RSS

Archivi tag: invidia

L’Invidia nella società.

L’invidia è quel sentimento di astio che rode dall’interno: quel senso di dispiacere astioso che si prova nei confronti della felicità e dei pregi altrui; ne consegue il desiderio di distruggerli; è sinonimo di livore.

  1. Ci troviamo di fronte all’astioso quando prevale il sentimento di aggressione nei confronti di chi è felice o almeno ottimista.
  2. L’invidia è un chiarissimo atto di percezione, quindi la felicità e i pregi sono percepiti come dispiacere. L’errore dei livellatori politici sta nel credere che eliminando determinante disuguaglianze possano ottenere una società armonica.
  3. I pregi personali e i vantaggi materiali altrui sono mal visti, preferendo la loro distruzione alla loro acquisizione personale. Il politico propenso all’invidia tollera meglio un reddito nazionale modesto che uno più alto ma con un numero più alto di ricchi.

Il conformismo è una forma di prevenzione dell’invidia, che costringe gli individui a non credere nelle proprie idee per sfidare il gruppo. Senza l’invidia non esisterebbe una struttura sociale di una certa dimensione, in cui intervengono i fattori emotivi che determinano il conformismo e il divieto di introdurre nel nostro comportamento delle novità che possano far suscitare l’astio negli altri.

Il desiderio di appartenenza o di benevolenza sono il sintomo di un processo di rimozione dell’invidia di una società, che condannano il non conformismo. Nell’inconscio di qualsiasi uomo prevale l’individualismo, ma non potendo fare a meno di appartenere ad un gruppo per guadagnarsi da vivere, si compensa la perdita di individualità partecipando alla spersonalizzazione degli altri membri, trasformandosi in aguzzino, che infligge con il resto del gruppo sanzioni nei confronti del membro anticonformista.

L’appartenenza ad un gruppo non è il coronamento di un individuo ma una minorazione del suo essere. Se prendiamo in considerazione i processi di controllo sociale, possiamo comprendere l’importanza dell’invidia nella formazione dei gruppi di appartenenza e nelle posizioni di potere.

Quando sorge un nuovo centro di potere, che tenta di allargarsi e consolidarsi, cerca di attirare sotto il proprio controllo persone o gruppi non ancora sottomessi. In questa fase molti uomini o gruppi, per viltà, avidità, ignoranza o autentico entusiasmo, possono essere risucchiati dalla nuova posizione di potere e iniziano a praticare azioni di ostilità nei confronti di chi osserva scetticamente il nuovo potere o ne prende le distanze.

I nuovi gruppi di potere rafforzano la formazione dell’opinione nella società, utilizzando il termine salottiero “conflitto” alla scomoda e ruvida “invidia”, quando una delle parti trae le sue motivazioni da una condizione di inferiorità, non fanno altro che manifestare disuguaglianza nella distribuzione del potere legittimo.

Ubbidire a leggi diverse è l’unico caso in cui persone o gruppi entrano in conflitto tra loro, senza essere stati provocati dall’invidia, che invece verrà a galla, quando una delle parti, in caso di sconfitta, si troverà costretta ad ammettere di aver seguito le leggi sbagliate.

L’ambivalenza sociologica studia il comportamento di quegli individui che dissimulano il loro sentimento di invidia e disprezzo nei confronti di quelli con cui non si hanno relazioni sociali. L’invidia e la gelosia sono sentimenti simili, che toccano sfere differenti, quali l’antagonismo e l’affinità.

Il vandalismo è considerato un sottoprodotto incomprensibile dell’invidia, perché non trae le sue motivazioni dalla vendetta diretta, ma è un fenomeno cronico dei ceti o dei gruppi minoritari.

La costruzione a scopo di emulazione, è quella di chi, senza urgente necessità, decide di costruire, senza badare a spese, pur di danneggiare la persona invidiata, benché non è interessato a possederne il bene, ma a vederlo distrutto.

La scienza del comportamento umano si arresta di fronte all’idea di invidia; ricorre ad eufemismi pur di ripudiarla con espressioni di disprezzo.

La corrente sociologica progressista mette in risalto il risentimento con il termine fierezza e orgoglio antisociale. Il denominatore comune, di tale inquietudine, è la spinta egualitaria che vorrebbe una società di individui assolutamente uguali.

Il sentimento dell’invidia è troppo doloroso per essere considerato dai sociologi, perché nella letteratura scientifica l’invidia è una malattia seria, che diventa insanabile una volta scatenata.

La più numerosa tribù indiana sopravvissuta negli Stati Uniti, quella dei Navaho, conduce una vita misera nelle riserve, perché nella comunità non esiste l’idea del successo personale, della fortuna o della sfortuna, ma il monito che la ricchezza può essere acquisita solo a danno di altri.

Così, come in altre popolazioni indigene in giro per il mondo, l’invidia è un sentimento che impedisce la crescita personale, per non provocare la disapprovazione ed essere tacciati di stregoneria.

Nei paesi in via di sviluppo l’invidia è fin troppo radicata e spesso istituzionalizzata, diventando uno dei fattori che impediscono il progresso, specie perché i vertici dei singoli stati, rafforzano l’invidia con spirito nazionalistico, colpevolizzando i ricchi paesi industrializzati.

L’affermazione cara agli autori sinistroidi, che una società senza classi sociali sarebbe auspicabile, perché considerano la proprietà un furto, pretendono di far ricadere la colpa dell’invidia su chi l’ha provocata, sospingendo così, da oltre cento anni, i ceti medi e superiori verso i movimenti radicali di sinistra, colpiti dagli effetti demoralizzanti e dall’acuto senso di colpa, che una società di uguali possa non fornire pretesti al manifestarsi dell’invidia stessa.

Una società simile sarebbe una società paralizzata, non potrebbe permettere alcuna innovazione e non sarebbe in grado neanche di salvaguardare le differenze tra minorenni e adulti, infatti, basta la gerarchia dell’età, presente in ogni società, per far naufragare l’utopia degli egualitari.

L’ingratitudine è il primo sintomo dell’invidia, che in maniera occulta o velata si manifesta, anche nei confronti di un benefattore. L’ingenuo e l’invidioso sono gli opposti che si attraggono.

Nelle società europee, dalla metà del XIX secolo, la forza disgregatrice dell’invidia si nascondeva dietro formule moderne e democratiche, che si traducevano in politiche volte a placare e a livellare gli ambienti più inclini all’invidia, anziché considerare il fondamentale principio fondamentale di essere tutti uguali di fronte alla legge.

Ogni qualvolta che entrano in gioco le concezioni utopistiche di una società esente dall’invidia, dove è preminente il desiderio di uguaglianza e di giustizia sociale, tanto caro ai socialisti, inevitabilmente si arriverà alla paralisi e alla distruzione di ogni forma di vita economica e politica, come a Cuba e in Venezuela.

Durante il ventennio tra il 1935 e il 1955, nel mondo occidentale vennero utilizzati strumenti macroeconomici che si rifacevano alla teoria dell’equilibrio economico generale di stampo keynesiano, quindi alla determinazione della capacità produttiva e redistributiva del sistema nel suo complesso, con l’obiettivo di massimizzare il benessere della comunità tutta.

Questo dogma non vuole tanto il benessere quanto impedire la formazione di singole maggiori fortune, viste come la causa della sfortuna dei gruppi di reddito inferiori. Con questi presupposti ideologici, l’invidia dei gruppi di reddito inferiore non poteva che trovare soddisfazione nella progressività delle tasse, per colpire e le fasce di reddito superiori. La giustizia sociale impone che tutti debbano possedere meno e punire le classi di reddito elevato, per mezzo dell’inuguaglianza fiscale, per placare gli invidiosi, che prestano attenzione su qualsiasi cosa possa procurare maggiore felicità ad altri.

L’Economia del benessere (il welfare odierno), per trovare attuazione, concepisce il ruolo centrale dell’attività dell’apparato statale, non come fonte di valori autonoma, ma come aggregato delle volontà individuali, che per avere una riduzione generalizzata dell’invidia, punta a politiche fiscali volte a colpire gruppi dai redditi più alti.

Esiste anche un’invidia delle distanze, che si manifestata in quei soggetti dal reddito un po’ più alto, che non riescono a sopportare che possano diminuire la distanza da chi, in precedenza, aveva redditi più bassi, o condizioni lavorative peggiori. Il mondo sindacale e professionale sono gli esempi migliori.

Il socialismo è considerato il punto di arrivo dell’evoluzione della morale, quale risposta al problema delle disuguaglianze, che traggono origine dall’evoluzione capitalistica e industriale moderna. I suoi aderenti non sanno che la loro concezione è esistita fin dalle fasi primitive della vita sociale, non si rendono conto che l’uomo sente una fortissima invidia quando tutti sono uguali: quando non c’è nulla da ridistribuire, l’uomo grida alla ridistribuzione.

Lo sviluppo socio-economico conseguito in poco più di due secoli, è stato ottenuto dalla capacità di mettere al bando e di vincere l’invidia sociale, grazie a concezioni, principi giuridici, e alla buona coscienza, di chi aveva avuto successo nella vita.

Le diverse dottrine di stampo socialista, oltre ad essere sorpassate, allontanano i cittadini dalla possibilità di raggiungere ciò che ciascuno può conquistare impegnandosi.

Quando, nel 1964, un intellettuale come Sartre rifiutò il premio Nobel, adducendo che ciò avrebbe fatto perdere credibilità al socialismo, fu la conferma che chi si fa influenzare dall’invidia non è in grado di progettare un qualsiasi sistema sociale.

L’invidia colpisce, in maniera occulta, gli usi e i consumi dei diversi gruppi sociali, bolla il consumismo come un lusso che evidenzierebbe le differenze sociali.

Fatti salvi i regnanti e i personaggi più ricchi e potenti, l’invidia procurava nelle società, pressioni tali da introdurre consuetudini per impedire o controllare il lusso; nel passato ci furono addirittura leggi, come la romana Lex Didia del 143 a. C., che prevedeva pene per chi offriva o accettava pranzi sontuosi.

invidia

Nonostante tutto, anche nelle società dov’era più radicalizzata l’ideologia, che prevedeva l’uguaglianza sociale come fine, sia i funzionari che l’esecutivo riuscivano ad imbrigliare l’invidia e gli invidiosi, grazie alla cristallizzazione del potere su base plebiscitaria, di una plutocrazia o di una classe dirigente imborghesita, che si godeva lo sfarzo e le comodità di chi aveva sostituito.

I dirigenti dei vari regimi che si erano fatti portavoce degli invidiosi, che pretendevano di limitare i redditi e di abolire le rendite, come quello nazionalsocialista tedesco, i movimenti rivoluzionari del Sudamerica, i bolscevichi in Russia e i populisti negli Usa, non fecero altro che rendere politicamente tollerabili le disuguaglianze economiche, per avvantaggiarsi dei privilegi acquisiti.

Le società utopiche immuni dall’invidia, prevedono che i bambini vengano allevati in casi comuni da educatrici, che dovranno spesso cambiare (come nell’antica Sparta o nella Repubblica di Platone), dove saranno eliminate le note di merito, demerito, e la bocciatura degli alunni, per non distinguere i buoni dagli scadenti, vestiti alla stessa maniera, dovranno prepararsi per un futuro di rotazione lavorativa, per mantenere l’uguaglianza: stiamo parlando dei kibbutz.

Essere immuni dall’invidia è una prerogativa del singolo e non di una società, che non può sopportare che un individuo possa intraprendere l’isolamento, visto come uno scandalo, chiedendosi per quale motivo lo stia facendo, gli invidiano la libertà di usare il proprio tempo sottraendosi alla presenza altrui.

Il culto della povertà, dalle sue origini più antiche, nel medioevo, come negli ultimi due secoli, è sempre stata determinata e sostenuta da predicatori e dai loro discepoli, mossi dall’invidia, dal risentimento e dall’avversione da tutto ciò si elevi al di sopra di loro, o da individui delle classi più alte, che non riescono a gestire l’invidia altrui, rinunciando spontaneamente ai propri privilegi.

Questa variegata massa di rinnegati, è spinta ad abbracciare la povertà, pensando di riscattare la propria classe sociale, oppure dopo delusioni personali, risentimenti contro i genitori e parenti, punendo sé stessi.

La reazione emotiva che spinge molti individui alla povertà, dipende dall’invidia aggressiva che condiziona la vita dei figli di genitori benestanti o ricchi, che aderiscono a gruppi di estrazione povera, che per invidia propugnano la rivoluzione sociale, perché questa serve a colpire, danneggiare o almeno umiliare, quelli che sono superiori a loro.

Gli individui di buona famiglia, che non soffrono di invidia, ma aderiscono ai gruppi rivoluzionari, sono comunque costretti a condurre e ad appoggiare la politica dell’invidia.

Dagli anni cinquanta in poi, la classe media inglese generò il più alto numero di soggetti benestanti, che passarono alla protesta contro il capitalismo, sfruttati dai politici, dagli agitatori e dai propagandisti, per indirizzare le ire degli invidiosi, su capri espiatori ben individuabili, dai gruppi popolari, per scatenare la loro indignazione.

Spesso, le azioni di protesta intraprese da una ridotta minoranza, sono viste da alcuni come una giustificazione emozionale del più crudo terrore di una rivoluzione, a differenza della stessa azione compiuta dalla massa, che verrebbe registrata nella statistica criminale con un senso di noia.

L’ottica egualitaria svolge la duplice funzione di preparare le rivoluzioni: da un lato la proprietà viene bollata come una provocazione insopportabile quando è in mano di pochi, dall’altro la trasgressione, i misfatti e i crimini mantengono la loro esplosività sociale sino a quando tutte o parecchie classi sociali ottengono gli strumenti per compiergli.

La sociologia criminale ha rilevato che i delitti comuni sono legati alle diverse culture, che definiscono delitto un certo comportamento, tenuto in certe circostanze, come certe trasgressioni, considerate attentati alla sensibilità popolare, che ogni rivoluzione strumentalizza.

In pratica, i rivoluzionari finiscono per adottare gli stessi provvedimenti autoritari, che avevano provocato le rivoluzioni, che poi si affrettano a trasformare in virtù i peccati dei loro predecessori.

Francesco Bacone aveva individuato come un microrganismo patogeno l’invidia pubblica, che procurava paura nei tiranni, che finivano per adottare provvedimenti lodevoli per combattere il malcontento, che invece di placarsi, diventavano sempre più virulenti, perché percepivano la debolezza dell’apparato.

Bacone concludeva lo studio sull’invidia pubblica, osservando che essa prende di mira i funzionari nei posti chiave, nonché i ministri, perché le loro azioni sono controllabili e di conseguenza criticabili, anticipando di trecentocinquanta anni, la regola del confronto che oppone il sistema statale alle nuove sinistre, che infettano le scelte governative, costrette a legiferare provvedimenti atti a controllare l’invidia.

Quando una società innalza un uomo medio a censore legislatore, finirà arrivare alla paralisi, sprecando tutti i suoi mezzi. La capacità civilizzatrice di una società dipende dalla sua capacità di temperare e canalizzare l’invidia, mentre tradisce la sua missione quando compie gesti di abbonimento, utili nell’immediato, intesi a creare la pura uguaglianza sociale, nel presupposto che tale condizione possa placare l’invidia sociale.

Negli ultimi anni si ha l’impressione che sia sufficiente dimostrare risentimento e invidia per legittimare le azioni e le rivendicazioni dei movimenti di protesta.

L’invidia si è a tal punto legittimata che tutti hanno paura di essere accusati di dubitare sul dogma assolutista che rivendica l’ideale di uguaglianza.

Annunci
 
Lascia un commento

Pubblicato da su 14 febbraio 2017 in Uncategorized

 

Tag:

Patologia UE: gelosia ossessiva e vendicativa?

L’osservazione di soggetti o di istituzioni non si deve fermare alle apparenze, ma aspettare che queste mostrino la loro vera faccia, specie nel momento in cui vengono messe sotto pressione o messe in discussione.

Lo studio di tali reazioni è determinante per valutare la credibilità dei soggetti presi in esame, la loro capacità di reagire alle difficoltà e soprattutto la loro vera indole.

Così venne il giorno in cui venne data la possibilità a dei cittadini di esprimersi, su una loro eventuale permanenza nella UE, provocata dalla repentina decisione del premier David Cameron di indire un Referendum sull’argomento, definito dai media come BREXIT

.Brexit 2

Se fino al giorno prima le istituzioni europee erano riuscite a dribblare le difficoltà e il malcontento, con il LEAVE inglese (uscita) per la prima volta la UE dovette subire un pubblico giudizio e di conseguenza l’abbandono di uno degli Stati protagonisti di questa Unione, che pur non avendo mai adottato l’Euro, avevano chiaramente espresso l’opinione di uscire dall’Unione Europea.

Se in tutta Europa la decisione del Regno Unito venne accolta come un fulmine a ciel sereno, nelle stanze del potere di Bruxelles venne ricevuta come una vera catastrofe.

Per la prima volta le istituzioni europee dovettero subire il giudizio negativo di un popolo e la perdita di un partner privilegiato, mettendo così a nudo, tutti i limiti di un progetto nato con le buone intenzioni, ma poi costruito male e finito peggio.

Il cortocircuito provocato dal LEAVE inglese, ci ha permesso di valutare con attenzione la vera identità di chi è a capo delle istituzioni europee, e la democrazia della stessa UE.

Cosa potrebbe far supporre la reazione scomposta di Junker – “non sarà una separazione consensuale” – se non una minaccia di ritorsioni?

In psicologia potrebbe essere definita una patologia da abbandono, quando un partner viene abbandonato e non accetta tale abbandono, reagendo di conseguenza con gesti inappropriati e a volte poco edificanti.

Una cosa è certa, le istituzioni europee non sono per niente democratiche, tanto meno tolleranti, vista la loro reazione scomposta, nonostante fosse stato controfirmato il Trattato di Lisbona, una sorta di contratto prematrimoniale, in cui le parti stabilivano in anticipo eventuali rinunce o fuoriuscite.

La volontà di far uscire quanto prima il Regno Unito dalla UE e la minaccia di non dare alcun favore commerciale agli inglesi, altro non è che un gesto di estrema gelosia e di terrorismo nei confronti di chi ha deciso democraticamente di uscire dalla traballante Comunità europea.

La gelosia è un disturbo ossessivo compulsivo che obbliga a pensare che ci sia un tradimento del compagno, e a mettere in atto strategie per poter operare un controllo, che diventa ossessivo e incessante.

Dietro la gelosia c’è una forma di insicurezza, che amplifica il senso di possesso e di ritorsione, tipico in soggetti deboli e poco inclini al dialogo, più vicini ad una dittatura che ad una moderna Democrazia.

Strano a dirsi, ma non tutti sono dispiaciuti della decisione del Regno Unito, che invece è riuscito a rinfocolare gli animi degli acerrimi nemici di questa Comunità europea, che invece di migliorare l’economia e la vita dei suoi cittadini, è riuscita a danneggiare le classi meno abbienti e a creare più diseguaglianze di quante erano in precedenza.

Posso affermare che i maggiori sostenitori del progetto europeo, sono stati gli elementi di spicco della sinistra europea, che si erano convinta di poter avere dei vantaggi nel creare una nuova istituzione, extra nazionale, capace di soffocare qualsiasi dissenso interno, depotenziando le istituzioni nazionali, a vantaggi di burocrati europei, che di li a poco avrebbero mostrato tutta la loro capacità distruttiva, inserendo normative che favorivano i grandi a danno dei piccoli.

La teologia europea ha sostituito la democrazia, riuscendo a creare un enorme distanza tra se e la cittadinanza, vista come una massa da sfruttare, che permette alle istituzioni di giocare ad alto livello con le risorse drenate in Europa.

Probabilmente la profonda invidia di burocrati autoreferenziali, nei confronti dei piccoli e medi imprenditori, ha permesso di fagocitare il sistema a danno di quello specifico settore.

La UE ha generato la prima Rivoluzione Industriale alla rovescia, in cui la tecnologia e la movimentazione delle merci, è riuscita a generare disoccupazione e povertà, più di quanto avrebbe potuto fare chiunque altro.

Se nel passato la sinistra italiana ed europea era vicina ai lavoratori e alle classi più povere, il suo repentino avvicinamento alla grande finanza e al mondo bancario, ha un sapore alquanto strano e incomprensibile.

L’opera di terrorismo mediatico messa in campo in tutta Europa dai sostenitori della UE, sta spaventando le persone meno capaci di interpretare la politica e soprattutto l’economia, ma sta aprendo gli occhi ai tanti dubbiosi e ai realisti, che non si sono fatti suggestionare dagli effetti speciali dei fachiri europei.

La faziosità delle forze della sinistra europea sta rasentando il ridicolo, se non ci fosse da piangere per i disastri perpetrati da tali signori, che ci vogliono far passare come “miracoloso” il roaming internazionale, l’Erasmus per far [pascolare] i figli all’estero (ma non preparare), la possibilità di circolare in Europa con il documento d’identità anziché con il passaporto, e il fatto che possano circolare le merci liberamente.

Purtroppo la maggior parte di quanto decantato lo stiamo pagando a carissimo prezzo, perché per quanto è vero che la libera circolazione di persone è stata un bene, nessuno aveva detta di lasciare le porte esterne aperte per far entrare tutti.

Non dobbiamo dimenticare che le istituzioni europee sono entrate in crisi per l’immobilismo nei confronti del numero enorme di migranti in arrivo, che hanno messo in crisi una comunità a soqquadro, per la crisi sopraggiunta con l’apertura dei mercati asiatici in Europa.

Aver provocato la delocalizzazione di tantissime imprese, a causa di un fisco sempre più opprimente, non ha fatto altro che far perdere il posto di lavoro ad intere generazioni, specie nei paesi mediterranei.

Alla luce di quanto scoperto, sarà nostro dovere informare chi non è riuscito a cogliere certi aspetti e di sensibilizzare la classe politica a non assecondare tale progetto europeo ma a metterlo in discussione.

Innanzitutto i soggetti pericolosi vanno messi in condizione di non arrecare ulteriori danni, poi andrebbero azzerate le istituzioni europee, ma considerando la storia e i soggetti in questione, sarà più facile cacciarli con la forza che con una loro presa di coscienza.

In fondo solo gli inglesi sono capaci di dimettersi.

Quando mai si dimetteranno gli euro-burocrati non eletti da nessuno, poco inclini al dialogo ma prodighi di congetture e norme insensate e nocive all’economia.

Aspettiamo con ansia la presa di posizioni di chi ha a cuore il futuro delle singole nazioni, la libertà di espressione e di critica e di salvaguardia delle particlarità, anziché il caos generato su un progetto costruito sull’inganno, pensato da burocrati non eletti e incapaci di fare del bene.
Loro rappresentano la nuova forma dfi

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 25 giugno 2016 in Uncategorized

 

Tag: , , , , , , ,

103 – Nelson Mandela deve diventare un modello per il mondo identitario sardo.

(FILES) South Africa's president Nelson

 

 

 

 

 

 

La notizia della morte di Nelson Mandela ha fatto ricordare ai tanti distratti che – fino al 1993 – nel Sudafrica vigeva l’Apartheid: la segregazione razziale dei neri d’Africa.

La storia di Mandela di esemplare importanza per tutti i popoli, specie quelli costretti a vivere in condizioni di sudditanza, deve rappresentare l’emblema della lotta alle ingiustizie.

Infatti, a differenza di altri, Nelson Mandela è riuscito a sconfiggere l’odiosa Apartheid principalmente con il dialogo con l’oppressore e con metodi democratici.

sport_copertina_ama_il_tuo_nemico

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Infatti, rispetto ad altre rivoluzioni culturali, la fine dell’Apartheid non ha messo in moto quel sistema giustizialista tipico di chi vuole vendicarsi, contraccambiando il carnefice con punizioni esemplari, volte a disonorarlo prima e a cancellarlo dalla storia poi.

Proprio per questo Nelson Mandela deve diventare il PADRE spirituale di tutti i popoli sottomessi, quale guida programmatica, per copiarne l’approccio pragmatico e soprattutto umano.

Anche l’indipendentismo deve guardare con attenzione al pensiero di Nelson Mandela, visto che molti, forse troppi, stanno facendo trapelare invidia verso le altre coalizioni identitarie in via di formazione, e una fortissima acredine verso chi si è macchiato di aver militato in partiti italiani.

Sarebbe un disastro per l’indipendentismo commettere l’errore che altri fecero in passato, impantanandosi in facili pregiudizi, con l’orgoglio di essere gli unici a poter determinare le sorti del popolo sardo.

Siamo in un momento storico e visto che il mondo della partitocrazia italiana è nel pieno CAOS, se solo il mondo identitario la smettesse di combattersi al suo interno e aprire un dialogo anche con chi ha deciso di abiurare la causa italiana: si raccoglierebbe il risultato di GOVERNARE LA SARDEGNA tra sardi che lottano per la stessa terra e si riconoscono in essa.

acredine

indipendentismo

 
Lascia un commento

Pubblicato da su 6 dicembre 2013 in Uncategorized

 

Tag: , , , , , , , , , ,

86° Maledetta BALENTIA!

In questi momenti [molto] difficili desideriamo un cambiamento, ma più ci proviamo e più troviamo ostacoli, quasi fossimo sotto assedio e mentre gli scontri si protraggono nel tempo, nessuno avanza di un millimetro.
Sono arrivato a pensare che forse siamo stati maledetti dalla DEA MADRE, che dopo secoli di sottomissioni e sfruttamenti, ci ha irrigidito il carattere a tal punto che non riusciamo più a tollerare alcun cambiamento.
Ho trovato una conferma nell’aggettivo [Balentia]:
[Colui che riesce a resistere e vivere in un ambiente povero, aspro, duro e violento è un BALENTE]
(…) definito dai più come una qualità, mentre è un grande limite, visto che vivere nella Balentia significa essere soli e contro tutti; considerare anche il vicino, e a volte il fratello, come una minaccia, con la scusa che potrebbero mettere a repentaglio quel poco che si possiede.
La Balentia in passato aveva stimolato le famose e terribili BARDANE: masse di uomini a cavallo che scendevano a valle a razziare quanto potevano, con la forza delle armi e delle minacce.
Forse per colpa delle BARDANE si è accresciuta la diffidenza negli altri e la sfiducia negli eventi che non ci permette di collaborare e risolvere i tanti problemi.
Aver subito per secoli le invasioni dal mare e le Bardane dall’interno, ci ha fatto diventare molto territoriali in casa, e ci ha fatto accettare passivamente la dominazione dello straniero di turno.

Tutto questo ci ha fatto accanire con il nostro vicino, amico e fratello, demolendone gli ideali e la velleità di crescita e di riscatto sociale, perché vedevamo in lui tutti i nostri difetti e le nostre mancanze.

Il malessere interiore di cui soffriamo è dovuto all’ambiente Balente in cui viviamo, rendendoci così invidiosi della fortuna altrui, e permalosi per una parola di troppo, da farci diventare diffidenti e spesso rancorosi in colui che vorrebbe uscire dalla gabbia in cui ci siamo messi.

 

Per questo [assurdo] motivo non accetteremo il comando di un altro sardo come noi, perché lo riterremo [sempre] inadeguato e incapace.

Infatti, siamo così servili nei confronti del potente di turno, che riusciamo a essere i migliori carnefici e persecutori del popolo sardo.

Forse è per questo che non troveremo la soluzione dei problemi, condannati a vivere in eterno conflitto interiore e passare il nostro tempo a distruggere il lavoro altrui.

Il motivo principale per cui ritengo sia diventata la nostra condanna, è la mancanza di FEDE, e di sperare in un futuro migliore, e senza una fede non ci sarà indipendenza.

Nessun popolo è riuscito a liberarsi senza una FEDE, rimando condannati e sottomessi ad altri.

Siamo così distruttivi che siamo riusciti a [desertificare] un PARADISO come il nostro, mentre altri popoli con una FORTE FEDE sono riusciti a far diventare un PARADISO ciò che prima era un deserto.

Forse dobbiamo prendere coscienza di questi problemi e cambiare, altrimenti, non possiamo chiedere agli altri di fare dei passi indietro, visto che non siamo disposti a delle rinunce personali.

Inoltre, per uscire da questa assurda situazione, dovremmo iniziare ad amare chi ci sta vicino e avere la fede che è possibile cambiare il nostro mondo con l’impegno e con il cuore, tirando fuori i sentimenti per troppo tempo nascosti, quasi siano una nostra debolezza.

 

– V O G L I A M O – C O N T I N U A R E – C O S I’ ?

 
 
Lascia un commento

Pubblicato da su 24 settembre 2012 in Uncategorized

 

Tag: , , , , , , , , , , , , , , ,

68 Indipendenza: futuro della Sardegna – (30-10-2011)

Solo un anno fa, mai avrei mai pensato di dover parlare in una sala così, specie su un argomento delicato come l’indipendenza; forse, gli eventi della vita mi hanno aperto gli occhi e la mente, scoprendomi vero indipendentista.

Certo è strano, mi ritrovo a impegnarmi per raggiungere qualcosa a cui molti sardi neanche ambiscono, restando completamente refrattari all’argomento.

Dobbiamo costatare, purtroppo, che il sardo, sia per indolenza personale, che per sottomissione psicologica cronica, non si ritiene capace di combattere il corso degli eventi, lasciando ad altri la responsabilità per il cambiamento.

Come un anziano con la badante, da un lato si lamenta, e dall’altro subisce in silenzio, con la paura di ricevere un peggiore trattamento.

Però è strano, quando il sardo emigra, nel nuovo ambiente competitivo e variegato, si mette in discussione mostrando subito le proprie capacità e facendo spesso fortuna.

Invece, nel nostro ambiente, malato e carico di contraddizioni, anziché far prevalere l’emulazione, quale segno di distinzione, fa proliferare l’invidia, che travalica spesso in faide irreversibili.

E’ l’invidia che mostra il fianco della nostra società, facilitando lo speculatore di turno per compiere qualsivoglia disastro.

L’invidioso, pur di danneggiare il concorrente sardo, umilia se stesso e concede l’isola al primo che capita.

L’assenza di ambizione si ripercuote negativamente nella nostra società, privandola sia della coscienza che dell’iniziativa.

Il sardo implora sempre aiuto e lavoro, qualunque esso sia, pur di non essere lui a rischiare, preferisce morire di cancro anziché di fame.

Infatti, tutte le scelte economiche fatte dai nostri governanti, hanno devastato sia il tessuto economico isolano che il nostro territorio.

Ancora in troppi, pur di essere aiutati, chiedono di proseguire il disastro.

Vediamo adesso di valutare l’indipendenza, di cui sono un fermo sostenitore, non per semplice moda, ma perché la ritengo una soluzione per risolvere i nostri problemi.

Non voglio spiegare cos’è e del perché raggiungerla, infatti, lo considero un fatto assodato, non voglio vivere da indipendentista, ma essere cittadino di uno stato indipendente.

Se si teme la parola indipendenza, chiamiamola pure autodeterminazione, perché è un nostro diritto e un dovere decidere il tempo presente e futuro per il bene del nostro popolo.

Sarebbe ora che si prendesse coscienza del fatto che l’Italia ci considera solo come un terreno di caccia di consenso e una fonte di speculazione.

Il problema vero è che i sardi, impauriti dall’indipendenza, la paventano quale fonte di disgrazie; non ritenendosi capaci, cadono nella rassegnazione e nello sconforto.

La madre di tutti i disastri è il leaderismo, che con forza disgregante, corrode e separa lo spirito indipendentista, vanificandone gli effetti e indebolendo le poche sicurezze del popolo sardo.

Come cani senza padrone, alcuni movimenti sono intimoriti dall’ombra dei grandi partiti nazionali, di cui temono il respiro, scodinzolano sottomessi, con la speranza di ricevere un piccolo osso.

Cosa chiedere a riguardo?  Condurre insieme una guerra contro il medesimo nemico, fare branco, stancarlo e poi finirlo.

Ricordiamoci chela potente Romaimperiale era un insieme di popoli sul medesimo territorio, che lottava compatta in legioni distinte e coordinate da più generali, per scaraventarsi poi contro qualsiasi avversario.

Tutti i movimenti indipendentisti coprono interamente le differenze culturali dell’isola, se si unissero compatte, potrebbero scacciare i partiti italiani e tutelare la Sardegna, perché sono loro che meglio la rappresentano.

Guardiamo con favore gli esempi esterni: in Trentino e Val d’Aosta, dove gli autonomisti detengono più del 70% del consenso, decidendo loro su cosa fare.

E’ nostro compito ragionare come partito di governo: immaginando un domani di avere questa opportunità, come facciamo a tenere in piedi il nostro stato?

E’ questo che vuole sentirsi dire il nostro popolo, avere già delle proposte concrete per l’economia e per la nostra società.

Grazie alle mie esperienze di vita, ho sempre respirato realtà diverse, che mi hanno dato modo di comprendere sia i punti di forza che le debolezze della società sarda e le possibili soluzioni.

Superate, quindi, le subdole divisioni, riunitevi per discutere sui comuni obiettivi, solo così riuscirete a eliminare quelle diffidenze che fanno solo danni.

Sono convinto che la Sardegna sia in grado di reggersi da sola, spetta a noi il compito di raggiungere il sogno di indipendenza e di libertà.

Buon lavoro a tutti.

 
2 commenti

Pubblicato da su 30 ottobre 2011 in Uncategorized

 

Tag: , , , , ,