegna uno Stato, chiediamo loro di intervenire.

Foto-di-gruppo-della-Giunta-Pigliaru-dopo-la-prima-riunione-dal-profilo-facebook-del-Presidente-della-Giunta

 
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Pubblicato da su 26 gennaio 2016 in Uncategorized

 

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114°- Dieci anni di disastri per rovinare la Sardegna.

La Sardegna è in mano alla mala-politica italiana da troppo tempo e rischia di rimanere vittima del sistema, a causa dell’immobilismo della cittadinanza, incapace di scegliersi una classe politica adeguata.

Abbiamo potuto osservare il susseguirsi di governi con diversi colori, tutti riconducibili ai partiti italiani, che non hanno fatto altro che prendere ordini dalle segreterie.

Siamo passati dal Governatore-Balente Soru, salito alla ribalta nel periodo della bolla speculativa dei tecnologici quotati in Borsa, grazie al sogno di Tiscali, dimostratasi poi un bluff in mano ad un inetto megalomane.

Soru si era nascosto sotto le vesti dell’uomo nuovo della sinistra sarda in berritta, quale strenuo difensore della Sardegna, prima di mostrarsi come il capo-bardana di una élite di invidiosi intellettuali di sinistra.

Quando Soru decise di allontanare gli americani dalla base militare della Maddalena, puntò molto sulla rivalsa dei sardi, per cacciare l’occupante.
Allo stesso modo procedette nell’imporre il più astringente Piano Paesaggistico d’Europa, con una legge Salva Coste che impediva qualsiasi attività a meno di 1500 metri dal mare, così da soddisfare l’invidia di molti, che poco tollerava la fortuna di pochi.

In un territorio che si cibava di invidia dall’alba dei tempi, creare uno strumento legale che impediva qualsiasi iniziativa turistica e immobiliare, era come la manna dal cielo e ingraziarsi gli integralisti del socialismo sull’isola.

L’introduzione della famosa tassa sul Lusso altro non fu che il coronamento del successo degli invidiosi del benessere altrui, che vedevano nella scandalosa e inutile tassa, il mezzo per punire chi aveva osato arricchirsi.

Purtroppo, l’introduzione di norme vessatorie creò degli effetti nefasti nell’economia isolana, provocando un vero terremoto nel settore immobiliare, costretto a mandare oltre 40 mila lavoratori.

Il caso più emblematico dell’era integralista di Soru fu la vicenda di Tuvixeddu, quando l’allora Governatore impedì all’imprenditore Cualbu di avviare i lavori approvati nel sito, dando avvio ad una causa legale, che alla fine vide la Regione Sardegna sconfitta, dover sborsare l’incredibile cifra di 82 milioni di euro, quale risarcimento danni.

Un personaggio come Soru abituato a fare disastri, non poteva che andare a cercarsi altri guai, aprendo una Vertenza sulle Entrate con lo Stato italiano, per rimborsi non ottenuti.

Erano diversi anni che lo Stato italiano non versava nelle casse della Regione le tasse spettanti per Statuto alla Sardegna, e il Primo Ministro Prodi colse l’occasione favorevole con Soru, che simulò di aprire un contenzioso con l’Italia, ma finì per accettare tutte le condizioni imposte, che vedevano dimezzato il credito, da diluire in rate pluriennali senza interessi, mettendo fine a futuri contenziosi.

Quella che appariva come una conquista di Soru, si rilevò invece come una Caporetto finanziaria per le casse della Regione, perché videro il Generale-Governatore Soru firmare un accordo con lo Stato, che imponeva alla Regione Sardegna di farsi carico al 100% del sistema sanitario locale.

Per fare un paragone: la Vertenza Entrate e il Decreto Salva Banche di Renzi permisero ad entrambi di mettere una pietra tombale a possibili rivalse, verso lo Stato italiano nel primo caso, e nei confronti degli amministratori delle banche (sottoposte ad un fallimento pilotato, grazie all’accordo con il Governo, che permetteva al sistema bancario di scaricare su migliaia di obbligazionisti subordinati una parte delle perdite) nel secondo.

Le cose non andarono meglio con il Governatore Cappellacci che non fece nulla per cambiare la congiuntura e legge sul Piano Paesaggistico, anzi favorì la lobby dei signori del vento.

L’inadeguatezza di Cappellaci venne fuori quando dovette affrontare la questione trasporti, dopo la cessione della Tirrenia ad una cordata promossa da Onorato & company, di creare un monopolio di fatto.

Non potendo opporsi politicamente alle decisioni del suo partito, mise in piedi il teatrino della Saremar, e per quanto ispirato da un senso partigiano, dovette fare i conti con l’incapacità dei soggetti e dell’iniziativa.

Durante le scorse elezioni Regionali, tra lotte intestine ai partiti italiani, invidie nella frammentata costellazione identitaria, riuscì a prevalere Pigliaru e la sua giunta dei Professori, dimostrando presto di non essere in grado di fare meglio.

Per di più la Giunta dei Professori è stata costretta a tenere a battesimo l’investimento di 82 milioni di euro per dei treni veloci ordinati dallo sciagurato Soru, che voleva far correre a 200 kmh su binari posati nell’800, che però non potevano che garantire un risparmio di soli 15 minuti, sulla tratta Sassari Cagliari. La disfatta Soru fu completa quando si convinse di poter diventare il prossimo Presidente del Consiglio, acquistando pure il fallimentare quotidiano l’Unità.

Se abbiamo compreso che appoggiarsi alle solite bandiere italiane significa cercarsi delle disgrazie, dobbiamo ricordarci di valutare i futuri candidati per le leggi che vorranno abrogare, e per quelle che vogliono cambiare, anziché per il solito clientelismo parassitario.

La partitocrazia italiana non è mai stata capace di creare sviluppo, se non di prosciugare risorse, scaricando sulla comunità errori e privilegi, da pagare con la fiscalità, rimanendo avvinghiata alle poltrone di comando di un paese alla deriva.

Devo ricordare che l’attuale congiuntura economica è stata creata dalle nuove norme in fatto di fisco e di finanza (non da fenomeni economici esterni), che vedevano in Basilea 2 e in Equitalia i responsabili del disastro, voluti dai poteri forti per inaridire lo sviluppo delle piccole e medie aziende, a cui derubare il mercato e il patrimonio, con la connivenza dei legislatori al potere.

Se la Sardegna vorrà rialzare la testa e la propria economia, dovrà mettere mano ad un piano di riforme imponente, per non diventare come l’isola di Haiti, dei poverecci di domani.

La Sardegna dovrà necessariamente aprire un contenzioso con l’Italia, per decidere in proprio il futuro, sia in fatto di uso del territorio, di fisco, di finanza e di economia.

Le parole d’ordine per valutare la nuova classe politica dovranno essere: la responsabilità, la rendicontazione e il controllo, senza le quali sarà impossibile avere un futuro.

Per finire, se il sistema partitocratico ha mostrato il suo lato oscuro, la democrazia rappresentativa è diventato un problema per la nostra società, in quanto siamo impossibilitati a delegittimare politici incapaci e voltagabbana.

A riguardo sarà necessaria una completa riscrittura dello Statuto della Sardegna, da orientare verso una democrazia diretta, con politici non di professione, referendum propositivi e una riduzione dei poteri di chi governa, per non ritrovarci a pagare scelte sbagliate fatte da incompetenti e da collusi.

 
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Pubblicato da su 6 gennaio 2016 in Uncategorized

 

113° Stato, Democrazia o Libertà?

L’uomo prospera quando soddisfa le proprie necessità e gode dei propri beni. La natura li fornisce ma non ci possono essere di alcuna utilità senza il lavoro e la comunità.

I bisogni degli uomini sono vari e non c’è mai stato nessuno in grado di procurarsi anche i beni di prima necessità senza l’aiuto di altre persone, e non esiste quasi nessuna nazione che non abbia bisogno delle altre.

Gli individui legati da una stessa lingua, storia, civiltà, interessi e aspirazioni, hanno sempre creduto che per assicurarsi la prosperità, e quella dei propri discendenti, fosse indispensabile mettersi sotto la protezione di un governo, che grazie all’aiuto di funzionari pubblici, si potesse garantire la sicurezza e la giustizia all’interno di grandi comunità, diventata una struttura giuridica complessa chiamata Stato.

Nell’antica Grecia la partecipazione attiva dei cittadini alla vita politica delle città, aveva dato vita alla prima forma di Democrazia, seppur di una minoranza, vista l’esclusione dei non liberi e delle donne.

I cittadini che partecipavano alla vita pubblica si resero presto conto che dovevano darsi delle regole e dividere il potere amministrativo da quello giudiziario, oltre che mantenere la sicurezza.

democrazia atene-assemblea

Dalla vita pubblica iniziarono ad apparire dei personaggi politici che segnarono profondamente la storia umana, con appelli e principi che abbiamo il dovere di ricordare.

Pericle:

  • Noi siamo i soli a considerare chi non partecipa alla vita pubblica non come cittadino tranquillo, ma come un cittadino inutile, noi stessi esprimiamo giudizi discutiamo come si deve sulla questione, dal momento che non riteniamo che le parole sia un ostacolo per l’azione, ma piuttosto che lo siano il non essersi formati attraverso la parola prima di affrontare la situazione che deve essere intrapresa.

Otane:

  • Il principio isonomico, ciò di uguaglianza di ogni cittadino di fronte alla legge, consisteva nell’obbligo della rendicontazione finanziaria.

Democrito:

  • Non merita un elogio chi restituisce un deposito, merita biasimo e una punizione chi non lo fa.

Naturalmente in luoghi e tempi diversi le decisioni vennero prese sempre da un numero più ristretto di persone, in cui spesso era il monarca a regolare i rapporti tra i cittadini e si garantiva il potere concedendo parti di territorio e del fisco a fidati nobili locali.

Le ingiustizie erano frequenti, spesso di carattere fiscale, e quando ad essere toccati erano gli interessi dei nobili si scatenavano rivolte e spesso guerre.

Dopo le rivolte e le guerre seguivano divisioni di confini o trattati di pace, sino al primo documento ufficiale, la Magna Carta, in cui venivano stabiliti i rapporti tra monarca e nobili locali, in fatto di fisco e di diritto.

firma Magna-Carta

L’evoluzione economica di alcuni popoli stava portando i cittadini più liberi e intraprendenti a tollerare sempre meno le ingerenze dei monarchi, sempre pronti a spremere i cittadini con un fisco ingordo e ingiusto.

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La rivoluzione inglese alla metà del XVII secolo fu il primo segnale di rottura con le monarchie autoritarie del passato, confermate un secolo dopo dallo strappo della guerra d’Indipendenza americana con il Re Giorgio e dalla Rivoluzione francese con Luigi XVI, in cui videro la luce gli Stati moderni, imposti con la forza e con il sangue della democrazia, che oltre a togliere dei privilegi abusivi a delle persone, toglieva loro pure la vita.

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Il sogno di uno Stato più vicino alle esigenze dei cittadini non poté nulla contro gli appetiti delle classi dominanti, che selezionavano i rappresentanti tra la borghesia, per difendere al meglio i loro interessi economici, ed escludere ampie fasce della società.

La stessa esistenza di eletti tra i borghesi implicava l’esclusione della maggioranza a vantaggio di una minoranza, che riusciva a controllare il potere governativo, concedendo loro privilegi e prebende.

Il clan toglieva agli stessi individui e ai gruppi la possibilità di determinare la propria identità e la propria finalità. Li espropriava della capacità simbolica di auto-istituzione.

L’esistenza stessa dell’apparato statale, imprime, per così dire, una curvatura nello spazio sociale, nel modellare il territorio e il tempo, la vita sessuale e il tempo libero; esso crea un sistema complesso di nicchie dove si collocano i vari livelli della gerarchia.

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E’ nella natura stessa della dimensione statale di alienare i processi di autonomia collettiva e individuale. Se le strutture di dominio sono apparse prima dello Stato, quest’ultimo le aveva consolidate e legittimate, in particolare nel campo dell’economia.

Quindi, se la democrazia è un processo di formazione dell’opinione, il suo maggior vantaggio non sta nel suo metodo di scelta dei governanti, ma nel fatto che, siccome una gran parte della popolazione ha un ruolo attivo nella formazione dell’opinione, una vasta gamma di persone è disponibile ad essere selezionata.

In sostanza, quella che noi oggi chiamiamo Democrazia rappresentativa, altro non è che un modo per togliere la voce ad enormi fasce della società, è il lavoro silenzioso di una minoranza che usa la maggioranza per indirizzarne le abitudini e i consumi, oltre che a drenarne le risorse.

Non a caso la fornitura da un monopolio pubblico non rende il servizio più economico ma ne nasconde solo il costo, eliminando la concorrenza per legge, in quanto non è il libero mercato che sta danneggiando l’economia ma la sua mancanza.

Se le classi dominanti possono incidere nella politica di governo, che può escludere la concorrenza o impedirne la sua formazione, con norme o leggi astringenti e spesso coercitive, solo un progetto politico alternativo forte può contrastarlo, in quanto le leggi sono l’unica arma per combattere la complessità dell’apparato statale, colpevole di controllare e drenare risorse per le fameliche clientele e per i domini.

partitocrazia

Dobbiamo ricordare che limitando le funzioni di governo, compreso quello della maggioranza, possiamo ridurre l’apparato per garantirci la libertà, perché per la democrazia rappresentativa l’opinione della maggioranza è il solo limite per governare, in quanto la democrazia rappresentativa si contrappone al governo autoritario, quando questo non dispone della maggioranza, mentre per difendere la nostra libertà dobbiamo contrapporci al totalitarismo della partitocrazia, perché il potere si concentra in mano al suo capo o ad un gruppo ristretto di dirigenti.

 
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Pubblicato da su 22 novembre 2015 in tutte le notizie, Uncategorized

 

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112° Gli intenti della dichiarazione di Indipendenza degli Stati uniti d’America.

Il 4 luglio 1776 il Congresso continentale, composto dalle tredici colonie inglesi del Nord America, approvò un documento destinato a divenire la pietra miliare nella storia costituzionale degli stati moderni: la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America.

Scritto con un linguaggio efficace e comprensibile, riuscì a formulare i fondamenti giuridico-costituzionali e politici della nazione americana.

La libertà, la sovranità, l’indipendenza e la democrazia, saranno gli elementi che in seguito caratterizzeranno tutti gli stati moderni occidentali.

I vari membri della commissione fecero attenzione ad esporre, nel miglior modo possibile, alla comunità internazionale, le loro ragioni, sul perché furono costrette a proclamare la propria indipendenza da una tirannia assoluta.

Mantenendo fede alla loro impostazione anglosassone, avevano chiaro che la loro condotta poteva essere intesa come una mera ribellione contro l’autorità politica istituita e a lungo riconosciuta.

In altre parole, gli estensori della Dichiarazione si preoccuparono di costruire una legittimazione della decisione assunta, con una puntuale ricostruzione storica degli eventi che portarono le Colonie a rendersi indipendenti dalla corona inglese, per dimostrare che la loro ribellione non fosse definita tale.

thomas jefferson

Non a caso Jefferson inserì l’argomento più forte politicamente e filosoficamente all’inizio delle doglianze verso il sovrano:

  • Noi riteniamo che siano di per sé evidenti queste verità:che tutti gli uomini sono creati uguali, dotati dal Creatore di taluni Diritti inalienabili, tra i quali la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità.

  • Che per assicurare questi diritti, sono costituiti fra gli uomini i governi, i cui poteri derivano dal consenso dei governati.

  • Che quando una qual si forma di governo si trasforma in distruttrice di quei fini è Diritto del popolo modificarla e abolirla, e di istituire un nuovo governo, che invece si fondi su quei principi e i cui poteri siano organizzati in maniera tale da assicurare al popolo la Sicurezza e la Felicità.

Le parole condensate in poche righe divennero le pietre angolari dei sistemi di democrazia, sopratutto per sottolineare la legittimazione alla ribellione quando un governo agisca in aperto contrasto con le sue stesse finalità, cioè in violazione di quei diritti inalienabili di cui sono portatori i governati che si sono dati un governo.

Anche se non tutti gli animi dei coloni erano convinti sulla separazione dalla madrepatria, i costituenti riuscirono a fare presa sulle classi più basse, che vedevano nell’indipendenza una grande opportunità.

Jefferson riuscì a concentrare le accuse nel Re Giorgio III, colpevole di aver instaurato una tirannia assoluta nelle colonie, senza citare mai il Parlamento inglese, se non in due circostante risulti un riferimento implicito al Parlamento di Londra, nonostante quest’ultimo abbia contravvenuto al principio della storia costituzionale britannica: – Nessuna tassa senza rappresentanza.

Re Giorgio III

Grazie alla prosa e all’eloquenza di Jefferson nel documento vennero riconosciuti come diritti derivanti dalla natura i principi fondanti di una società libera: la Vita, la Libertà e il perseguimento della Felicità; nessun governo degli uomini è giustificato a tralasciarli o a non tutelarli.

Dunque, la Dichiarazione di indipendenza ha un posto rilevante tra i documenti della storia dell’umanità, sopratutto per la magistrale enunciazione delle teorie del governo democratico e della giusta rivoluzione. E’ allo stesso tempo un documento di limitata applicazione, in altre parole non andava oltre alla giustificazione della guerra e dell’indipendenza.

Ancor prima della fine della guerra, i tredici Stati indipendenti si diedero una nuova Costituzione e la Dichiarazione di indipendenza va letta e considerata come espressione di una stagione costituzionale senza pari nel costituzionalismo moderno.

Mai come adesso la Sardegna necessita di motivazioni credibili per un passo simile, coinvolgendo il resto della popolazione e le rappresentanze locali ad impegnarsi. La libertà ha un prezzo.

 
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Pubblicato da su 18 ottobre 2015 in Uncategorized

 

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111° – La Sardegna è pronta per un Congresso e per entrare nella storia. (?)

Che in Sardegna stesse succedendo qualcosa lo si era percepito, ma dopo un sondaggio demoscopico, abbiamo avuto l’assicurazione statistica, che il popolo sardo, risulta essere il primo in classifica, tra quegli che rivendicano il diritto ad avere un’identità propria, più di ogni altro in Europa, più dei catalani, degli scozzesi e degli stessi baschi, che vogliono diventare Stato.

A conferma di quanto detto sopra, il  termine indipendenza è diventato d’uso comune tra i cittadini, proprio per rivendicare quello spirito che aleggiava da un po’ di tempo in Sardegna.

Sarà per il perdurare della congiuntura economica o sarà per l’aver preso coscienza sul valore della sovranità nazionale, sta di fatto che il sorgere di un moto identitario, è diventato il suo logico risultato.

Sfortunatamente lo sviluppo del pensiero identitario non è stato supportato da  un progetto ordinato e strategico, bensì dai romanticismi e dai personalismi, tipici della nostra terra, che non potevano che portarci alla disfatta nelle Regionali 2013, in cui prevalse l’idea di procedere in ordine sparso e caotico, anziché riunire tutte le forze in campo.

Trascurando l’atavica refrattarietà alle unioni che ci caratterizza, sarà nostro dovere rimuovere il secondo grosso ostacolo, che si posiziona tra noi e l’indipendenza, cioè l’arrendevolezza di molti alle politiche italiane, fatte di parassitismo clientelare e assistenzialismo diffuso, che hanno, di fatto, deresponsabilizzato una rilevante porzione di nostri concittadini, narcotizzati dallo Status Quo, tanto machiavellico quanto ingordo e opportunista.

Il primo ostacolo potrebbe essere facilmente superabile, scavando sotto alle singole bandierine, innalzate dal personalismo dei loro fondatori, che come la partitocrazia italiana ci ha insegnato, considerano il movimento una loro creatura, non confezionando altro che pretesti, per bloccare unioni e boicottare accordi in essere.

E’ stata la stessa Democrazia rappresentativa che ha potuto generare tali storture, in cui il solo leader poteva trovare vantaggi nel costruirsi un partito di stampo personalistico, in cui l’oggetto sociale diventava l’iunica cosa da mettere in comune, tenendo per se la vanagloria e i vantaggi.

Non sarà sufficiente eliminare le bandierine, occorrerà un modo per unire tutti, e quale mezzo potrebbe essere più appropriato se non quello di convocare un Congresso generale, in cui decidere e scrivere la Carta delle Libertà (dei diritti e dei doveri) per la prossima Repubblica di Sardegna?

Nel passato possiamo ricordare la Magna Charta Libertatum, (Magna Carta), scritta nel lontano 1215, in cui venivano specificati i principali diritti e doveri della nobiltà inglese.dichiarazione di indipendenza 1

Non possiamo certamente dimenticarci la convocazione del 1774 del primo Congresso degli Stati Uniti, in cui vennero prese le decisioni che portarono alla stesura della Dichiarazione d’Indipendenza del 1776.

Pertanto, la convocazione di un’assemblea generale, che potremmo chiamare Congresso, permetterebbe di concentrare l’attenzione e l’impegno su un solo soggetto statutale, ben riconoscibile da tutti i sardi, per trovare le soluzioni al disagio interno, causato dalle eccessive tasse, dalle inadempienze dell’elefantiaca macchina burocratica italiana e da tutte le sue leggi, sin troppo invasive.

Il Congreso ci permetterebbe di portandoci dritti al varo di una nostra Costituzione, ritagliata sulle specificità della Sardegna, in cui verranno scitte le leggi fondamentali per il rispetto e la protezione delle libertà del popolo sardo e delle sue attività.

Abbiamo bisogno di libertà e nutriamo la speranza di raggiungere la nostra felicità tramite le leggi, che possano garantire le libertà dei singoli e del loro patrimonio, favorendo la responsabilizzazione e la produttività, per troppo tempo negate, dalla sistema partitocratico italiano, che ha favorito politiche di stampo assistenziale e parassitario, utili ai partiti, per meglio controllare l’isola e la sua economia.

Insomma, è giunto il tempo di crescere, di dimostrare di possedere quelle capacità, e credere nei nostri mezzi, per far diventare la Sardegna la più bella Perla del Mediterraneo.

Ci riusciremo?

Ai posteri l’ardua sentenza…

 
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Pubblicato da su 4 ottobre 2015 in Uncategorized

 

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