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L’Invidia nella società.

14 Feb

L’invidia è quel sentimento di astio che rode dall’interno: quel senso di dispiacere astioso che si prova nei confronti della felicità e dei pregi altrui; ne consegue il desiderio di distruggerli; è sinonimo di livore.

  1. Ci troviamo di fronte all’astioso quando prevale il sentimento di aggressione nei confronti di chi è felice o almeno ottimista.
  2. L’invidia è un chiarissimo atto di percezione, quindi la felicità e i pregi sono percepiti come dispiacere. L’errore dei livellatori politici sta nel credere che eliminando determinante disuguaglianze possano ottenere una società armonica.
  3. I pregi personali e i vantaggi materiali altrui sono mal visti, preferendo la loro distruzione alla loro acquisizione personale. Il politico propenso all’invidia tollera meglio un reddito nazionale modesto che uno più alto ma con un numero più alto di ricchi.

Il conformismo è una forma di prevenzione dell’invidia, che costringe gli individui a non credere nelle proprie idee per sfidare il gruppo. Senza l’invidia non esisterebbe una struttura sociale di una certa dimensione, in cui intervengono i fattori emotivi che determinano il conformismo e il divieto di introdurre nel nostro comportamento delle novità che possano far suscitare l’astio negli altri.

Il desiderio di appartenenza o di benevolenza sono il sintomo di un processo di rimozione dell’invidia di una società, che condannano il non conformismo. Nell’inconscio di qualsiasi uomo prevale l’individualismo, ma non potendo fare a meno di appartenere ad un gruppo per guadagnarsi da vivere, si compensa la perdita di individualità partecipando alla spersonalizzazione degli altri membri, trasformandosi in aguzzino, che infligge con il resto del gruppo sanzioni nei confronti del membro anticonformista.

L’appartenenza ad un gruppo non è il coronamento di un individuo ma una minorazione del suo essere. Se prendiamo in considerazione i processi di controllo sociale, possiamo comprendere l’importanza dell’invidia nella formazione dei gruppi di appartenenza e nelle posizioni di potere.

Quando sorge un nuovo centro di potere, che tenta di allargarsi e consolidarsi, cerca di attirare sotto il proprio controllo persone o gruppi non ancora sottomessi. In questa fase molti uomini o gruppi, per viltà, avidità, ignoranza o autentico entusiasmo, possono essere risucchiati dalla nuova posizione di potere e iniziano a praticare azioni di ostilità nei confronti di chi osserva scetticamente il nuovo potere o ne prende le distanze.

I nuovi gruppi di potere rafforzano la formazione dell’opinione nella società, utilizzando il termine salottiero “conflitto” alla scomoda e ruvida “invidia”, quando una delle parti trae le sue motivazioni da una condizione di inferiorità, non fanno altro che manifestare disuguaglianza nella distribuzione del potere legittimo.

Ubbidire a leggi diverse è l’unico caso in cui persone o gruppi entrano in conflitto tra loro, senza essere stati provocati dall’invidia, che invece verrà a galla, quando una delle parti, in caso di sconfitta, si troverà costretta ad ammettere di aver seguito le leggi sbagliate.

L’ambivalenza sociologica studia il comportamento di quegli individui che dissimulano il loro sentimento di invidia e disprezzo nei confronti di quelli con cui non si hanno relazioni sociali. L’invidia e la gelosia sono sentimenti simili, che toccano sfere differenti, quali l’antagonismo e l’affinità.

Il vandalismo è considerato un sottoprodotto incomprensibile dell’invidia, perché non trae le sue motivazioni dalla vendetta diretta, ma è un fenomeno cronico dei ceti o dei gruppi minoritari.

La costruzione a scopo di emulazione, è quella di chi, senza urgente necessità, decide di costruire, senza badare a spese, pur di danneggiare la persona invidiata, benché non è interessato a possederne il bene, ma a vederlo distrutto.

La scienza del comportamento umano si arresta di fronte all’idea di invidia; ricorre ad eufemismi pur di ripudiarla con espressioni di disprezzo.

La corrente sociologica progressista mette in risalto il risentimento con il termine fierezza e orgoglio antisociale. Il denominatore comune, di tale inquietudine, è la spinta egualitaria che vorrebbe una società di individui assolutamente uguali.

Il sentimento dell’invidia è troppo doloroso per essere considerato dai sociologi, perché nella letteratura scientifica l’invidia è una malattia seria, che diventa insanabile una volta scatenata.

La più numerosa tribù indiana sopravvissuta negli Stati Uniti, quella dei Navaho, conduce una vita misera nelle riserve, perché nella comunità non esiste l’idea del successo personale, della fortuna o della sfortuna, ma il monito che la ricchezza può essere acquisita solo a danno di altri.

Così, come in altre popolazioni indigene in giro per il mondo, l’invidia è un sentimento che impedisce la crescita personale, per non provocare la disapprovazione ed essere tacciati di stregoneria.

Nei paesi in via di sviluppo l’invidia è fin troppo radicata e spesso istituzionalizzata, diventando uno dei fattori che impediscono il progresso, specie perché i vertici dei singoli stati, rafforzano l’invidia con spirito nazionalistico, colpevolizzando i ricchi paesi industrializzati.

L’affermazione cara agli autori sinistroidi, che una società senza classi sociali sarebbe auspicabile, perché considerano la proprietà un furto, pretendono di far ricadere la colpa dell’invidia su chi l’ha provocata, sospingendo così, da oltre cento anni, i ceti medi e superiori verso i movimenti radicali di sinistra, colpiti dagli effetti demoralizzanti e dall’acuto senso di colpa, che una società di uguali possa non fornire pretesti al manifestarsi dell’invidia stessa.

Una società simile sarebbe una società paralizzata, non potrebbe permettere alcuna innovazione e non sarebbe in grado neanche di salvaguardare le differenze tra minorenni e adulti, infatti, basta la gerarchia dell’età, presente in ogni società, per far naufragare l’utopia degli egualitari.

L’ingratitudine è il primo sintomo dell’invidia, che in maniera occulta o velata si manifesta, anche nei confronti di un benefattore. L’ingenuo e l’invidioso sono gli opposti che si attraggono.

Nelle società europee, dalla metà del XIX secolo, la forza disgregatrice dell’invidia si nascondeva dietro formule moderne e democratiche, che si traducevano in politiche volte a placare e a livellare gli ambienti più inclini all’invidia, anziché considerare il fondamentale principio fondamentale di essere tutti uguali di fronte alla legge.

Ogni qualvolta che entrano in gioco le concezioni utopistiche di una società esente dall’invidia, dove è preminente il desiderio di uguaglianza e di giustizia sociale, tanto caro ai socialisti, inevitabilmente si arriverà alla paralisi e alla distruzione di ogni forma di vita economica e politica, come a Cuba e in Venezuela.

Durante il ventennio tra il 1935 e il 1955, nel mondo occidentale vennero utilizzati strumenti macroeconomici che si rifacevano alla teoria dell’equilibrio economico generale di stampo keynesiano, quindi alla determinazione della capacità produttiva e redistributiva del sistema nel suo complesso, con l’obiettivo di massimizzare il benessere della comunità tutta.

Questo dogma non vuole tanto il benessere quanto impedire la formazione di singole maggiori fortune, viste come la causa della sfortuna dei gruppi di reddito inferiori. Con questi presupposti ideologici, l’invidia dei gruppi di reddito inferiore non poteva che trovare soddisfazione nella progressività delle tasse, per colpire e le fasce di reddito superiori. La giustizia sociale impone che tutti debbano possedere meno e punire le classi di reddito elevato, per mezzo dell’inuguaglianza fiscale, per placare gli invidiosi, che prestano attenzione su qualsiasi cosa possa procurare maggiore felicità ad altri.

L’Economia del benessere (il welfare odierno), per trovare attuazione, concepisce il ruolo centrale dell’attività dell’apparato statale, non come fonte di valori autonoma, ma come aggregato delle volontà individuali, che per avere una riduzione generalizzata dell’invidia, punta a politiche fiscali volte a colpire gruppi dai redditi più alti.

Esiste anche un’invidia delle distanze, che si manifestata in quei soggetti dal reddito un po’ più alto, che non riescono a sopportare che possano diminuire la distanza da chi, in precedenza, aveva redditi più bassi, o condizioni lavorative peggiori. Il mondo sindacale e professionale sono gli esempi migliori.

Il socialismo è considerato il punto di arrivo dell’evoluzione della morale, quale risposta al problema delle disuguaglianze, che traggono origine dall’evoluzione capitalistica e industriale moderna. I suoi aderenti non sanno che la loro concezione è esistita fin dalle fasi primitive della vita sociale, non si rendono conto che l’uomo sente una fortissima invidia quando tutti sono uguali: quando non c’è nulla da ridistribuire, l’uomo grida alla ridistribuzione.

Lo sviluppo socio-economico conseguito in poco più di due secoli, è stato ottenuto dalla capacità di mettere al bando e di vincere l’invidia sociale, grazie a concezioni, principi giuridici, e alla buona coscienza, di chi aveva avuto successo nella vita.

Le diverse dottrine di stampo socialista, oltre ad essere sorpassate, allontanano i cittadini dalla possibilità di raggiungere ciò che ciascuno può conquistare impegnandosi.

Quando, nel 1964, un intellettuale come Sartre rifiutò il premio Nobel, adducendo che ciò avrebbe fatto perdere credibilità al socialismo, fu la conferma che chi si fa influenzare dall’invidia non è in grado di progettare un qualsiasi sistema sociale.

L’invidia colpisce, in maniera occulta, gli usi e i consumi dei diversi gruppi sociali, bolla il consumismo come un lusso che evidenzierebbe le differenze sociali.

Fatti salvi i regnanti e i personaggi più ricchi e potenti, l’invidia procurava nelle società, pressioni tali da introdurre consuetudini per impedire o controllare il lusso; nel passato ci furono addirittura leggi, come la romana Lex Didia del 143 a. C., che prevedeva pene per chi offriva o accettava pranzi sontuosi.

invidia

Nonostante tutto, anche nelle società dov’era più radicalizzata l’ideologia, che prevedeva l’uguaglianza sociale come fine, sia i funzionari che l’esecutivo riuscivano ad imbrigliare l’invidia e gli invidiosi, grazie alla cristallizzazione del potere su base plebiscitaria, di una plutocrazia o di una classe dirigente imborghesita, che si godeva lo sfarzo e le comodità di chi aveva sostituito.

I dirigenti dei vari regimi che si erano fatti portavoce degli invidiosi, che pretendevano di limitare i redditi e di abolire le rendite, come quello nazionalsocialista tedesco, i movimenti rivoluzionari del Sudamerica, i bolscevichi in Russia e i populisti negli Usa, non fecero altro che rendere politicamente tollerabili le disuguaglianze economiche, per avvantaggiarsi dei privilegi acquisiti.

Le società utopiche immuni dall’invidia, prevedono che i bambini vengano allevati in casi comuni da educatrici, che dovranno spesso cambiare (come nell’antica Sparta o nella Repubblica di Platone), dove saranno eliminate le note di merito, demerito, e la bocciatura degli alunni, per non distinguere i buoni dagli scadenti, vestiti alla stessa maniera, dovranno prepararsi per un futuro di rotazione lavorativa, per mantenere l’uguaglianza: stiamo parlando dei kibbutz.

Essere immuni dall’invidia è una prerogativa del singolo e non di una società, che non può sopportare che un individuo possa intraprendere l’isolamento, visto come uno scandalo, chiedendosi per quale motivo lo stia facendo, gli invidiano la libertà di usare il proprio tempo sottraendosi alla presenza altrui.

Il culto della povertà, dalle sue origini più antiche, nel medioevo, come negli ultimi due secoli, è sempre stata determinata e sostenuta da predicatori e dai loro discepoli, mossi dall’invidia, dal risentimento e dall’avversione da tutto ciò si elevi al di sopra di loro, o da individui delle classi più alte, che non riescono a gestire l’invidia altrui, rinunciando spontaneamente ai propri privilegi.

Questa variegata massa di rinnegati, è spinta ad abbracciare la povertà, pensando di riscattare la propria classe sociale, oppure dopo delusioni personali, risentimenti contro i genitori e parenti, punendo sé stessi.

La reazione emotiva che spinge molti individui alla povertà, dipende dall’invidia aggressiva che condiziona la vita dei figli di genitori benestanti o ricchi, che aderiscono a gruppi di estrazione povera, che per invidia propugnano la rivoluzione sociale, perché questa serve a colpire, danneggiare o almeno umiliare, quelli che sono superiori a loro.

Gli individui di buona famiglia, che non soffrono di invidia, ma aderiscono ai gruppi rivoluzionari, sono comunque costretti a condurre e ad appoggiare la politica dell’invidia.

Dagli anni cinquanta in poi, la classe media inglese generò il più alto numero di soggetti benestanti, che passarono alla protesta contro il capitalismo, sfruttati dai politici, dagli agitatori e dai propagandisti, per indirizzare le ire degli invidiosi, su capri espiatori ben individuabili, dai gruppi popolari, per scatenare la loro indignazione.

Spesso, le azioni di protesta intraprese da una ridotta minoranza, sono viste da alcuni come una giustificazione emozionale del più crudo terrore di una rivoluzione, a differenza della stessa azione compiuta dalla massa, che verrebbe registrata nella statistica criminale con un senso di noia.

L’ottica egualitaria svolge la duplice funzione di preparare le rivoluzioni: da un lato la proprietà viene bollata come una provocazione insopportabile quando è in mano di pochi, dall’altro la trasgressione, i misfatti e i crimini mantengono la loro esplosività sociale sino a quando tutte o parecchie classi sociali ottengono gli strumenti per compiergli.

La sociologia criminale ha rilevato che i delitti comuni sono legati alle diverse culture, che definiscono delitto un certo comportamento, tenuto in certe circostanze, come certe trasgressioni, considerate attentati alla sensibilità popolare, che ogni rivoluzione strumentalizza.

In pratica, i rivoluzionari finiscono per adottare gli stessi provvedimenti autoritari, che avevano provocato le rivoluzioni, che poi si affrettano a trasformare in virtù i peccati dei loro predecessori.

Francesco Bacone aveva individuato come un microrganismo patogeno l’invidia pubblica, che procurava paura nei tiranni, che finivano per adottare provvedimenti lodevoli per combattere il malcontento, che invece di placarsi, diventavano sempre più virulenti, perché percepivano la debolezza dell’apparato.

Bacone concludeva lo studio sull’invidia pubblica, osservando che essa prende di mira i funzionari nei posti chiave, nonché i ministri, perché le loro azioni sono controllabili e di conseguenza criticabili, anticipando di trecentocinquanta anni, la regola del confronto che oppone il sistema statale alle nuove sinistre, che infettano le scelte governative, costrette a legiferare provvedimenti atti a controllare l’invidia.

Quando una società innalza un uomo medio a censore legislatore, finirà arrivare alla paralisi, sprecando tutti i suoi mezzi. La capacità civilizzatrice di una società dipende dalla sua capacità di temperare e canalizzare l’invidia, mentre tradisce la sua missione quando compie gesti di abbonimento, utili nell’immediato, intesi a creare la pura uguaglianza sociale, nel presupposto che tale condizione possa placare l’invidia sociale.

Negli ultimi anni si ha l’impressione che sia sufficiente dimostrare risentimento e invidia per legittimare le azioni e le rivendicazioni dei movimenti di protesta.

L’invidia si è a tal punto legittimata che tutti hanno paura di essere accusati di dubitare sul dogma assolutista che rivendica l’ideale di uguaglianza.

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Pubblicato da su 14 febbraio 2017 in Uncategorized

 

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