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116° Sardegna nella Guerra dei Trent’anni

All’inizio del XVII secolo in Europa non si erano ancora risolte le lotte tra protestanti e cattolici, specie in quei Regni che, per motivi di successione, erano passati a confessioni religiose diverse, non si potevano creare che rivolte, perché il popolo e la nobiltà rimanevano sempre gli stessi.

Gli interventi non fecero altro che scatenare guerre e formare nuove alleanze, per stabilire chi aveva ragione e chi no. Lo scontro diede luogo ad una lunga ed estenuante conflitto, chiamata poi Guerra dei Trent’anni, in cui le varie potenze europee dovettero misurarsi.

La Sardegna, sotto stretto controllo della Corona di Spagna, si trovò suo malgrado a vivere sulla sua pelle uno scontro oltre la sua portata.

Nonostante fosse poco popolata, costretta ad un sistema medievale di vassallaggio, oltre che da un’imposizione fiscale pesante, la Sardegna dovette fornire alla nobiltà locale un enorme numero di uomini, per lo più tolti dalla terra e dai pascoli, per farli diventare dei fanti armati, e ingrossare le fila dell’esercito spagnolo.

Si stima che lo sforzo bellico mobilitò tra i diecimila e i dodicimila uomini, forse il 4-5% sull’intera popolazione.

Durante la Guerra dei Trent’anni le truppe in battaglia nei vari fronti rappresentavano la presenza fisica di sardi in Europa, molti non sanno che uno di questi violentissimi scontri avvenne proprio sulla nostra isola.

Il cardinale Richelieu nel 1635, a seguito del Trattato di Rivoli, aveva deciso di intervenire contro le forze spagnole, non solo nei Paesi Bassi ma anche in Italia.

In guerra si registravano sempre fasi alterne, incomprensioni e comportamenti poco lipidi tra gli alleati francesi, che portavano spesso a ritorsioni e a scivoloni.

Con l’occupazione spagnola del Ducato di Parma, la flotta francese comandata da Enrico di Lorena conte d’Harcourt, era stata costretta a lasciare l’Atlantico per organizzare un intervento nell’alto Tirreno.

Con l’arrivo sulle coste tirreniche della flotta francese, la Spagna si era convinta di cambiare politica e di restituire al duca di Parma i vari territori occupati.

Avvertito in mare il conte Enrico di Lorena, al comando di una poderosa armata pronta al combattimento, fece diverse considerazioni di ordine psicologico e di immagine, in cui sarebbe stato inopportuno rinunciare alla battaglia, prima di tornare nell’Atlantico.

Durante il ripiegamento della potente flotta, venne valutata l’opportunità di un attacco ad una città della Sardegna, già nelle mire espansioniste dei francesi, così, in questo contesto, si profilò l’attacco alla città di Oristano, tra il 22 e il 26 febbraio del 1637: un approdo facile, senza difese adeguate, e oltretutto sicuro per un naviglio di grossa stazza.

La popolazione per sfuggire al massacro si rifugiò nella vicina Santa Giusta e in altre località dell’interno, in attesa della milizia popolare sarde che potesse respingere in mare le truppe francesi.

La città venne completamente devastata e saccheggiata, le case e le chiese spogliate di tutto, purtroppo la ferita maggiore venne compiuta dalle milizie sarde accorse in difesa della città, si lasciarono andare in seguito alla depredazione di qualsiasi cosa fosse ancora trasportabile.

Sembra oramai accertato storicamente che i francesi non volessero assolutamente creare una testa di ponte in Sardegna, ma che fossero giunti solo per rifornirsi, soprattutto di acqua e di vettovaglie.

L’attacco dei francesi ad Oristano non fece altro che peggiorare le difficilissime condizioni economiche in cui versava la Sardegna, a cui sarebbero occorsi moltissimi anni prima di riprendersi.

Quando di li a poco Filippo IV di Spagna invitò tutti i ceti privilegiati a sostenere un ulteriore sforzo finanziario nel 1640, per 80.000 scudi, un importo superiore alla capacità contributiva della stessa popolazione, non fece altro che creare le condizioni per la disperazione e la morte.

E’ stato valutato che in quel periodo storico, a causa delle truppe mandate al fronte e la crisi economica che ne conseguì, per il sistematico abbandono della terra, la popolazione subì un ulteriore calo demografico del 25%, lo svuotamento di un terzo dei villaggi e l’abbandono della metà delle case. Chiamarlo solo disastro indotto sarebbe riduttivo.

La crisi fu così grave che il 15% del grano insierro di Cagliari (quantità sottoposta ad ammasso obbligatorio), venne venduta nel mercato interno per sostenere la popolazione locale.

La crisi proseguì per diversi anni, al punto che i labradores (coltivatori di grano) furono costretti a non rinnovare le locazioni sui terreni che guardavano a mare, per gli impedimenti conseguenti all’invasione francese.

Il popolo sardo per l’ennesima volta fu costretto a pagare pesantemente per una guerra che non lo riguardava, non lo interessava e neanche conosceva chi e perché avrebbe dovuto combattere.

Sta di fatto, che la Corona di Spagna, lasciò solo dolore, fame e morte dietro di se.

Nessuno può negare che gli spagnoli furono i peggiori di tutti, quelli più avidi, superbi e vanitosi. Sprecarono tutte le enormi risorse derubate nelle Americhe, sottoposero la Sardegna ad un continuo salasso, costringendola ad un sistema baronale, burocratico repressivo tale, che tutt’oggi, chi fa politica adotta lo stesso sistema per controllare una terra il cui debito di sangue è stato pagato da tempo, ma non riesce a togliersi di dosso quel senso di sottomissione che ancora non gli permette di liberare le forze migliori al progresso e al successo che merita.

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Pubblicato da su 20 marzo 2016 in Uncategorized

 

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