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72 La mistificazione del liberismo

Con la rivoluzione industriale, il potere economico, non fu più un’esclusiva dello stato; grazie ai potenti privati, si avviò quel fenomeno chiamato – liberismo – incidendo notevolmente sulle sorti delle nazioni.

L’inarrestabile ascesa liberista si concluse tragicamente nel 1929; la folle rincorsa al profitto, fece esplodere la bolla speculativa.

Il dissesto economico e sociale fu di ciclopiche dimensioni, in solo 3 anni, il numero dei disoccupati (tra il 20 e il 25%) arrivò a diversi milioni per stato.

Il disagio sociale fu tale che i governi furono costretti a correre ai ripari con provvedimenti energici.

In Italia, Germania e Unione Sovietica, i rispettivi totalitarismi accentuarono o presero il controllo, di fatto, su tutta l’economia nazionale.

Gli stessi Stati Uniti, costretti a controllare parte della propria economia, avviarono una campagna a sostegno delle classi lavorative.

Stava cambiando, oltre al modello economico, anche il rapporto di forza e di influenza nel mondo, tramutandosi ben presto in una guerra dalle micidiali conseguenze per le inermi popolazioni.

Il conflitto non diede un unico vincitore, infatti, sia America che l’Unione Sovietica, nelle rispettive sfere di influenza, fece proseguire “questo o quel” modello di sviluppo economico.

La “guerra fredda” tra i contendenti terminò con l’esaurimento delle risorse finanziarie del comunismo, evidenziato con la caduta del muro di Berlino.

Così lo statalismo si indebolì a vantaggio del capitalismo, così che il liberismo, nascosto tra le ceneri, riemerse più forte di prima.

Inizialmente il ritorno del privato venne salutato come migliorativo e salutare, per controllare settori, prima di competenza esclusivamente statale.

Le liberalizzazioni avvennero in modalità caotica e mistificatrice, dove una categoria, quella dei politici, venne sostenuta per far accaparrare quanti più beni e aziende statali in svendita.

La classe politica, oramai di nomina oligarchica, accelerò i saldi degli ultimi beni statali.

La cessione della sovranità, prima nazionale, divenne poi continentale; la stessa Europa nascondeva il desiderio di potenti oligarchi, di poter decidere sulle scelte future dei cittadini, che dovevano rendere conto solo ai boiardi comunitari.

Infatti, non esiste un governo continentale, ma solo una grande banca europea che decide: “Chi, cosa, dove e quando” poter fare, e il popolo deve solo ubbidire in silenzio.

Le forze in campo sono micidiali, la nomina d’ufficio dei nuovi governi greci e italiani lo dimostra.

I popoli non hanno ancora compreso la portata degli eventi.

I danni arrecati, stanno mostrando la vulnerabilità del nuovo modello economico e sociale, così, la più grande mistificazione degli ultimi secoli possa finire.

Solo un popolo informato e cosciente è in grado di ribellarsi e sovvertire il sistema messo in atto.

Abbiamo il dovere di destare gli animi del nostro popolo, spesso addormentato e troppo fiducioso nella classe politica, oramai compromessa dalle banche centrali, vere colpevoli della nostra grave situazione economica.

Tutte le leggi emesse negli ultimi anni, erano tutte a favore di poche e potentissime multinazionali e contro la miriade di piccole aziende italiane.

 
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Pubblicato da su 19 dicembre 2011 in tutte le notizie

 

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71 SARDEGNA – Dalla riforma agraria al socialismo reale – (autore: Ignazio Manca)

Che la vocazione socio culturale della Sardegna appartenga al mondo agro-pastorale, con tutte le sue specialità, siano esse positive o negative, è storia. La stessa che per secoli ha accompagnato la vita di ogni popolato dell’interno, dal più grande al più piccolo. A voler ripercorrere insieme le conquiste dei contadini e pastori sardi, sarebbe meritorio, anche se troppo impegnativo. Limitiamo questa breve analisi agli ultimi 60 anni della travagliata storia italiana in generale e sarda in particolare, strettamente legate.

Verso la metà del secolo scorso, le arcaiche condizioni dell’agricoltura in alcune zone del paese suggerivano una iniziativa di giustizia sociale, tanto cara a De Gasperi, che consolidasse la nascente democrazia.

La data storica va segnata nel 1946, allorchè Antonio Segni, ministro dell’agricoltura nel secondo governo De Gasperi, si fece promotore di un complesso di leggi per realizzare il progetto di riforma agraria, la cui esigenza, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, era divenuta sempre più pressante, specie a favore delle regioni più povere. La riforma, il cui principio ispiratore “la terra a chi la lavora”, venne osteggiato da vasti settori della politica, il 12 maggio 1950 partì con una connotazione locale: la “legge Sila”, destinata ad occuparsi della Calabria. Nell’ottobre dello stesso anno, con la “legge stralcio”, venne stralciata dal progetto nazionale, mai realizzato, la posizione delle zone più svantaggiate: Delta Padano, Maremma Toscana, bacino del Fucino, alcune aree della Campania e delle Puglie, ed infine bacino del Flumendosa e altre zone della Sardegna.

Nel maggio del 51, nasceva  così l’Etfas, Ente per la trasformazione fondiaria e agraria in Sardegna.

Da tempo, la questione agraria, spesso intrecciata a quella meridionale, rappresentava un importante capitolo non solo per la  Sardegna ma per la storia italiana. I contadini delle regioni più povere del Paese, in genere asserviti ai proprietari terrieri, rivendicavano, sempre di più, il riconoscimento dei loro diritti, specie ad un lavoro più dignitoso, chiedendo al governo risposte, peraltro, perennemente disattese. A quei tempi lo scenario agrario in Sardegna era desolante. Si risentiva dello squilibrio causato dall’ esistenza di notevoli estensioni terriere, frutto della famigerata “legge delle chiudende”, in mano a pochi latifondisti, che da soli detenevano il 57% della superficie agraria. 

Il dato mal si conciliava con una considerevole frammentazione di una miriade di piccoli appezzamenti, spesso non sfruttabili, non in grado di garantire il minimo di sopravvivenza, lasciati spesso incolti e abbandonati. In simile contesto, la Riforma Fondiaria e Agraria si pose come obiettivo quello di creare migliori condizioni di vita ai contadini, assegnando appezzamenti di terreni a garanzia di un decoroso lavoro. L’Etfas, che si affiancò all’Ente Flumendosa, acquisì un’estesa superficie di terreni derivante da compravendite, espropri, permute oltre che dall’Ente Sardo di Colonizzazione, dando il via a 271 piani di trasformazione.

Lo stesso Antonio Segni, volle dare l’esempio, contribuendo con la cessione di terreni di proprietà.

I terreni individuati erano per lo più pietrosi, ricoperti di macchia mediterranea ed inaccessibili.

Si diede così inizio ad una vasta opera di bonifica e dissodamento, con l’utilizzo di mezzi meccanici all’avanguardia, che consentì di lavorare la terra, preparandola alle successive coltivazioni. Si costruirono strade rurali e interpoderali (811 Km), case coloniche (9.600) da assegnarsi alle famiglie assegnatarie. Nacquero così le borgate rurali (21), dotate di asili, scuole, chiese, centri sociali, ambulatori medici, elettrodotti (494 Km.) ed acquedotti (452 Km.).

Alla fine dei lavori, ben 65.000 ettari di terreno vennero consegnati ai contadini, suddivisi in oltre tremila appezzamenti fra poderi e quote. Sul territorio nazionale furono complessivamente espropriati oltre 800.000 ettari.

Sulla riforma agraria discordi sono state le opinioni di storici e studiosi, molti dei quali videro in essa l’insorgere del clientelismo, fenomeno che non favorì di certo lo sviluppo delle campagne. Tuttavia, la spinta innovatrice non si fermò alla prima conquista, portando col tempo al riconoscimento, in materia di rapporti agrari, di notevoli diritti a favore dei lavoratori, certamente inimmaginabili nella prima metà del secolo scorso. Di notevole impatto fu nel 1971 la “De Marzi- Cipolla”, per taluni “legge  comunista”, che rimodulava le norme in materia di patti agrari e di affitto di fondi rustici. Dopo la “legge delle chiudende” senz’altro il provvedimento legislativo che ha inciso più profondamente sui rapporti economici di chi operava nelle campagne. In particolare, mutò il regime dei contratti d’affitto e di mezzadria, tanto da indurre, col passare del tempo, i grandi latifondisti a cedere le proprietà a favore dei coltivatori. Avvenne in tal modo, una mutazione quasi naturale, consensuale o meno, che portò, dopo secoli di sfruttamento e di acredine all’identificazione della proprietà terriera con la manodopera. Possiamo ben dire, che la politica, molto spesso parafulmine di ogni male, abbia in questo caso, con le sue scelte, favorito il realizzarsi del socialismo, tanto agognato dal mondo agro-pastorale sardo.

Se notevole fu l’apporto dato dalla politica, specie del vecchio PCI, al raggiungimento dell’agognato sogno, di converso, per i nuovi proprietari terrieri, il mutamento di classe sociale ed economica significò la perdita d’interesse da parte delle forze politiche tradizionali, ormai adusa al più facile clientelismo assistenziale.

Che negli ultimi tempi  il mondo agro-pastorale,  nonostante gli aiuti a profusione ricevuti in passato, versi in una grave crisi, ben merita un approfondimento.

Ignazio Manca

 
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Pubblicato da su 7 dicembre 2011 in tutte le notizie

 

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70 Scontro finale: Finanza vs Politica

E’ iniziata una guerra tra il mondo finanziario e quello politico; sarà una battaglia senza esclusione di colpi.

Così, dopo la caduta del muro di Berlino, è partito un lavoro sotterraneo per convincere la politica che il mondo stava cambiando e si doveva dar modo a tutti di crescere, con la fine dell’incubo comunista.

Infatti, se in passato la politica era sempre riuscita a imbrigliare la finanza, quest’ultima si era preparata per tempo, entrando in politica, corrompendola e manipolandola, a un punto tale, da non sapere dove inizia l’una o finisce l’altra.

La finanza, con le spinte massoniche, è riuscita a far cambiare leggi, vanificando il lavoro di anni della politica.

La modifica della legge bancaria promulgata nel 1936, ha permesso una stabilità finanziaria; poi, dal1994 ha ridato forza alla finanza e alle banche in particolare, riportandole alla ribalta nel panorama mondiale.

Il cambiamento delle norme si è attuato sia con le privatizzazioni delle banche, che con le liberalizzazioni di enti e società, facendo irrompere i privati nelle aziende pubbliche, appropriandosi di tutto quello che era vendibile e svuotandone il patrimonio.

Il piano ben orchestrato, mirava alla creazione di una moneta unica (l’EURO), in maniera tale da legare gli uni agli altri e colpirli uno alla volta, non appena fosse capitata l’occasione.

Ma come era possibile conquistare interi stati?

Semplice, aprendo i mercati alla globalizzazione, così da indebolirne le capacità competitive e privandoli delle protezioni doganali.

Così, in meno di dieci anni, con l’avvento dell’euro e della globalizzazione si è, di fatto, devastato l’apparato economico italiano, pubblico e privato. 

Una dopo l’altra le grandi aziende sono state cedute a pochi soldi a privati compiacenti, oppure se n’è pilotata la fine, regalandole ad amici.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: da un lato l’impoverimento generale e l’abbattimento della classe media (oggi a livello di sussistenza), dall’altro l’arricchimento di pochi speculatori che hanno tratto vantaggi dalle favorevoli condizioni.

Adesso che la crisi, da loro provocata, sta mostrando chiaramente i guasti, la finanza sta calando tutti i suoi jolly, occupando sistematicamente tutte le posizioni chiave della politica europea e italiana in particolare.

Il caso di Monti è sintomatico: mettendo in campo il loro pezzo da novanta, è chiaro l’intendimento di far acquisire alla finanza i pezzi pregiati rimasti (Eni e Fincantieri), e poi impossessarsi a un prezzo basso, di quante più aziende private possibili.

Quanto sta accadendo intorno a noi, deve far riflettere i sardi, che non possono pensare di essere fuori dai giochi e di isolarsi dal resto del mondo.

Il primo dovere è quello di rimanere informati e coscienti, in maniera tale da valutare e prendere decisioni in merito.

Non possiamo rimanere a guardare, gli esempi clamorosi sono sotto i nostri occhi: la privatizzazione della Tirrenia, la smobilitazione sia della chimica che delle ferrovie, sono metodi per annientare l’apparato produttivo sardo.

Questo per costringere un popolo a pagare un prezzo altissimo, pur di creare profitto alla finanza.

Più un popolo è affamato, e più viene foraggiato da incentivi e aiuti, ma non per sfamarlo o per liberarlo, ma per sottometterlo sempre più, lasciando solo il minimo per la propria sussistenza.

Quando si vogliono creare fondi neri, si caricano le azienda di costi enormi, a vantaggio di chi i vuole usare diversamente, una semplice spogliazione insomma, che farà crollare il sistema aziendale, lasciando un cadavere, prima di passare alla vittima successiva.

Dobbiamo vigilare e prendere coscienza, così da trovare sia gli alleati che i mezzi necessari per liberarci da questo giogo assurdo.

Hanno tolto la dignità al sardo, con sussidi di vario tipo; oggi è completamente mortificato nell’animo e non trova più la forza di ribellarsi; ecco l’importanza della partecipazione e far comprendere a tutti quale strada scegliere e come arrivarci.

Spero vi siano anime generose e pronte per l’azione, abbiamo un gran bisogno di soldati pronti per la causa, per combattere su tutti i fronti.

I WANT YOU. 

 
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Pubblicato da su 20 novembre 2011 in tutte le notizie

 

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69 Sardegna due sole provincie: perché? (Autore: avv. Ignazio Manca)

autonomie a confronto (Ignazio Manca)

SARDEGNA DUE SOLE PROVINCE: PERCHÉ?

La recente proposta leghista di voler  contrastare il cosiddetto “cagliaricentrismo”  con la riduzione del territorio sardo a due sole province, caratterizzate da una forte autonomia sul modello del Trentino Alto Adige, che parrebbe solo una provocazione, merita in realtà la dovuta riflessione.

Meraviglia, pertanto, che gli addetti ai lavori fin’ora non abbiano voluto cogliere l’occasione per dibattere l’offensiva lanciata, preferendo chiudere i confini, nel tentativo di relegare il fenomeno leghista alla Padania.

Quale estimatore  delle province di Trento e Bolzano, mi permetto di esprimere alcune osservazioni.

Già da prima che in Gallura nascesse il movimento contro il c.d. “cagliaricentrismo”, ebbi la  sensazione che ormai l’argomento sarebbe stato tema politico culturale da proporre nelle sedi opportune.  Appare ormai assodato che l’elevato numero delle province sarde sia di ostacolo all’efficienza amministrativa ed allo sviluppo soprattutto di quelle geograficamente più lontane dal capoluogo. Con il disegno leghista l’isola si troverebbe divisa da Nuoro in sù nel capo di Sopra, mentre dal nuorese in giù si estenderebbe il Sud Sardegna (capo di Sotto). Niente di nuovo, se non un ritorno al passato.

Peraltro, volendo ricercare analogie tra la storia recente del Trentino Alto Adige, sorto nel1919 aseguito dell’annessione dall’Austria del Sud Tirol, e  quella sarda, fatta di invasioni e di conquiste varie, appare evidente una netta distinzione. Mentre l’altoatesino di lingua madre tedesca non ha mai rinunciato alla propria identità culturale, distinguendosi in tutto e per tutto dalle altre etnie (italiana e ladina) con le quali convive, da parte del sardo si denota una chiara assuefazione al servilismo verso il forestiero di turno, che, spesso nelle zone costiere assume aspetti più decisi.

Giammai i sud tirolesi affiderebbero il proprio territorio ad imprenditori “esterni”, contrariamente alla nostra atavica diffidenza verso l’intraprendere qualsivoglia attività imprenditoriale innovatrice. Eppure vi sono punti di similitudine che, legati all’esperienza altrui, possono portare al raggiungimento di quei risultati, ai limiti dell’eccellenza, frutto  di una comprovata capacità politica unita ad una riconosciuta efficienza amministrativa.

Il processo di annessione del Sud Tirol all’Italia è stato lungo e faticoso, specie nei primi quaranta-cinquant’anni, contrassegnati da attentati di chiaro sapore irredentista, che miravano alla riunificazione con la madrepatria. Con il passare del tempo, le iniziali tensioni si sono, apparentemente, allentate grazie soprattutto all’opera della S.V.P. che, pur rappresentando le istanze del gruppo linguistico tedesco (67% della popolazione), cerca tuttavia di dimostrare comprensione e solidarietà alla comunità italiana di fronte alle frange estreme, che da sempre mirano alla riunificazione del Tirolo (Ein Tirol), manifestato con un consenso elettorale di oltre il 20% alle ultime provinciali.

Il conflitto tra il gruppo linguistico tedesco e quello italiano, apparentemente invisibile, attraversa ancor oggi la società altoatesina, e seppur non alimentato, deve rimanere vigile, considerati i frutti.

Perché proporre in Sardegna il modello trentino altoatesino?

Almeno per la provincia di Bolzano parlano le cifre, decisamente allettanti rispetto alle altre regioni. Innanzitutto, i 5,5 miliardi di euro che annualmente riceve dallo Stato, il grado di disoccupazione di appena il 2,3%, con ben 235.300 occupati su una popolazione, negli ultimi 100 anni raddoppiata, di 500.030 abitanti, nonché il più alto reddito medio pro capite (32.768,00 nel 2008). Ancora, la più alta percentuale di impiego pubblico ( 87 ogni mille abitanti, contro una media nazionale di 54 ), da cui, evidentemente, discende una maggiore efficienza amministrativa.

Il Trentino Alto Adige guadagna il primo posto anche nella spesa annua per l’istruzione con  9.915,00 euro per studente (stima del 2007).

Fin’anche nel tormentato sistema della giustizia Bolzano può fregiarsi di un primato. Con il suo ex Procuratore capo Tarfusser, oggi alla Corte penale dell’Aja, la Procura bolzanina ha guadagnato il primo posto nello smaltimento dell’arretrato.

Certamente esistono differenze ed ostacoli perché in Sardegna possa attecchire un simile modello.

In particolare, in campo socio culturale, per la mancanza di una unica lingua, non potendosi ritenere tale il tardivo riconoscimento ufficiale di una lingua sarda comune, che, con l’intento unificatore, non tiene conto delle realtà linguistiche locali. Ben differente è, altresì, il senso di protezione e conservazione delle proprie tradizioni, specie nel mondo contadino, che si collocano sullo stesso piano del rispetto dell’ambiente e della natura. Non per nulla in Trentino Alto Adige si vive di turismo e agro-zootecnia. Al bando ogni forma di inquinamento.

Forte è l’attenzione ad una gestione dei pascoli compatibile con l’ambiente, in un contesto di sana socializzazione. Peculiare esempio è da sempre l’alpeggio delle mandrie, sostenuto anche da un recente piano quinquennale, la cui caratteristica è data dall’affidamento collettivo nei mesi estivi dei capi di bestiame alle malghe, ove verranno sorvegliati ed assistiti da apposito personale, sotto l’egida dell’autorità forestale. Modello difficilmente trapiantabile nella nostra mentalità rurale.

Nell’isola, pur se in evidente ritardo nelle rivendicazioni, esistono ancora oggi i presupposti quantomeno per un dibattito culturale sui noti temi di “battaglia”: dismissioni servitù militari, bonifica dei siti inquinati, riconversione lavoro industriale, viabilità (siamo l’unica regione italiana priva di autostrade), crisi agricoltura e salvaguardia delle coste. Il tutto nell’ottica di un nuovo piano occupazionale.

Ben inteso, anzitutto, sarebbe opportuno un risveglio culturale ed un rafforzamento della propria identità, a cominciare dalla difesa della lingua, nel nostro caso rappresentata da diversi dialetti. Tutti dovrebbero avere pari dignità, sull’esempio della provincia di Bolzano dove per la distribuzione dei seggi si applica la proporzionale linguistica.

Solo successivamente potrebbe affrontarsi un confronto politico sull’ipotesi avanzata dalla Lega che, sarebbe un errore tacciare di  mera utopia. Un’eventuale forza basata sull’intento di proteggere le proprie origini storico culturali offrirebbe, infatti, garanzia di stabilità politico amministrativa. L’esperienza della S.V.P. che in Alto Adige, vince ininterrottamente dal secondo dopoguerra, indubbiamente, rappresenta un esempio allettante. L’ostracismo dei partiti tradizionali, oltrechè  prevedibile, sarebbe molto forte. A nessuno piacerebbe far salire altri sul carro. Non solo. Secondo Ernesto Galli Della Loggia “La Lega rappresenta la prima cultura italiana di segno “Basso” fatta della stessa identità culturale e antropologica del suo elettorato”. Per Padellaro “la Lega sta tra le persone, socializza, risolve i problemi”. E’ evidente il timore. Ma si può confinare un’ideologia?

 
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Pubblicato da su 6 novembre 2011 in Uncategorized

 

68 Indipendenza: futuro della Sardegna – (30-10-2011)

Solo un anno fa, mai avrei mai pensato di dover parlare in una sala così, specie su un argomento delicato come l’indipendenza; forse, gli eventi della vita mi hanno aperto gli occhi e la mente, scoprendomi vero indipendentista.

Certo è strano, mi ritrovo a impegnarmi per raggiungere qualcosa a cui molti sardi neanche ambiscono, restando completamente refrattari all’argomento.

Dobbiamo costatare, purtroppo, che il sardo, sia per indolenza personale, che per sottomissione psicologica cronica, non si ritiene capace di combattere il corso degli eventi, lasciando ad altri la responsabilità per il cambiamento.

Come un anziano con la badante, da un lato si lamenta, e dall’altro subisce in silenzio, con la paura di ricevere un peggiore trattamento.

Però è strano, quando il sardo emigra, nel nuovo ambiente competitivo e variegato, si mette in discussione mostrando subito le proprie capacità e facendo spesso fortuna.

Invece, nel nostro ambiente, malato e carico di contraddizioni, anziché far prevalere l’emulazione, quale segno di distinzione, fa proliferare l’invidia, che travalica spesso in faide irreversibili.

E’ l’invidia che mostra il fianco della nostra società, facilitando lo speculatore di turno per compiere qualsivoglia disastro.

L’invidioso, pur di danneggiare il concorrente sardo, umilia se stesso e concede l’isola al primo che capita.

L’assenza di ambizione si ripercuote negativamente nella nostra società, privandola sia della coscienza che dell’iniziativa.

Il sardo implora sempre aiuto e lavoro, qualunque esso sia, pur di non essere lui a rischiare, preferisce morire di cancro anziché di fame.

Infatti, tutte le scelte economiche fatte dai nostri governanti, hanno devastato sia il tessuto economico isolano che il nostro territorio.

Ancora in troppi, pur di essere aiutati, chiedono di proseguire il disastro.

Vediamo adesso di valutare l’indipendenza, di cui sono un fermo sostenitore, non per semplice moda, ma perché la ritengo una soluzione per risolvere i nostri problemi.

Non voglio spiegare cos’è e del perché raggiungerla, infatti, lo considero un fatto assodato, non voglio vivere da indipendentista, ma essere cittadino di uno stato indipendente.

Se si teme la parola indipendenza, chiamiamola pure autodeterminazione, perché è un nostro diritto e un dovere decidere il tempo presente e futuro per il bene del nostro popolo.

Sarebbe ora che si prendesse coscienza del fatto che l’Italia ci considera solo come un terreno di caccia di consenso e una fonte di speculazione.

Il problema vero è che i sardi, impauriti dall’indipendenza, la paventano quale fonte di disgrazie; non ritenendosi capaci, cadono nella rassegnazione e nello sconforto.

La madre di tutti i disastri è il leaderismo, che con forza disgregante, corrode e separa lo spirito indipendentista, vanificandone gli effetti e indebolendo le poche sicurezze del popolo sardo.

Come cani senza padrone, alcuni movimenti sono intimoriti dall’ombra dei grandi partiti nazionali, di cui temono il respiro, scodinzolano sottomessi, con la speranza di ricevere un piccolo osso.

Cosa chiedere a riguardo?  Condurre insieme una guerra contro il medesimo nemico, fare branco, stancarlo e poi finirlo.

Ricordiamoci chela potente Romaimperiale era un insieme di popoli sul medesimo territorio, che lottava compatta in legioni distinte e coordinate da più generali, per scaraventarsi poi contro qualsiasi avversario.

Tutti i movimenti indipendentisti coprono interamente le differenze culturali dell’isola, se si unissero compatte, potrebbero scacciare i partiti italiani e tutelare la Sardegna, perché sono loro che meglio la rappresentano.

Guardiamo con favore gli esempi esterni: in Trentino e Val d’Aosta, dove gli autonomisti detengono più del 70% del consenso, decidendo loro su cosa fare.

E’ nostro compito ragionare come partito di governo: immaginando un domani di avere questa opportunità, come facciamo a tenere in piedi il nostro stato?

E’ questo che vuole sentirsi dire il nostro popolo, avere già delle proposte concrete per l’economia e per la nostra società.

Grazie alle mie esperienze di vita, ho sempre respirato realtà diverse, che mi hanno dato modo di comprendere sia i punti di forza che le debolezze della società sarda e le possibili soluzioni.

Superate, quindi, le subdole divisioni, riunitevi per discutere sui comuni obiettivi, solo così riuscirete a eliminare quelle diffidenze che fanno solo danni.

Sono convinto che la Sardegna sia in grado di reggersi da sola, spetta a noi il compito di raggiungere il sogno di indipendenza e di libertà.

Buon lavoro a tutti.

 
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Pubblicato da su 30 ottobre 2011 in Uncategorized

 

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