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Ecoimperialismo: l’inganno del secolo.

Ecoimperialismo

Le idee e le ideologie hanno conseguenze. Le idee e le ideologie estreme hanno conseguenze estreme[1].

Le élite ecologiste non hanno alcuna nozione del valore del capitalismo, dei mercati, del libero commercio, dei profitti e dell’innovazione tecnologica, mentre le politiche che impongono a livello globale condannano, inevitabilmente, alla povertà, alla fame, alla malattia e alla morte, milioni di persone, che altrimenti avrebbero beneficiato dello sviluppo economico e tecnologico.

L’atteggiamento allarmista degli ambientalisti assomiglia molto a quello delle sette millenariste che aspettavano l’imminente fine del mondo o la seconda venuta del Messia e la prima minaccia posta dall’ideologia ambientalista e quella alle libertà individuali ed economiche.

Sebbene nei paesi occidentali le classi politiche continuino a cercare di regolare ogni aspetto della vita quotidiana, i discorsi politici che parlano di pianificazione economica o sociale stanno assumendo un suono sinistro.

L’ambientalismo, ha osservato Carlo Lottieri, è la reinvenzione dello statalismo, in un’epoca in cui non è più possibile immaginare una pianificazione economica di stile sovietico, coloro che vogliono dominare la vita altrui, non potendo ricorrere all’analogia socialista, posso pretendere di disporre delle nostre libertà il nome della natura.

Gli ambientalisti però, mirano a programmare, tramite politiche burocratiche, anche in quei campi dove i sovietici non avevano mai osato avventurarsi: la popolazione umana e il clima globale nei prossimi 100 anni.

Se i comunisti di un tempo si accontentavano di una programmazione economica all’interno dei confini nazionali, gli ambientalisti di oggi mirano a una pianificazione a livello globale, individuando il corrispettivo nella ratifica del contestato trattato di Kyoto sul riscaldamento globale.

L’applicazione centralizzata dell’ecologia, tanto più se tentata a livello mondiale, è destinata a fallire miseramente, per gli stessi motivi messi in luce dai grandi economisti di scuola austriaca, per cui è fallita la pianificazione centralizzata dell’economia.

Grazie al suo sistema di incentivi, la proprietà privata rende responsabili gli uomini, attribuendo a ciascuno un premio o una punizione, a seconda del comportamento tenuto. Nei sistemi collettivisti statalizzati avviene esattamente il contrario.

L’ambientalismo statalista mainstream è nemico non solo della civiltà industriale, dell’individualismo e del capitalismo, ma anche della tecnologia, della scienza, della ragione, della vita umana, e per questo deve essere combattuto nel nome di questi valori.

Solo grazie all’enorme aumento della produzione di beni e alla progressiva riduzione della fatica e dello sfinimento, gli uomini hanno potuto raggiungere l’attuale numero di 6 miliardi, migliorando al contempo, in maniera stupefacente, il tenore di vita generale a un livello che neanche i re e imperatori di un tempo potevano sognare aspettative di vita simili.

È quasi raddoppiata l’aspettativa di vita dell’uomo, un bambino nato oggi ha più possibilità di vivere fino a 65 anni di quanto un neonato medio della civiltà preindustriale ne aveva di arrivare a cinque.

Come ha scritto il giornalista Maurizio Blondet, analizzando le radici dell’ideologia ambientalista e no-global, la società trasgressiva lascia crescere i giovani, i barbari tra noi, senza civilizzarli, e difatti i nostri ragazzi vivono nella complicatissima civiltà tecnica e giuridica, in cui sono nati, come un selvaggio vive nella foresta primigenia.

Come i cacciatori-raccoglitori del paleolitico, essi godono e si impossessano dei manufatti tecnici come se crescessero sugli alberi, come fossero naturali, ossia dati una volta per tutte, e senza responsabilità dell’uomo.

Sfasciano automobili, telefoni pubblici, stadi, e infine il quadro della legalità, con la spensierata irresponsabilità di chi ignora che le cose della civiltà hanno bisogno di continue cure e manutenzione.

Si spiega così l’irresistibile attrazione di molti ambientalisti radicali e no-global al ricorso impulsivo e selvaggio alla violenza, per imporre soluzioni primitive da imporre a tutti.

Ciò che fa di una cosa materiale una risorsa non sono le sue intrinseche proprietà chimico-fisiche, ma il valore che l’uomo le attribuisce quando soddisfa un suo bisogno.

Nessun elemento fornito dalla natura è di per se una risorsa: il ferro ad esempio non è stata una risorsa durante tutta l’era della pietra, il carbone non è mai stato una risorsa prima della rivoluzione industriale, il petrolio non era una risorsa fino alla metà del XIX secolo, l’alluminio, il radio e l’uranio sono diventati una risorsa solo agli inizi del XX secolo, il silicio è diventato una risorsa negli ultimi decenni quando si è trovato il modo di utilizzarlo per la realizzazione di componenti elettronici.

L’unico modo per espandere la quantità di risorse naturali è quello di aumentare le conoscenze e il potere tecnologico sulla natura, cosicché, non solo lo sviluppo scientifico e industriale, ma anche l’aumento della popolazione umana risulta indispensabile. Più esseri umani significano più idee, più divisione del lavoro, più specializzazioni e più scambi. Ecco perché il nostro attuale tenore di vita non potrebbe mantenersi se la popolazione umana dovesse calare, in maniera rilevante, rispetto ai sei miliardi di oggi.

Per espandere le conoscenze e il lavoro necessario ad aumentare le quantità di risorse naturali, non esiste altra strada che quella di accrescere la cooperazione, fondata sulla divisione del lavoro, altrimenti gran parte delle risorse naturali, attualmente esistenti, ci rimarranno precluse in eterno, per ignoranza o per impotenza.

Quando gli ambientalisti si dichiarano “biocentristi” o “sostenitori del valore intrinseco della natura”, a prescindere da quanto essa possa essere utile all’uomo, occorre rendersi conto delle sconvolgenti conseguenze di tale discorso.

L’idea del valore intrinseco della natura implica necessariamente il desiderio di distruggere l’uomo e le sue opere, in quanto perturbatrici di questo ordine. In definitiva in movimento ambientalista internazionale presenta tutte le caratteristiche per diventare il totalitarismo genocida del XXI secolo.

Nelle situazioni normali, coloro che nutrono sentimenti sadici e anti-umani, conducono vite generalmente tranquille e inoffensive (il modesto artista Hitler, Himmler l’allevatore di polli, l’intellettuale frustrato Lenin e l’oscuro chierico Stalin), ma in situazioni di grave crisi e di irrazionalità dilagante queste persone possono salire alla ribalta, con tutte le conseguenze del caso.

La “cultura della morte” attualmente propagandata dal movimento ambientalista, che riduce gli uomini a un rango sub-umano, approva tutto ciò che possa ridurre il loro numero, potrebbe in futuro fornire giustificazioni ideologiche a gruppi fanatici che volessero passare a vie di fatto. L’elevato numero di vittime dell’ambientalismo radicale, documentato nel libro di Driessen, fanno temere che quel giorno forse è arrivato.

Il concetto che è alla base della responsabilità sociale d’impresa non è qualcosa che è stato inventato ieri, osserva Sir Robert Wilson, presidente della compagnia mineraria Rio Tinto.

Molti lo conoscevano soltanto come una buona pratica impresa, fondata sul principio di trattare dipendenti, clienti e fornitori, con rispetto, onestà e di adottare tutte le necessarie precauzioni per ridurre al minimo il danno arrecato all’ambiente.

La vera radice del problema è comunque molto differente da quanti sostengono gli attivisti.

La scomoda verità è che la dottrina della responsabilità sociale d’impresa, così come definita, interpretata e apprezzata da: stakeholders (portatori di interessi), autorità di regolamentazione, tribunali, fondazioni e organizzazioni internazionali, creano problemi rilevanti, non solo alle imprese, alle famiglie alle comunità e alle nazioni, specie del terzo mondo che ne sono particolarmente colpite.

Alcuni gruppi di attivisti sono diventati straordinariamente ingegnosi nel promuovere i loro programmi, ammantandoli sotto la veste del pubblico interesse o della responsabilità sociale, in questo modo si avvantaggiano del fatto di non essere tenuti a rispettare gli standard etici e le stesse leggi e regolamentazioni che vengono applicate alle imprese con scopo di lucro.

In quanto auto-nominati guardiani dell’interesse pubblico, si comportano come se non fossero soggetti a responsabilità. Alcune organizzazioni ambientaliste no-profit sono state accusate di abusare dell’esenzione, che permette loro la deduzione di tutti i contributi ricevuti, con notevoli vantaggi sul piano fiscale.

La fiducia nel mondo degli affari tornerà solo quando le compagnie accetteranno tre principi fondamentali: trasparenza, informazioni e responsabilità.

Non vi è ragione per non applicare tali principi anche agli attivisti dell’ambiente, che senza essere eletti da nessuno, fanno da intermediari col potere.

È arrivato il momento per le organizzazioni non governative, gli stakeholders[2] attivi e inattivi, di fare quello che chiedono al mondo delle imprese, cioè adottare standard etici e disciplinari interni e sostenere leggi e regolamenti che prevedano anche per loro l’applicazione delle stesse regole che si applicano a Wall Street, alle società commerciali e professionali e alle imprese con scopo di lucro.

In breve, dimostrare che possono comportarsi eticamente e responsabilmente, in cambio delle libertà e delle opportunità che la società ha concesso loro. Sfortunatamente da quando dei leader sempre più radicali hanno assunto il controllo del movimento ambientalista, si sono andati persi i punti di riferimento morali.

Perfino il co-fondatore di Greenpeace, Patrick Moore, è arrivato alla conclusione che gli ambientalisti hanno smarrito le basi etiche originarie e sono diventati anti-commercio, anti-scienza, anti-tecnologia e anti-umanità.

Sono stati sequestrati da persone politicamente motivate, scientificamente illetterate e ideologicamente avverse a nuovi programmi che potrebbero dare benefici all’umanità.

Secondo la versione della responsabilità sociale, le imprese e le nazioni dovrebbero gestire i propri affari rispettando i nuovi codici “etici” scaturiti dalle diverse dottrine del radicalismo sociale e ambientale, connesse tra loro:

  1. La teoria della partecipazione afferma che ogni portatore di interessi, coinvolto in decisioni imprenditoriali e politiche, ha diritto di fare pressione su chi prende le decisioni, fino all’accoglimento della domanda degli attivisti.
  2. La teoria dello sviluppo sostenibile pretende che le imprese minimizzino l’estrazione e l’uso delle risorse naturali, poiché le attività di impresa devono soddisfare i bisogni e le aspirazioni del presente senza compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare i propri.
  3. Il principio di precauzione sostiene che le compagnie dovrebbero bloccare ogni attività che possa minacciare l’ambiente e la salute umana, anche quando non sia stata chiarita la relazione causa-effetto e perfino quando la potenziale minaccia si in larga parte solamente teorica.
  4. L’investimento socialmente responsabile esige che i fondi pensione e gli investitori individuali acquistino delle partecipazioni nelle compagnie che hanno promesso di confermare le proprie politiche e le proprie azioni ai dettami della sostenibilità.

 

Alla radice sta il fatto che queste dottrine collegate alla responsabilità sociale d’impresa riflettono primariamente le preoccupazioni, le preferenze e le visioni pessimistiche di un esiguo organico di politici, burocrati, accademici, membri di organizzazioni non governative internazionali e di ricche fondazioni dei paesi sviluppati.

Questi auto-nominatisi guardiani del bene comune, hanno poca comprensione per le imprese, il capitalismo, il mercato, la tecnologia, il commercio globale e il ruolo vitale dei profitti, nel generare innovazione e progresso. In molti casi il numero totale di iscritti ai gruppi attivisti rappresenta meno dello 0,01% della popolazione di una comunità o di un paese.

Secondo il Boston Globe e altre fonti, il solo movimento ecologista americano ha entrate annuali per circa 4 miliardi di dollari, grazie ai contributi versati da fondazioni, imprese, sindacati, avvocati e agenzie governative finanziate dai contribuenti. Si stima che il bilancio annuale del movimento verde internazionale superi gli 8 miliardi di dollari all’anno.

Nessuno gli eletti come “portatori di interessi”. Nessun plebiscito gli ha mai dato un mandato per diventare arbitri della moralità o dell’interesse pubblico.

Nessuna elezione, nomina e neanche risoluzione della Nazioni Unite ha dato loro l’autorità di escludere dai dibattiti e dai processi decisionali altri cointeressati, tra i quali intere nazioni e miliardi di persone miserevoli, alla quale vengono negati i benefici del commercio mondiale, dell’energia a buon mercato, dell’uso informato delle risorse naturali, dei pesticidi e delle biotecnologie.

La responsabilità sociale d’impresa rappresenta anche un attacco agli interessi dell’elettorato, perché mina il formale consenso democratico e il ragionevole comportamento delle imprese.

Questo succede quando i governi concedono alle organizzazioni non governative uno status che permette loro di ergersi a giudici del comportamento imprenditoriale o delle decisioni nazionali su questioni cruciali riguardanti l’economia o l’ambiente.

Spesso, tuttavia, le definizioni di responsabile, sostenibile o sufficientemente sicuro, dato dagli attivisti, portano a bloccare ogni sviluppo che contrasti con i programmi ambientalisti.

Gli imprenditori, i funzionari pubblici, i cittadini, dovrebbero assumere una posizione di leadership su tali questioni, contestare le pretese degli attivisti, sfidarli con argomenti e mettere in discussione le loro premesse di base.

Le organizzazioni non governative devono dare prova della loro buona fede. Devono integrare il grado di rappresentatività degli attivisti, il numero degli iscritti, la fonte del loro finanziamenti e la loro competenza. In altre parole, mettere in discussione la loro reputazione e la loro legittimità.

Purtroppo, molti imprenditori, leader di comunità e cittadini, perseguono una strategia di accomodamento, cedendo l’autorità morale alle non elette organizzazioni non governative, ai burocrati, ai gruppi di investimento etico, alcuni addirittura, hanno di fatto sostenuto le richieste degli attivisti e collaborato al loro fianco, malgrado gli impatti negativi sui poveri del mondo.

Lo sviluppo sostenibile, come definito dagli ambientalisti, punta troppo poco sullo sviluppo economico, e troppo sulle restrizioni allo sviluppo, in nome dell’ambiente. L’ipotetico benessere degli ecosistemi finisce sempre con il prevalere sul benessere delle persone, che quando giungono alla disperazione, finiscono col devastare quello stesso ecosistema che gli ambientalisti pretendevano di proteggere.

Le richieste degli ambientalisti radicali, mirano ad obiettivi ben definiti, enfatizzare alcuni benefici ma ignorando i rischi, senza stabilire alcun criterio. Le teorie sulla precauzione promuovono le agende degli attivisti eco-centrici nei paesi sviluppati, i quali ignorano gli interessi e i bisogni delle nazioni in via di sviluppo, come la creazione di opportunità economiche, l’accesso a una adeguata offerta di energia, la riduzione della povertà, della malnutrizione e delle malattie.

Il risultato è che il principio di precauzione soffoca regolarmente l’assunzione di rischi, l’innovazione, la crescita economica, il progresso scientifico e tecnologico, la libertà di scelta e il miglioramento della condizione umana.

Gli attivisti dei paesi sviluppati riescono spesso a contattare i movimenti locali e a dirottarli verso propri programmi radicali, ignorando i legittimi i bisogni locali, e lasciando le popolazioni indigene in condizioni peggiori di prima.

Se la tecnofobia di oggi avesse comandato nei secoli passati, saremmo rimasti ai livelli del Medioevo, dato che anche il fuoco, la ruota e la coltivazione agricola pongono dei rischi, e non avrebbero passato il test e della sicurezza assoluta, richiesto dagli zelanti fautori del principio di precauzione.

Mandarli al potere oggi significherebbe la fine del processo del mondo sviluppato e la miseria perpetua per gli abitanti delle nazioni in via di sviluppo.

Come viene spesso ricordato ai dirigenti delle compagnie, nessuno si interessa di quello che sai, fino a quando non sanno di cosa ti interessi.

Si potrebbe allora suggerire all’ambientalismo ideologico di dedicare ai bambini del terzo mondo la stessa attenzione prestata agli adorabili cuccioli di foca.

Nel 2002 a Johannesburg, in Sudafrica, i 60.000 attivisti, burocrati e politici, provenienti dalle varie organizzazioni ambientaliste non governative in giro per il mondo, pretendevano di rappresentare i poveri del mondo e di risolvere i loro problemi.

Raramente però gli hanno consultati o chiesto loro un parere. Sembrava che i delegati di Johannesburg non avessero tanta voglia di vedere e ascoltare le loro priorità, né che venissero ricordati troppo spesso.

Le pressioni degli ambientalisti nei paesi del terzo mondo sono tali che, impediscono la costruzione di dighe, costringono milioni di persone a sobbarcarsi molte ore di cammino per portare l’acqua, in grandi contenitori, alle proprie famiglie, anziché potersi dedicare all’agricoltura.

A detta dei protettori dell’ambiente, i poveri dell’Africa non dovrebbero commettere i nostri stessi errori, cioè costruire dighe sui fiumi navigabili in canoa o usare combustibili fossili.

Chi pretende di far istallare pannelli solari sopra le capanne dei poveri del mondo, per non far inquinare l’aria, non ha l’interesse a lasciarli costruire delle case moderne e confortevoli, ma di condannarli alla sussistenza e alla povertà per sempre.

Se il nostro futuro sarà plasmato dalla scienza, dalla tecnologia, dalla libertà e dalla speranza, o guidato invece dalla scienza spazzatura, dell’eco-imperialismo e dalla paura, dipenderà in larga misura dal modo in cui le imprese risponderanno a questa sfida. Purtroppo molti segnali non fanno ben sperare.

Gli allarmisti del clima si sono accorti di poter alterare radicalmente le scoperte scientifiche redigendo riassunti e comunicati stampa che suscitino emozione, indirizzino queste scoperte verso i propri scopi.

Gli allarmisti perché si comportano con tanta scorrettezza? Lo avevano rilevato le parole di Stephan Schneider, scienziato del clima, attivista del riscaldamento globale, ed ex profeta del raffreddamento globale, il quale ebbe occasioni di dire: «Per colpi colpire l’immaginazione pubblica, dobbiamo offrire scenari paurosi, fare dichiarazioni semplificate e spettacolari, menzionare poco i dubbi che ciascuno di noi può avere, trovare il giusto equilibrio tra l’essere convincente e l’essere onesto».

È vero che gli Stati Uniti usano più petrolio (pro-capite) di ogni altra nazione, ma gestiscono anche un quarto dell’economia globale. Nel periodo compreso tra il 1973 e il 2000 la loro economia è cresciuta 3 volte più velocemente del loro consumo di energia, ma hanno ridotto significativamente il proprio inquinamento, visto che le automobili di oggi emettono meno del 1% di quanto i modelli del 1970 sputavano dalle loro marmitte.

Paradossalmente in Europa, per quasi due decenni il tasso di crescita economica è stato la metà di quello degli Stati Uniti, mentre il tasso di disoccupazione è stato quasi il doppio di quello americano, con una pressione fiscale che può superare, in alcuni paesi, il 40% del prodotto interno lordo.

Circolano sospetti che il collegamento tra l’opposizione dell’Europa e degli ambientalisti alle biotecnologie e la continua insistenza dietro ogni fenomeno meteorologico anomalo, nubifragi improvvisi, siccità o ciclone, vi sia il catastrofico cambiamento climatico.

Le multinazionali ecologiste e la UE, vedono il Protocollo di Kyoto non solo come un programma ambientalista, ma anche come un modo per abbassare l’economia americana ai livelli delle nazioni europee, che si rifiutano di aggiustare le proprie politiche industriali, del lavoro, fiscali e assistenziali.

L’Unione Europea, gli ambientalisti e le Nazioni Unite, vedono le restrizioni sulla produzione e il consumo di energia e delle emissioni di gas serra, come un’opportunità per espandere l’autorità delle istituzioni internazionali.

Jacques Chirac aveva definito il Protocollo di Kyoto come «il primo componente di un autentico governo globale».

Si tratterebbe, per lo più, di un enorme burocrazia largamente priva di controlli, di contrappesi, sistemata principalmente nelle Unione Europea e nelle Nazioni Unite, nutrita e alimentata con miliardi di dollari pagati dai contribuenti. Questa nuova burocrazia avrebbe a disposizione un potere di controllo senza precedenti, sulle decisioni degli stati, delle comunità, delle imprese e degli individui, riguardo l’energia, l’economia, le abitazioni, i trasporti e in numerose altre materie.

È legittimo chiedersi quanto siano etiche queste compagnie, che promuovono i loro interessi economici attraverso un trattato sul clima dall’impatto così radicale. Allo stesso tempo ci si può chiedere quanto altruistici e socialmente responsabili siano i paesi dell’Unione europea, che proteggono i loro interessi economici e politici, sfruttando le tariffe protezionistiche nascoste nel trattato.

Sarebbe preferibile se, le compagnie, i governi e le fondazioni, prendessero una posizione in difesa della vera scienza, dello sviluppo economico, della vita e del vero benessere dell’uomo.

  1. È indispensabile divulgare l’entità di denaro fornito ai gruppi ecologisti che promuovono i programmi sul cambiamento climatico.
  2. Rivelare in che modo è in che misura stanno cercando di approfittare della ratifica del Trattato di Kyoto sul clima.
  3. Insistere affinché ulteriori ricerche siano svolte da scienziati indipendenti.
  4. Sfidare in pubblico le teorie catastrofiste sul cambiamento e sostenere con forza un’azione fondata con studi scientificamente provati, e un completo riesame delle dottrine della responsabilità sociale, dello sviluppo sostenibile e del principio di precauzione.

 

Anche i più ardenti vegani o membri del fronte protezione animali godono e beneficiano della tecnologia e dei materiali estratti dal sottosuolo.

Ogni volta che si vestono, guidano un’auto o vanno in bicicletta, accendo il computer e mangiano una mela, pitturano una casa, prendono un’aspirina o si vaccinano, piantano un albero o s’impegnano in una qualsiasi attività ordinaria, beneficiano personalmente dell’estrazione delle risorse e del genio creativo che ha plasmato il mondo moderno.

I geologi hanno stimato che nell’artico potrebbero esserci dai 6 ai 16 miliardi di barili di petrolio, equivalenti a 11 o 30 anni di importazione dall’Arabia Saudita. Gli oppositori alle trivellazioni si rifiutano di riconoscere che ogni litro che gli Stati Uniti non producono lo devono importare da paesi che sostengono il terrorismo.

In Alaska il petrolio potrebbe essere prodotto in duemila siti sparsi, che nel complesso occupano meno di 500 ettari, le trivellazioni sarebbero fatte in inverno, quando le temperature si aggirano sui 34 gradi sotto zero; non c’è praticamente fauna in circolazione; si userebbero piste, strade e piattaforme di ghiaccio, che si sciolgono all’arrivo della primavera.

I caribù insieme alle volpi, agli uccelli e ai grossi sciami di mosche e zanzare, tornano in estate. Anche se avessero luogo le trivellazioni i caribù continuerebbero a fare quello che hanno fatto per 25.000 anni, mangiare, girovagare e riprodursi, tant’è che i caribù sono aumentati da 5.000 che erano nel 1975, ai 32.000 del 2002.

Gli eschimesi che vivono nel rifugio artico, sanno tutto questo, avendo subito la limitazione della propria attività di caccia con le trappole e di caccia alle balene, a causa della pressione degli ambientalisti, sanno inoltre che lo sviluppo petrolifero può rappresentare la loro ultima possibilità di uscire dalla povertà, che li ha costretti a vivere in catapecchie, ad usare secchi da venti litri per i servizi igienici, e a subire l’epatite e altre malattie.

Come ha fatto notare Fenton Rexford, presidente della Kaktovic Inupiat Corporation, principale azienda dell’Alaska, gli eschimesi sono stanchi di vivere in questo modo e non sorprende che siano favorevoli, con una proporzione di otto a uno alle trivellazioni.

Gli indiani Gwich invece, che vivono ad oltre 225 km di distanza, si oppongono alle perforazioni nelle terre degli eschimesi, ma non si oppongono alle trivellazioni nelle proprie terre, visto che negli anni ottanta avevano dato in affitto, ogni ettaro di loro proprietà, senza pretendere clausole a protezione dei caribù. Purtroppo non hanno trovato nella loro terra neanche una goccia di petrolio.

Adesso progettano di trivellare e costruire un oleodotto lungo il percorso migratorio dei caribù verso il Canada, continuando a percepire grosse somme di denaro dai gruppi ambientalisti, per opporsi alle trivellazioni petrolifere nei territori degli esquimesi. Menzionare questi fatti potrebbe macchiare l’immaginario collettivo green della BP, che dissimula abilmente le vere intenzioni, con politiche di marketing volte al Greenwashing, cioè una strategia di comunicazione finalizzata a costruire un’immagine ingannevole sotto il profilo ambientale.

«Una forma di appropriazione indebita di virtù e di qualità eco-sensibili per conquistare il favore dei consumatori o, peggio, per far dimenticare la propria cattiva reputazione di azienda le cui attività compromettono l’ambiente»[3].

 

Dopo il disastro ambientale nel Golfo del Messico, causato dall’esplosione e successivo affondamento, della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon, affiliata alla BP, che provocò il più grande sversamento di petrolio della storia americana, la BP, oltre ad aver perso la reputazione di azienda Green, venne costretta a pagare dal Governo Usa, in vent’anni, l’incredibile cifra di 20 miliardi di dollari.

Le varie celebrità del mondo dello spettacolo osteggiano lo sviluppo tecnologico nei paesi del terzo mondo, l’estrazione di idrocarburi, ma sono dei grandi spreconi di energia, con i loro SUV e Jet di lusso, e pretendono di dare lezioni alle imprese del Pianeta e alle popolazioni dei paesi in via di sviluppo.

L’attore televisivo statunitense Ed Begley Jr. arrivò a dire: «Le due forme di energie più abbondanti sulla Terra sono il sole e il vento, che sono sempre più a buon mercato. […] In africa conviene molto di più procurarsi l’energia proprio dove se ne ha bisogno: sulle capanne», alludendo all’istallazione di pannelli fotovoltaici sulle capanne africane, seppur in buona fede, fu mal consigliato, in quanto le convinzioni di stampo paternalistico, sono fonti di perpetua miseria per milioni di persone, con il pretesto di preservare i valori ecologici tradizionali, dissimulando la verità, che l’energia fotovoltaica su vasta scala sia solo un palliativo molto costoso, anziché produrre energia  dal più economico carbone o dal gas naturale.

Il motto ambientalista è molto chiaro: «pannelli solari per le capanne, e capanne per sempre».

pannelli-fotovoltaici-su-capanna-di-legno

Veniamo adesso alla questione etica, legata al valore Green di molte imprese, che venne sconvolto nel 2002, quando gli investitori persero miliardi di dollari, per le pratiche disoneste di Enron, Global Crossing, WorldCom, Tyco e di altre compagnie, perché si scoprirono i castelli finanziari di carte, coperte dalle società di consulenza finanziaria, che avevano usato tattiche ingannevoli se non fraudolente, per attrarre investitori verso compagnie, considerate etiche, Green, quindi meritevoli di credito. Le analisi finanziarie che avevano spinto i consumatori e i risparmiatori verso determinate compagnie, che promuovevano programmi etici o energetici, conformi alle ideologie ambientaliste, erano state rese inefficaci da funzionari, che per convinzione personale, non avevano rispettato gli standard di valutazione del rischio, che invece avrebbero potuto impedire gli abusi, le frodi contabili e i conflitti interesse in molte imprese, eludendo i principi base di trasparenza, in pratica furono in malafede.

A livello internazionale gli attivisti dell’ambientalismo vogliono imporre un protocollo di impedimenti e di limitazione alla maggior parte delle aziende del Pianeta, frenandone la crescita, mentre proprio loro sono diventati un’industria da 8 miliardi all’anno, per la maggior parte non soggetta a leggi che governano le imprese commerciali, in materia di trasparenza, divulgazione, pubblicità menzognera e responsabilità.

Adesso un altro esempio di malafede ingannatrice Green: durante gli anni 90 erano stati dirottati grandi investimenti nella Malesia, grazie ai quali l’economia locale era riuscita a decollare, di conseguenza a far raddoppiare i salari e a portare la disoccupazione sotto il 3%, nonostante la forza lavoro fosse composta da un terzo di immigrati. Quando le organizzazioni non governative e sindacati, convinsero i vari fondi pensione a dirottare gli investimenti in settori socialmente responsabili, perché criticavano gli standard lavorativi malesi, i fondi pensione persero 20 miliardi di dollari in soli due anni.

Altro punto dolente è la praticata delle compagnie che esortano a comportarsi in maniera socialmente responsabile, a danno di coloro che usano ingredienti geneticamente modificati, stanno contribuendo a mantenere il terzo mondo denutrito, suscettibile alle malattie e al limite della fame. Così i produttori e venditori cibo biologico finanziano con milioni di dollari l’anno i nuovi luddisti anti-biotecnologie.

Si è creata una rete così ingarbugliata di interessi, tra il Programma Ambientale delle Nazioni Unite, 295 banche, compagnie assicurative e finanziarie, compreso il gigante ri-assicurativo Swiss Re, un buon numero di ONG radicali e il WWF, concordi nel sostenere le teorie catastrofiche sul cambiamento climatico, per supportare uno sviluppo sostenibile, per poter attrarre i 26.000 miliardi di dollari dell’industria finanziaria americana, prospettando un declino delle compagnie energetiche. Nessuno sostiene che le organizzazioni attiviste per l’ambiente non abbiamo diritto di organizzarsi, ma per manifestare e promuovere la loro causa dovrebbero farlo in conformità della legge, dei regolamenti e principi etici che governano le imprese e le associazioni commerciali.

La possibilità che questo cartello di organizzazioni di interessi ambientali manipoli i mercati, e faccia pressione sulle compagnie, sui consumatori, sui grandi risparmiatori e violi codici è enorme e reale ed evidente. La loro integrità è a rischio. Questi neo-luddisti cercano di imporre concetti dell’ecologismo e dello sviluppo umano del primo mondo a paesi in via di sviluppo. Non vogliono che i paesi poveri possano seguire la strada che ha reso ricchi i paesi occidentali.

Le politiche ambientaliste anti-sviluppo e anti-commercio sono fondamentalmente anti-umane.

Gli eco-imperialisti pongono capricci ecologisti e concetti nebulosi sopra il consumo delle risorse sopra i bisogni di miliardi di poveri nel mondo.

Come ha osservato il famoso scrittore inglese C.S.Lewis[4]: «Di tutte le tirannie quelle esercitate per il bene delle sue vittime può essere la più oppressiva. Meglio vivere sotto i baroni ladri che sotto onnipotenti e moralisti ficcanaso. La crudeltà del barone ladro può talvolta assopirsi, la cupidigia può a un certo punto essere saziata; ma quelli che ci tormentano per il nostro bene ci tormenteranno senza fine, perché lo fanno con l’approvazione della loro coscienza».

[1] Premessa di Paul Driessen autore di Eco-imperialismo, Potere verde morte nera.

[2] Portatore di interessi: soggetti che possono influenzare o essere influenzati da un’iniziativa economica.

[3] Valentina Furlanetto, autrice di L’industria della carità.

[4] Docente presso l’Università di Oxford, meglio noto come autore delle Cronache di Narnia.

 
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Pubblicato da su 18 febbraio 2017 in Uncategorized

 

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